All’assalto dell’altopiano della Bainsizza
Ci raggiunge il maggiore Comandante del 3° battaglione del 75°……..
e ci ordina di avanzare all’istante. Trepidanti smontiamo l’arma
dal treppiede, che viene caricata sulle spalle del portatore, così
il treppiede, il bidone e le cassette delle munizioni. Impugniamo la
pistola e via di corsa sul nemico che ci attende. Attacchiamo a
fondo. Oltre il muricciolo ove eravamo, il terreno ha un brusco
pendio, formando una conca ove sono sparsi alberi di mele con i
saporosi frutti.
Gli austriaci vedendoci sbucare dal muretto tentano una disperata
difesa. Il nostro impeto è travolgente da sorprendere il nemico.
Giungiamo sopra i primi mentre i loro compagni si rifugiano
sull’altura al limite della conca. Lassù ove si sono arrestati
vengono protetti da un muro roccioso che pare piallato per non
permettere di poterlo scalare. Ci aggrappiamo al puro sasso e gli
austriaci sopra le nostre teste ci rovesciano adosso scariche di
bombe a mano. Mi cadono uno alla volta i compagni che ho attorno. Ma
non si cede, anzi si resiste disperatamente. Vogliamo giungere sopra
questa levigata roccia. Il nemico vedendo in noi tanta furia si
inferocisce e non si dà per vinto. Ci scarica sopra le teste enormi
sassi e queste piccole valanghe colpiscono gruppi di uomini e li
trascinano giù nella verde conca. Qualcuno dei colpiti può
rialzarsi e ritornare con rinnovato furore a combattere, invece altri
rimangono coricati con le membra spezzate e le urla atroci salgono
fino a noi.
E sassi.... E bombe....
Alle bombe si risponde con le bombe! Come sono care in questo momento
le .....ballerine.…
Non credevamo avessimo in corpo tanto furore. Proviamo a saltare
sulla cima, veniamo ributtati con un fragore di bombe. Tentiamo una
seconda, una terza volta: i difensori ci accolgono in piedi sparando
a bruciapelo. Le perdite sono terribili. La mischia è furibonda. Si
potesse piazzare l’arma! Si combatte, ora, a colpi di pistola, di
baionetta, con i calci dei fucili. Finalmente abbiamo ragione del
nemico e lo ributtiamo lontano dalla cima, lo inseguiamo per oltre un
chilometro. Poi, colpiti di fianco da mitragliatrici invisibili,
isolati dal tiro di interdizione, rimasti in pochi ormai a far fronte
ai contrattacchi austriaci, non ci è più possibile avanzare.
Ci fermiamo. Piazziamo le armi nella nuova linea conquistata e
falciamo senza pietà gli assalitori che vogliono riprenderci il
terreno perduto. I disperati attacchi che si frantumano su noi, non
ci fanno retrocedere d’un passo. Alle dieci del mattino siamo
sicuri padroni della posizione presa al nemico. Mentre i tiri
dell’artiglieria cadono come grandine alle nostre spalle e
riempiono di buche profonde la verde conca, un fante ha avuto
l’ardire di salire su quei pochi meli e sfidando la morte che
intorno aleggia, ne raccoglie i gustosi frutti che poi ci reca per
dissetarci.
Il combattimento è cessato e la morte ch’è avanzata, ha diffuso
intorno un lugubre silenzio.Improvvisamente una grandinata di bombe
ci investe. Ci buttiamo di colpo ventre a terra. Un sergente, steso
morto accanto ai miei piedi, viene nuovamente colpito dalla ventata
di fuoco e di ferro; questo povero corpo morto diventa una poltiglia
e quel poco di sangue che ancora trovasi nella sua carne ci schizza
sugli abiti, sul viso. Impugno disperatamente la mitragliatrice e con
terrore noto che non risponde al comando. Il castello dell'arma
colpito da una grossa scheggia e l'arma si è inceppata. Disperati
raccattiamo bombe e le lanciamo con forza contro gli arditi
assalitori i quali con altrettanta lena ce le contraccambiano. Tante
ce ne vengono recate, altrettante le scagliamo. Quanto tempo dura
questo gioco disperato? Ma le sorprese non sono ancora finite.
Frattanto, carponi, sei austriaci riescono avvicinarsi inosservati a
pochi passi da noi con lo scopo di impadronirsi della mitragliatrice.
Solo in quattro siamo rimasti a difendere quest'ordigno ferito dal
fuoco nemico, ma benché l'arma sia inservibile non l'avranno!
Scattiamo in piedi, urliamo, spariamo all'impazzata riuscendo a
questo modo a stordire i nemici che buttano le armi, alzano le
braccia e si arrendono. Oh! ecco i nostri primi prigionieri i quali
vengono presi in consegna da un soldato che li accompagna al Comando
di reggimento. Ma il combattimento non cessa ancora: si spara, si
spara, si spara!
Agostino Tambuscio, 275° reggimento fanteria, brigata Belluno

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