Forti, potenti… schiavi
Il
potere è un modo di pensare il mondo. È una logica, un meccanismo
in base al quale c’è chi comanda e chi subisce, chi vince e chi
perde, chi è forte e chi è debole.
Il
potere è imporre il burqa alle donne afgane, potere è voler
togliere loro quel burqa.
Potere
è sentirsi meno o sentirsi più. E anche sentirsi “uguali”,
branco, maggioranza, massa.
Una
storia musulmana racconta di tre tori che pascolavano in un grande
prato verde, e di un leone che se li voleva mangiare ma non ci
riusciva, perché il terzetto era molto unito e i tre si proteggevano
a vicenda.
Un
giorno che il toro nero non venne il leone disse agli altri due: «Se
me lo farete mangiare avrete a disposizione l’intero prato solo per
voi, e io avrò la pancia piena per tutto l’inverno».
I
due acconsentirono: il leone uccise il toro nero e loro si godettero
il prato fino a primavera. Passato un po’ di tempo, una volta che
il toro rosso era tutto solo il leone gli si avvicinò: «Fammi
mangiare il toro bianco, così avrai il prato tutto per te.
Che
ne dici?». Il toro rosso assentì, e fu così che poco dopo fu
mangiato anche lui.
Adolfo
Perez Esquivel, nell’intervista pubblicata su questo giornale, dà
anche lui una doppia definizione del concetto di potere, di servizio
e di dominio, che potremmo definire rispettivamente come “potere
di” fare qualcosa e “potere su” qualcuno o qualcosa.
Per
potere come servizio potremmo intendere il fatto di contribuire con
il proprio essere, le proprie uniche capacità e potenzialità, a un
complesso più ampio di cui ci si sente parte, fatto di esseri umani
e di altre entità viventi e non viventi.
Esprimendo
con tale atteggiamento la propria potenza – perché le
caratteristiche individuali vengono manifestate e non inibite – e
al contempo il massimo rispetto per ogni elemento con cui si ha
relazione, in un rapporto di assoluta pari dignità e mutua
necessità.
Rompere
questa relazione di collaborazione reciproca che, come sosteneva
Dudley Weeks nello scorso numero di Buddismo e società, è il
comportamento naturale degli organismi viventi, una sorta di itai
doshin naturale, e cominciare a considerare la “mia individualità”
o la “mia capacità” più importante della “tua”, a sentire
gli altri e l’ambiente come limite “scomodo” alla propria
autorealizzazione o come “strumento” per realizzare i propri
fini, trasforma il potere di fare qualcosa da capacità o dote al
“servizio” di sé e degli altri in un mezzo per esercitare potere
su qualcuno o qualcosa.
Diventa
appunto dominio, una relazione squilibrata tra parti diseguali: chi
esercita il potere e chi lo subisce. E, come reazione, la libertà
diventa non più libertà di ma libertà da.
Nel
Buddismo il potere come dominio viene identificato con la figura del
demone del sesto cielo, definito come colui che fa libero uso dei
frutti degli sforzi degli altri per il proprio piacere. «Lo si può
considerare – suggerisce Daisaku Ikeda nella Saggezza del Sutra del
Loto (vol. 2, p. 140) – come la tendenza fondamentale della vita a
servirsi di tutto e tutti come mezzo per i propri fini».
L’aspetto
oscuro dell’essere umano si esprime quindi, secondo il Buddismo,
nella sua schiavitù al meccanismo perverso del potere, nella sua
volontà di dominare il resto dell’esistente impedendogli di
manifestare le sue qualità tipicamente “umane” di empatia e
compassione.
Si
tratta di un potere occulto, sottile, di cui siamo tutti schiavi, sia
chi lo esercita e sia chi lo subisce. Rompono le scatole questi
quattro quinti del pianeta che vivono con meno di mezzo dollaro al
giorno, rompe le scatole quel sentimento di pena e d’impotenza che
ogni tanto sento dentro di me. Perché devo correre, devo vincere,
devo essere brava, efficiente. I soldi, la carriera, lo status.
Un
sistema che rende ciechi e irresponsabili perché prigionieri di
un’ideologia che non permette di vedere i suoi effetti nefasti.
Scrive il filosofo Achille Rossi che proprio questa è «la
differenza fra l’ideologia economica dominante e i regimi
oppressivi che l’umanità ha conosciuto nel corso della sua storia
millenaria. La repressione aperta produce lotta e ribellione, esalta
i martiri e i testimoni; la repressione silenziosa è una specie di
dolce e piacevole eutanasia della coscienza e porta all’omologazione
planetaria» (Il mito del mercato, L’altrapagina, Città di
Castello, p. 49).
Nella
serie Sette sentieri per l’armonia globale Ikeda analizza il
concetto di “spirito astratto”, espressione coniata dal filosofo
francese Gabriel Marcel per indicare la tendenza da imporre ordine
all’animo umano dal di fuori, spesso attraverso la pressione
esterna.
Questo
accade quando si fa l’errore di collocare l’ideologia al di sopra
della realtà delle persone, sacrificando vite umane allo spirito
astratto. Quando si ha troppa fretta di riformare il sistema
dimenticandosi l’individuo, che è la parte più importante del
processo di riforma.
