Tremare dalla paura, quota 208 a Nord del Carso
26
Novembre
– Ieri
sera alle ventidue, tutto il reggimento si è mosso e la marcia
notturna, per l'altipiano di Doberdò, fino al Vallone, si è svolta
senza incidenti. Durante il cammino ho avuto sempre la compagnia del
capitano Ragni, che per ordine del comando di divisione, ha il
compito di seguire e sorvegliare i movimenti. È tornato anche lui da
Spoleto, pochi giorni or sono e mi ha raccontato dello strazio della
famiglia Arcangeli, dopo la morte di Tomassino.
Dal
Vallone in avanti, le cose sono cambiate. Lungo la mulattiera, che
sale a quota 208 nord, siamo stati disturbati da alcune salve di
shrapnels e da qualche granata sporadica, senza obbiettivo
determinato, che specie durante la notte, gli austriaci lanciano ad
intervalli per ostacolare il transito ed i rifornimenti, ma più
oltre è venuto il difficile.
Si
è reso necessario marciare lentissimamente, in fila indiana ed in
completo silenzio, parte allo scoperto e parte in camminamenti
stretti e fangosi, procedendo a tentoni, perché non si vedeva ad un
palmo dal naso. Dopo un tempo, che mi è sembrato interminabile, io,
che ero in testa alla compagnia, ho trovato dei soldati stesi nella
melma ed ho saputo da essi, che eravamo giunti in linea, ma di
trincere, neppure la traccia.
Nel
buio, abbiamo dato il cambio al reparto che andava a riposo ed ho
avuto una consegna approssimativa, del luogo e dei compiti che ci
attendono, perché tutti avevano una gran fretta di svignarsela e non
hanno perso tempo in eccessive spiegazioni, limitandosi a sbrigarsela
con la solita frase, che condensa tutta la filosofia della vita
militare "cercate di arrangiarvi".
Arrangiarsi
è presto detto, ma in luoghi sconosciuti, nell'oscurità più
completa, rotta solo di tanto in tanto, dal breve chiarore dei razzi
illuminanti, a poche diecine di metri dal nemico, in pratica, è
stata una situazione più che preoccupante.
La
così detta linea, non è costituita da altro, che da una fila di
pochi sacchi a terra, interrotta qua e là, da mucchi di pietre,
accatastate alla meglio, che formano un riparo illusorio dove,
distendendosi in terra, si riesce stentatamente, a nascondere la
testa.
Ho
cercato di disporre la compagnia lungo il tratto che mi era stato
sommariamente indicato, per attendere, che venisse il giorno, vedere
dove eravamo e decidere il da farsi.
Per
quanto avessimo cercato di agire nel massimo silenzio, l'inevitabile
trambusto, causato dal cambio, era stato inevitabilmente notato
dall'altra parte ed è cominciato un fuoco d'inferno, con tutte le
armi di tutti i calibri, che pareva il finimondo. Le pallottole
fischiavano senza tregua, le bombe laceravano l'aria, le granate
piovevano da ogni parte. Raggomitolato dietro il modesto riparo, ho
cercato di nascondere almeno la testa, aspettando che la tempesta si
quietasse almeno un poco, ma confesso, che il battesimo del fuoco, è
stato disastroso.
Avevo
sempre sentito la frase: tremare dalla paura, ma credevo fosse un
modo di dire e invece ora posso affermare che è una realtà vera e
tremenda. Non è un portato della pusillanimità o della
vigliaccheria, ma un fenomeno nervoso, per cui tutto il corpo è
scosso da una specie di attacco convulsivo, che fa tremare, non tutto
l'organismo, ma ogni muscolo separatamente, con movimenti
disordinati, che si ripercuotono anche nei visceri.
In
quello stato di choc, nel quale mi sentivo impossibilitato a fare il
benché minimo movimento, pensavo con terrore come avrei potuto
sopportare altre prove del genere ed anche maggiori, il giorno in cui
avessi dovuto partecipare ad una vera azione di guerra, muovere per
andare all'attacco, offendere o difendermi.
Fortunatamente,
a poco a poco, l'eccitazione è andata diminuendo, fino a cessare del
tutto e quando cominciò a far giorno, anche gli austriaci, visto che
non accadeva nulla di eccezionale, hanno prima diradato e poi smessa
quella sparatoria infernale.
Ho
potuto solo allora rendermi esatto conto della situazione precaria in
cui ci trovavamo e convincermi, che se non si fosse riusciti a
scavare una vera trincera, non ci rimaneva altro da fare, che
raccomandare l'anima a Dio ed andarsene, senza via di scampo, al
Creatore.
Strisciando
carponi, ho ispezionato il fronte della compagnia ed ho constatato
che è lungo non più di un centinaio di metri, ma vicinissimo alla
linea nemica, dalla quale ne dista una cinquantina. Non ho potuto
osservare attentamente il terreno antistante, perché mettere la
testa fuori dai sacchetti significa esporla alle pallottole dei
"cecchini", sempre in agguato, e senza perdere tempo ho
dato ordine di iniziare subito lo scavo, con gli attrezzi leggeri,
piccozzini e vanghette, gli unici cha abbiamo in dotazione.
Il
lavoro si è dimostrato subito improbo e difficile, poiché si tratta
di terreno sassoso, per cui occorrerebbero strumenti più adatti.
Infine mi sono accorto che le consegne datemi nella notte erano
errate, perché rimaneva scoperto un largo tratto e quindi ho dovuto
far distendere la compagnia, sia a destra, che a sinistra, per
ricongiungerci con gli altri reparti. È da notare inoltre, che il
lavoro va necessariamente a rilento, perché eseguito in posizione
scomoda e non può farsi eccessivo rumore, per non destare la
reazione nemica.
A
sera, dopo stenti che non si immaginano, siamo riusciti a scavare un
fossetto, largo circa cinquanta centimetri e profondo altrettanto,
per tutta la lunghezza del settore. Non è molto, ma è sempre meglio
di quando non c'era nulla. In quanto al rancio, nemmeno a parlarne,
ed abbiamo cominciato ad intaccare i viveri di riserva.
Giuseppe
Mimmi militare, 90° reggimento fanteria, Brigata Salerno

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