Il potere della fede e della determinazione umana nei principi del buddismo di Nichiren Daishonin
Ma
dipende da quanto ci credo. Perché ogni volta che penso impossibile
qualcosa, detto limiti inutili alla mia vita, al mio agire qui e ora,
alla possibilità che ho di trasformare me e la mia realtà.
di
Manuela Viigorita
Se
posso, questa guerra non si farà. Se davvero io posso le mie parole
non saranno inutili. E il passare del tempo avrà un senso. Avrà
senso crescere, soffrire, aver sofferto. Invecchiare. Se davvero
posso non ci saranno più donne violentate, bambine molestate e i
fucili, le armi chimiche, quelle nucleari si scioglieranno come neve
al sole di fronte ai nostri desideri di pace.
Se
io posso, questo amore non sarà una catena. E mia madre saprà
sorridere prima di morire. E i semi che vado piantando
germoglieranno. Gli uomini capiranno.
Se
io posso, tu guarirai. Perché non dipende da quanto sangue ho nelle
vene, da quanta forza corre nei polmoni. Non dipende da quanto ho
studiato, né dalla danza dei miei neurotrasmettitori, dai miei
muscoli o dalla mia posizione sociale.
Dipende
da quanto ci credo. Da quanto nutro di vita i miei desideri, che non
basta pensarli, non basta dire “desidero”, desidero che il mondo
cambi, che la felicità cammini per le strade, che tu sia protetta e
forte. I desideri bisogna non dimenticarli, non lasciarli appassire.
Bisogna che abbiano carne e realtà, che nella realtà si calino
cambiando le giornate, i lunghi momenti di vuoto, le perdite di
tempo. Allora, allora forse posso e tu puoi, e la vita può.
Dipende
dalla fede che ho. Perché ogni volta che penso impossibile qualcosa,
ogni volta che non ci credo, detto limiti inutili alla mia vita, al
mio essere umana, al mio agire qui e ora. Perché quando credo,
divento capace di muovere la superficie terrestre e il tempo mi viene
dietro e le persone che tocco le tocco davvero, e non rimane il nulla
di un incontro. Rimane qualcosa capace di modificare le molecole
della storia, capace di muovere. E quando credo molto, quando imparo
a correre dietro la mia fede, so che le mie fatiche, le mie parole, i
miei desideri hanno il potere di continuare a viaggiare oltre me,
oltre i miei gesti o le mie percezioni.
Vanno
oltre, anche del tempo. Come le parole di una poesia che resta a dire
qualcosa fino a secoli dopo. Come il coraggio di chi ha lottato per
tutta l’esistenza in nome di qualcosa per cui riteneva valesse la
pena di vivere e lottare, e i cui segni restano.
I
segni del coraggio restano, e la cambiano la realtà. Possono. E
penso a Gandhi, a Socrate. Penso ai martiri cristiani, a donne
semplici e forti, come Amelia Boynton Robinson, alla sua lotta per i
diritti civili degli afroamericani, a Rigoberta Menchu. Penso alle
parole che Etty Hillesum scriveva in un campo di smistamento, che
arrivano a noi come in una bottiglia vuota lasciata nel mare.
Arrivano a interrogarci sul senso di esserci e sulla necessità di
non fuggire anche quando le cose che accadono fanno male più che
ferite. «Non credo più che si possa migliorare qualcosa nel mondo
esterno senza aver prima fatto la nostra parte dentro di noi. È
l’unica lezione di questa guerra; dobbiamo cercare in noi stessi,
non altrove. Malgrado il dolore e l’ingiustizia, la coscienza che
tutti questi orrori non sono come un pericolo misterioso e lontano al
di fuori di noi, ma che si trovano vicinissimi e nascono dentro di
noi. E perciò sono molto più familiari e assai meno terrificanti».
Il
potere della vita percorre mari e spazi e tempi, si allarga toccando
gli occhi e i pensieri degli altri e naviga per generazioni.
Nichiren
questo lo sapeva, e non
ha fatto altro che dirlo, che scriverlo, che lasciare, ovunque
passasse, tracce del suo stato vitale grande, potentemente potente.
