“La pallottola liberatrice”
“Chi non ha conosciuto il Carso
[in Friuli] non sa cosa siano la fatica e il tormento, non sa come la
paura possa attanagliare la gola di un uomo. Non ci vuol molto,
oserei dire, andare all’assalto: l’assalto è la “fuga” in
avanti, è la paura che ti prende e ti fa dire: “piuttosto che star
qui [in trincea], mi faccio ammazzare”. È star qui che è duro,
perché star qui vuol dire non muoversi, sentirsi rovesciare addosso
i colpi dei nemici, quelli dell’artiglieria leggera e delle
mitragliatrici senza potersi muovere né avanti né indietro ad
aspettare. Ad aspettare che cosa? Quella che noi chiamavamo la
“pallottola liberatrice”. Anch’io ho mancato di coraggio, ho
desiderato anch’io di essere ferito per sottrarmi a quell’angoscia.
Io ero un uomo comune, non un eroe, uno dei cinque milioni di uomini
comuni che hanno fatto la guerra con dovere fino all’ultimo, ma che
non desideravano di morire. Non sognavo di diventare un eroe, non
volevo che una strada o un busto di marmo portassero il mio nome.
Volevo solo riportare intatto il mio busto a casa. E con me gli altri
cinque milioni”.
Cit. in P. Melograni, Storia
politica della Grande guerra, Mondadori

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