Quando un puteo mi salvò la vita, Monfalcone (GO)
Il ventuno ottobre mi trovavo in
località Adria, nei pressi delle saline di Monfalcone come servente
al pezzo dell'Ottava batteria del Secondo Gruppo, al comando del
Maggiore Giovannozzi. Il nemico, il giorno ventidue, incominciò a
sparare delle raffiche col piccolo e medio calibro sui nostri
camminamenti. Con le artiglierie pesanti battevano le retrovie e
l'abitato di Monfalcone medesima e dei paesi retrostanti. Qualche
colpo veniva pure vicino alle nostre piazzole, senza però
impressionarci, perché oramai eravamo tutti abituati a quelle
raffiche intense, e a pericoli maggiori di quel giorno.
Nei giorni ventitré e
ventiquattro e nella notte del venticinque, il nemico aumentò il
tiro di distruzione e logoramento. Tanto che c'era un sibilo continuo
seguito da un rullo tambureggiante di colpi di cannone di ogni
calibro. Noi si rispondeva solo con qualche colpo. In lontananza
sentivamo, sulla nostra sinistra, che infuriava una gran battaglia
con spari di mitraglia e fucileria. Fra noi ci si domandava: "Saranno
i nostri che attaccano, o sono venuti avanti gli Austriaci?". Ma
chi sapeva niente? Gli ufficiali che ricevevano i fonogrammi forse
erano a conoscenza, ma a noi soldati non ci dicevano nulla. Il giorno
venticinque, alle undici, venne l'odine di preparaci per spostasi da
quelle posizioni. Infatti alle quattordici arrivarono i cavalli con
gli avantreni . Ci attaccammo i pezzi e si partì per Villa Morosini,
dove c'era tutto il careggio e i cavalli. Sostammo lì per tutta la
notte.
Alle sei del giorno di poi ci mettemmo in marcia, senza sapere dove
di portavano, perché gli ufficiali tenevano tutto segreto. Passammo
per San Valentino, Villa Vicentina, Cervignano, Torre di Zuino e
tanti altri piccoli paesi che ora mi sfugge il nome. Alle tredici si
giunse sotto i forti di Palmanova, dove, in quelle belle praterie, si
fece sosta di un'ora. Così biada e foraggio ai cavalli, per
rinfrescarli, e rancio a noi soldati.
Alle quattordici si ripartì per la via che porta a Cormons. […]
Durante il viaggio si era visto Cividale avvolta dalle fiamme. Perché
i nostri, prima di andar via, incendiavano tutti i magazzini
militari. Appena fatto alto in un bel prato, ci diedero mezza
scatoletta e una galletta a testa. Nella notte il cielo si fece scuro
e poco dopo la mezzanotte cominciò a piovere a dirotto. Per essere
riparato dall'acqua, con quattro amici, andai sotto un ponte.
Accendemmo un bel fuoco e lì pensavamo di passare la notte.
Ma
la nostra triste storia non ci dava sosta. Alle due del mattino venne
l'ordine di rimettersi di nuovo in marcia per andare ancora indietro
e portarsi aldilà del Tagliamento. Ma soprattutto per non farsi
prendere prigionieri. Partimmo sotto una fitta pioggia che in poche
ore rese le nostre vesti zuppe d'acqua.
Era sabato notte. Per arrivare al ponte del Tagliamento ci saranno
stati nove chilometri e io ero a cavallo. Se avessi avuto la strada
libera, in un'ora avrei passato il ponte. Ma la strada era tutta
piena di gente che scappava. Era una lunga, infinita processione di
profughi. Soldati, carri militari e borghesi della città di Udine e
dei paesi circostanti si portavano tutti aldilà del Tagliamento, per
non restare nelle mani del nemico.
[…].Dopo tante tribolazioni, in quelle notti di fame e di freddo,
con le vesti mézze d'acqua, si credeva che, passato il ponte di
Codroipo, ci dessero un po' di riposo. Magari fermandoci in qualche
casa, per asciugarci e mangiare un poco. Al contrario arrivò
l'ordine di portarci a Spilimbergo, sulla via che conduce nella
Carnia.