Tanto che il suo desiderio di realizzare kosen rufu ha vissuto oltre
lui, nel tempo e nello spazio. Tanto che vive oggi, ogni volta che
ognuno di noi guardando il carattere myo iscritto nel Gohonzon può
percepire la sua forza, la sua determinazione di svelare all’essere
umano le infinite potenzialità che possiede. Il potere che ha. E non
si tratta di miracoli, che pure, ogni tanto, sembrano quasi
succedere. Parliamo di quanto può un singolo essere umano. Un uomo,
una donna.
Quanto
può una singola vita? Mortale, delimitata fisicamente nel tempo e
nello spazio? Quanto può contare?
Nichiren
era figlio di pescatori. Era povero e non aveva poteri
soprannaturali. È stato perseguitato, arrestato, esiliato. Ha
sofferto il freddo e la fame.
Ha
visto suoi discepoli morire. Eppure, ha creduto così tanto nel suo
desiderio di proteggere e propagare il Sutra del Loto, che quel suo
desiderare si è impresso nella storia del Buddismo, ha raggiunto una
vita e poi due e poi mille e oggi milioni. Perché il potere di una
vita non ha confini, se non quelli che decidiamo, anche solo
pensandoli, anche solo lasciando che le cose che vogliamo non
accadano.
Certo,
non sempre è tutto semplice, non sempre le cose accadono come se
fossero regali. E le possibilità quasi mai si danno da sole, quasi
mai è tutto pronto per noi. Molto più spesso la fatica più grande
è quella di crearle le possibilità, di costruirlo un terreno di
cambiamento. Senza alcuna certezza se non la nostra fede, se non il
nostro desiderio di cambiare e cambiare la realtà che viviamo, la
società che spesso mostra così bene i suoi veleni. Quando ci
riusciamo, quando quelle possibilità si fanno dai nostri occhi,
dalle nostre mani, la vita impara e si allarga, gioca spazi vitali
nuovi, scopre interrelazioni che non sospettavamo. E riesce a
dialogare con il resto, coi contesti che incontriamo. Con questa
strada, questo cielo, queste foglie, la gente che sfioro
sull’autobus, quei bambini che entrano a scuola.
Credere,
non significa esimersi dal fare i conti con la realtà. Non basta
pensare di potere per potere davvero. C’è bisogno di tanta
attenzione, tanti piccoli gesti di cura, parole, azioni che provino a
forzare i fili spinati a cui l’abitudine ci ferma, ci fa arrestare.
C’è necessità di lottare a volte, di intraprendere lotte
estenuanti contro la pigrizia. La paura. Il dolore. Spesso è
necessario fare i conti anche con l’affezione al dolore, quello in
cui ci sentiamo come a casa nostra, quello di cui conosciamo tutti
gli angolini più invisibili e segreti. Altre volte è la paura del
nuovo a farci sostare. Altre volte lo sforzo più difficile e
tremendo è semplicemente quello di continuare, quando sembra non
succedere niente, quando la realtà sembra sorda e sembra che tutto
stia dicendo no.
Per
quanto possa sembrare un azzardo, un modo irrazionale per sfuggire
alla materialità e severità del reale, la fede è il modo più
profondo per conoscere la realtà, per sperimentarla. Perché
credere, cercare di rendere possibile qualcosa che non lo sembra, ci
obbliga a guardare ogni cosa in maniera più seria. Ci obbliga a
studiarla la vita, a scovarne le tracce di senso e funzionamento. A
capire cosa succede intorno a noi quando ci muoviamo, a guardare cosa
si muove e cosa no. Ci obbliga a imparare a muoverci meglio, nello
spazio e nel tempo, nelle piccolezze di ogni giorno.
Impariamo
a percepire cose a cui prima non facevamo caso, cominciamo a curare
“particolari” come il corpo con il quale agiamo, le persone che
ci stanno di fronte, le parole che passano da loro a noi e da noi a
loro. Apprendiamo a leggere come in filigrana la complessità e il
movimento delle cose con uno sguardo altro, che ci guida, ci apre
visuali, possibilità sconosciute, da sperimentare. Da provare e
riprovare. Non è qualcosa di straordinario, mistico, impossibile.
