Raffiche d’acciaio dalla cima del Monte Zebio
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– Finalmente l’alba tanto desiderata. Ci mettiamo in cammino
scendendo verso la Valle di Nos. Un poco di sole ci fa rinascere, ci
asciuga e ci mette un poco di ottimismo. Proseguiamo lungo la valle
sino ai piedi del Monte Zebio. Poi si comincia la salita verso la
cima del monte, così, un poco allo sbaraglio. Nel pomeriggio il 3°
Battaglione si organizza prendendo posizione in ordine sparso e
attende. A notte si inizia la salita. Tutta la Brigata è in linea di
fronte.
Si
sale, con le precauzioni che richiedono queste azioni. Il fante non
sa dove il nemico lo attende , ma è certo che è in sommità del
Monte Zebio, a 1.700 metri circa di quota; lo aspetta in una
postazione dominante. Si sale, ormai ci avviciniamo alle cime. Nella
notte buia le intravediamo avanti a noi contro il cielo. Ecco, è
l'alba, siamo arrivati a contatto delle linee austriache.
L'ordine
è di attaccare e proseguire. In ordine di fronte si avanza pieni di
speranza. Improvvisamente un fuoco violento e micidiale di fucileria,
mitragliatrici, bombe a mano, bombarde ed artiglieria, ci investe e
ci sorprende su di un terreno alquanto allo scoperto. Sono raffiche
di acciaio che spazzano via tutto quello che si trova nel campo dei
loro tiri. Molti soldati cadono, le file si sbandano di fronte a
questa improvvisa situazione. Ma il fante tiene ancora il suo spirito
di conservazione sano. Ci ritiriamo cercando un ognuno appiglio per
difendersi. Si sosta, ma non per fermarsi. Si attacca di nuovo, si
ritenta ancora. Qualche reparto riesce a raggiungere le linea nemica,
ma là rimane. Il fuoco del nemico è rabbioso,vendicativo e ci
costringe a ritirarsi di nuovo dietro ai nostri improvvisati ripari.
Siamo un poco malconci, sul terreno rimangono molti morti; molti
feriti gravi si dovranno portare al posto di medicazione. I feriti
leggeri scendono dal monte verso il paese di Gallio di Asiago. Due
ufficiali “Aspiranti, un bergamasco ed un milanese, tutti e due
della 10.a Compagnia, dove comandavano ognuno un plotone, sono
rimasti uccisi e sono rimasti là fuori, sul terreno tra le due
trincee. Per ora rimarranno colà. La notte passa poi quasi calma, ma
il fante ha la tensione nervosa che gli dà la febbre e sta sveglio e
vigile per tutta la notte. Ogni soldato è di vedetta, armi alla
mano.
Giuseppe
Cordano militare, 160° reggimento fanteria

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