[…] A sera si fece alto in un bel prato, quattro chilometri sopra
Spilimbergo. Data la grande stanchezza, mi buttai sotto una pianta,
giù per terra con lo zaino sotto il capo. Nella notte incominciò a
piovere di nuovo, ma io non mi destai che la mattina del giorno dopo.
Ero nel mezzo all'acqua. Non avevo che il capo fuori, perché in quel
punto il prato faceva un avvallamento. […] Appena alzato da quella
piscina, alle sette, presi un po' di caffè e ci mettemmo in cammino.
Tutti avevano mangiato e viaggiavano bene. Ma io mi sentivo così giù
di forze, che mi ero accorto che non potevo andare più avanti. A
rimanere lì mi dispiaceva lasciare gli amici: e poi restare nelle
mani del nemico! Ma la fortuna mi volle assistere.
In quel
momento così triste si avvicinò un bambino. Mi guardò e mi disse:
"Vi sentite male soldato?". Io lo guardai e gli risposi:
"Puteo -in dialetto- ho tanta fame". Quel bambino partì a
corsa avanti a noi. Dopo trecento metri si riavvicinò e mi diede un
bel pezzo di pane alla contadina. Non potei trattenere le lacrime. Lo
presi in braccio, lo baciai e gli dissi: "Tu mi hai salvato la
vita. Sei stato tanto bravo. Il Dio ti darà sempre fortuna!".
Di tanto in tanto davo un morso a quel pane e una bevuta nelle fosse
lungo la strada. L'acqua non mancava, perché pioveva a dirotto. Era
gialla, ma la sete è brutta.
[…]. Dopo un po' di calma, tanto che alle quattro eravamo tornati a
dormire, la mattina alle cinque e mezzo ci fu un nuovo attacco
nemico. Fummo destati dagli uomini di guardia e si corse alla
batteria. Aprimmo il foco pure noi con i nostri quattro pezzi.
Ma incominciò il giorno che si poté vedere il ponte saltato sotto i
colpi dei nostri cannoni e delle mine del Genio. Gli Austriaci
passavano il Tagliamento lo stesso, a guado. Che fare? Sparare no,
perché ormai li avevamo alla distanza di soli quattrocento metri. Se
si fosse sparato, in pochi minuti, si sarebbero visti venire da noi a
circondarci.
Non ci restava altro che salvare la batteria e scappare, perché si
vide che si avvicinavano.
Allora, per ordine del Capitano, calammo i pezzi con le corde
nell'altro versante della collina. Faticammo nel massimo silenzio.
Era duro tenerli per la discesa, con le ruote legate e la coda per
terra. Tanto che uno non si poté più reggere e andò a ruzzoloni
nella strada, dove si ruppe completamente una ruota. Ne avevamo di
ricambio e si poté portare via anche quello.
Ma si cercava di fare alla svelta, per scappare e non restare nelle
loro mani. Con le artiglierie battevano la strada dove eravamo
incolonnati. Mentre eravamo tutti pronti per partire, un colpo uccise
l'attendente del Capitano e il cavallo che trainava il suo barroccio.
Il Capitano ci disse: "Ragazzi, se qualcuno di voi ha coraggio,
dovreste andare a riprendere i pastrani , un po' di coperte e la
vostra roba, perché non avete più niente per coprirvi". Ci
guardammo in faccia io e due milanesi. Si decise di risalire sul
monte noi tre. Quando fummo in cima si vide che i nostri nemici,
salivano su per il monte dall'altro versante, alla distanza di
trecento metri da noi. Salivano su a capo basso e non ci videro.
Allora arraffammo un po' di coperte, pronti ad alzare le braccia, se
ci avessero visto. Prendemmo la nostra roba, ma poca degli altri, che
avevano lasciato tutto e se l'erano data.
Si fece marcia indietro, con la fronte rivolta al nemico. E, appena
dietro la collina, via giù a gambe levate.