Se
guardiamo bene, abbiamo imparato a fare ogni cosa così, come a
camminare. Non sapevamo farlo, ma a un certo punto abbiamo cominciato
a percepire che forse si poteva, e abbiamo provato, con cadute,
paure, tentativi fallimentari. Provato e riprovato, fino un giorno a
riuscirci, a lasciare la mano di nostra madre e andare…
Anche
scrivere forse all’inizio ci sembrava una impresa impossibile, come
leggere, o imparare a suonare la chitarra, o danzare, o nuotare. Ci
abbiamo semplicemente provato e provato. Perché abbiamo creduto di
potere, perché qualcuno, o una vocina dentro ci diceva “puoi”,
fino a riuscirci, fino a potere. E la nostra esperienza questo lo sa,
lo ricorda. Ricorda la fatica e la gioia di ogni cambiamento, di ogni
desiderio seguito e realizzato, ricorda il percorso, il guadagno,
l’emozione di comprendere, abbracciare qualcosa e qualcuno in più.
«In
mezzo a queste quattro montagne e a questi quattro fiumi c’è una
zona pianeggiante dove ho costruito una piccola capanna per ripararmi
dalla pioggia – scrive nel 1280 Nichiren da Minobu, ringraziando un
suo discepolo che gli aveva donato tazze e piatti – Per costruire
le mie quattro mura ho scortecciato gli alberi e indosso una veste di
pelle di cervo morto per cause naturali. In primavera strappo le
felci per nutrire il mio corpo e in autunno raccolgo la frutta per
mantenermi in vita. Ma, dal novembre dello scorso anno, la neve ha
continuato ad accumularsi e ora che siamo a gennaio del nuovo anno
sta ancora nevicando. […] Non mi rado più il capo e così sembro
una quaglia e le mie vesti sono così rigide a causa del ghiaccio da
assomigliare alle ali gelate dell’anatra mandarina. E in questo
luogo, dove gli amici dei vecchi tempi non vengono mai a visitarmi,
dove sono stato abbandonato anche dai miei stessi discepoli, tu mi
hai mandato queste tazze che io riempio di neve, facendo finta che
sia riso, e dalle quali bevo l’acqua immaginando che sia
farinata…».
Nichiren
sarebbe morto pochi anni dopo, lasciando la sua fede impressa nei
cuori di non moltissime persone. Era un uomo comune, non bellissimo,
non fortissimo, non incapace di provare dolore, né capace di
evitarlo. Il frutto dei suoi sforzi, delle sue parole, lo stiamo
assaporando noi, settecento anni dopo.
Dallo
stesso monte, nello stesso anno, scriveva a un altro discepolo: «Il
mio cuore è dove tutti i Budda entrano nel nirvana, la mia lingua,
dove essi girano la ruota della dottrina, la mia gola, dove nascono
in questo mondo; la mia bocca, dove conseguono lIlluminazione. Poiché
questo monte è il luogo in cui dimora il meraviglioso devoto del
Sutra del Loto, come può essere meno sacro della Pura Terra del
Picco dell’Aquila?».
La
fede non necessita di condizioni agevoli, non sopravvive solo in
palazzi reali con tavole apparecchiate di leccornie. Non si impara
nell’inerzia dei pensieri, nella stasi dei gesti. Semina
possibilità di vita e gioia e fortuna in ogni luogo, in ogni angolo
di sofferenza. Dovunque, prova e insegna alla nostra coscienza, al
nostro pensiero spesso piccolo e ingenuo, come quello di un bambino,
cosa sia il potere. Cosa significhi potere davvero.
Poter
fermare le guerre. La cecità dell’egoismo. Poter creare la terra
su cui costruire una sapienza di pace.
Poterti
fare felice.
Tratto
da Buddismo e Societa n 96 - 2003 | gennaio/febbraio di Manuela Vigorita

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