Quando
si fa la distinzione tra buoni e cattivi, tra bravi e meno bravi,
quando si crea il Nemico, quando si inglobano i singoli individui in
categorie fisse, come gli extracomunitari, i negri, le donne, gli
omosessuali…
Osserva
Marcel: «Per trasformare qualcuno in capro espiatorio è
indispensabile che lo converta in un’astrazione: il comunista, il
fascista, l’antifascista e così via…». Commenta Ikeda:
«Se
ci costringiamo a riesaminare gli incubi del ventesimo secolo –
purghe, olocausto, pulizie etniche – scopriremo che tutti hanno
avuto origine da un ambiente in cui il linguaggio era manipolato per
attirare l’attenzione delle persone unicamente sulle differenze.
Convincendo
la gente che queste differenze erano assolute e immutabili si
oscurava l’umanità degli altri, legittimando così la violenza nei
loro confronti».
Quando
le astrazioni sono date come certezze diventano miti, alimentando il
dogmatismo, l’intolleranza e il fanatismo. Creando quello che
Ortega y Gasset ha definito uomo-massa, un individuo con un forte
appagamento di sé che
«lo
porta a chiudersi a ogni istanza esterna, a non ascoltare, a non
mettere sulla bilancia del giudizio le proprie opinioni e a non far
conto degli altri. La sua sensazione intima di dominio lo stimola
costantemente a esercitare un’azione di predominio. Agirà, quindi,
come se soltanto lui e i suoi consimili esistessero al mondo…».
E
cercherà di imporre lo stesso “bene” a tutti, spesso con ogni
mezzo. È questo il dramma delle rivoluzioni, perché il bene non si
può imporre, perché non c’è un bene uguale per tutti se non
quello della vita, di ogni vita e delle sue inesauribili
potenzialità.
Per
questo il Buddismo oppone all’astrazione della massa la concretezza
del cambiamento di ogni singola persona. È la rivoluzione umana di
ogni uomo e di ogni donna, in continua interrelazione, che può
costruire un nuovo mondo, imprevedibile, dinamico, con infinite
possibilità.
«Nella
vita – scrive Ikeda nella Saggezza del Sutra del Loto (vol. 2, p.
147) – non c’è un ordine gerarchico. Tutta la vita ha un valore
inestimabile. Dobbiamo educare i bambini e gli adulti in modo che
nessuno si senta impotente. Dobbiamo nutrire il cuore e creare una
vera solidarietà umana. Questa sarà la chiave per l’epoca
attuale».
Soffrire
insieme, cercare insieme. È il prefisso “com” (cum, in latino)
che sposta i termini della questione. Che scardina la logica del
dominio. Che distrugge i sistemi autoritari. Che trasforma la freccia
del potere nella rete delle relazioni.
Come
quel gruppo di bambini africani – nel racconto di Raimon Panikkar –
invitati a gareggiare per conquistare delle caramelle, che si
prendono per mano e corrono insieme verso la meta.
(cfr.
R. Panikkar, “Economia e senso della vita”, in Aa. Vv, Come
sopravvivere allo sviluppo, l’altrapagina, Città di Castello,
1997).
«La
natura demoniaca del potere – scrive ancora Ikeda (ibidem, p. 144)
– opera per disintegrare e dividere. Divide le persone, divide un
paese da un altro, spezza i legami dell’individuo con la natura. La
compassione invece unisce.
Nell’universo
c’è una compassione
che
unifica. In origine l’universo è compassione e, in questo senso, è
il palcoscenico ideale per la lotta tra il Budda e il demone, tra la
natura demoniaca del potere che considera la vita come un mezzo e la
compassione che fa della vita il fine».
Ma
come si lotta?
Nel
Sutra del Loto c’è un bodhisattva chiamato Mai sprezzante (Fukyo,
in giapponese). Egli crede che, poiché tutti gli esseri umani
posseggono la natura di Budda, nessuno possa essere disprezzato, che
a ogni forma di vita vada accordato il massimo rispetto.
Anche
quando persone tronfie e arroganti lo denunciano e lo colpiscono con
bastoni e pietre, egli continua a rifiutarsi di disprezzarli,
convinto che ciò equivarrebbe a disprezzare il Budda. E continua a
predicare questa dottrina fino alla fine, manifestando un supremo
rispetto per l’umanità in ogni sua parola o azione.
È
un rispetto militante. Fa pensare a un dialogo incessante, a una
ricerca continua dell’altro/altra, a un desiderio di imparare, a un
instancabile confronto con chi ha opinioni diverse, con chi non la
pensa come noi, con chi consideriamo il Nemico o il pericolo.
Certo,
bisogna attrezzarsi. In realtà l’incrollabile perseveranza del
bodhisattva Fukyo si basa sulla sua assoluta convinzione di essere
egli stesso un Budda, di avere il potere del Budda.
Questa
certezza – sostiene Ikeda – è l’essenza della disciplina
buddista, l’allenamento a sviluppare costantemente questo pensiero,
questa consapevolezza, questo potere.
Scriveva
Leonardo da Vinci: «Non si può aver dominio più grande o più
piccolo che quello su se stessi». Se siamo sufficientemente padroni
di noi stessi, se ci conosciamo abbastanza per “trasformare” il
nostro aspetto oscuro e coltivare la nostra “parte illuminata”,
non saremo costretti – per sentirci “bene” – a imporre i
nostri valori agli altri e nemmeno a calpestare i loro ideali, valori
e tradizioni.
Ci
sentiremo invece così forti e potenti, così bene e a nostro agio da
provare curiosità, interesse e amore per chi è diverso da noi, per
sconosciuti modi di essere e di sentire.
E
di pensare il mondo.
Tratto
da Buddismo e società n 96 - 2003 | gennaio/febbraio

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