Nel tempo che si scendeva il monte, i nostri scapparono coi cavalli
in trotto battuto, per non farsi prendere dagli Austriaci. E noi
restammo a piedi con quella roba sulle spalle. Per fortuna non
calarono giù in basso. Si fece il consiglio di famiglia: "Se ci
prendono, chissà quanta strada ci fanno fare a piedi per portarci in
un concentramento!". "Allora è meglio camminare verso i
nostri, così si può sperare anche di ritrovarli".
[…] Si camminò fino alle nove di sera. In un piccolo paese,
distante dodici chilometri da Maniago, si fece alto, ma non c'era più
nessuno. Tutte le case erano state abbandonate dai borghesi. In una
di esse si trovarono due polli e due agnelli. Pensammo di cuocere i
polli per meglio custodirsi dopo tanti patimenti e i due agnelli si
mandarono in libertà per la campagna.
Avevamo tutto l'occorrente e potemmo cucinare i polli alla
cacciatora. Il vino c'era a volontà, mentre il pane andammo a
prenderlo in una sussistenza lì prossima.
Quando si fu mangiato venimmo fuori della casa. Proprio in quel
momento passò il nostro cuciniere. Così, da lui, si poté sapere
dove si trovava il nostro careggio e com'era andata alla batteria e
ai pezzi. Ci indicò la strada. Così, per ritrovare i nostri
compagni, ci si mise in cammino per quattro chilometri. Si vide dove
erano piazzati, ma pensammo di non farci vedere, perché avendo
camminato per tutta la giornata, non potevamo riprendere il nostro
servizio al pezzo. Così si pensò di stare distanti da loro. Andammo
a dormire in una casa. Ci buttammo nel nostro letto giù per terra e
lì dormii benissimo per tutta la notte, dopo tante notti insonni. E
fu così che si ritrovarono.
[…]Le vedette del nostro battaglione informarono il Comando di
Gruppo che il nemico ci minacciava sui fianchi, mettendoci in
pericolo di accerchiamento.
I nemici comparsero alla nostra sinistra, dalla strada che viene da
Spilimbergo. Si vedevano su una piccola collinetta, distante da noi
un chilometro, discendere precipitosamente verso la piana. Il
Maggiore Giovannozzi ci fece spostare un pezzo e facemmo fuoco lungo
una strada. Venivano giù che sembravano mezzi ubriachi. Si sparava a
alzo zero, perché erano molto vicini, forse duecento metri, e
facemmo un macello.
Mentre si faceva fuoco, vennero con gli avantreni. Agganciammo i
cannoni per scappare. Per attaccare il mio si presero le cosce del
pezzo io e il soldato Pavone. Lui disavvedutamente alzò un poco la
testa. Lo prese una pallottola. Lo passò da parte a parte e gli
spezzo la lingua. Lo presi, mi gettai sulle cosce del pezzo e a
trotto e galoppo si scappò. Dopo aver fatto circa tre chilometri si
face alto. Col pacchetto di medicazione si fasciò un po' alla meglio
il povero Pavone, ma non potevamo sapere quanto poteva resistere.
Allora gli ufficiali consigliarono il ferito di proseguire la strada
da solo, con la speranza di trovare un posto di medicazione. Di lui
non ho saputo più niente.
La sera si partì per Sacile. Nella notte facemmo alto per qualche
ora e dopo ripartimmo per Conegliano. Ci portarono dentro un recinto
dell'Ospedale. Chiusero i cancelli e di lì non si poteva scappare.
Ma io e il mio compagno d'avventura, Pizzamiglio di Milano, si saltò
il muro e via per la cittadina, per vedere se si trovava qualcosa da
mangiare.
[…] Si ripartì con grande difficoltà, perché era
sempre pieno di truppa e borghesi. Passammo da Susegana sul Piave, da
Arcade, Montebelluna e Asolo, dove feci la prigione e scrissi il
diario. Poi, sempre coi camion, portarono i cannoni sul Piave, a
Crocetta presso il Montello.
Arrivarono gli Austriaci. Non si tirarono tanti colpi perché eravamo
con pochi proiettili. Ma pioveva e il Piave si gonfiò.
Elio Nerucci militare, 49° reggimento artiglieria

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