Il 10 aprile l'attività delle artiglierie nemiche riprese con un crescendo pauroso. Il giorno seguente aumentò di intensità. Sull'imbrunire fu diramato lo stato d'allarme. Durante la cena il sottotenente Rossi, addetto al comando di reggimento, conferì convulsamente col comandante del 3° battaglione. Gli ufficiali ci avviammo di di corsa ai nostri reparti, per radunare i soldati e raggiungere al più presto le trincee di prima linea. A me fu ordinato di accodarmi al battaglione, col compito di impedire eventuali evasioni. Non eravamo ancora a metà costa di monte Jeza, quando De Vicino, il soldato più lavativo della 10a compagnia, accusò forti strette al cuore e una stanchezza spasimante. Usai le maniere buone e sia pure riluttante, riprese il cammino fino alla cresta del monte, che era molto battuta dal nemico. Si accasciò di nuovo al suolo, spergiurando che non era assolutamente in grado di fare un passo. Non essendo riuscito a convincerlo né con le buone né con le minacce,...