Trincea delle Frasche, 18 novembre 1915
Il Capitano ha voluto che rimanga vicino a lui al fine di potergli
recare informazioni qualora gli abbisognassero.
Essendo stato dato l’allarme che gli Austriaci stavano avanzando,
dietro ordine del sig. Ten. Colonnello, io, seguito dal fedele
Leoncini, il quale volonterosamente mi aveva accompagnato nelle
ricognizioni a Monfalcone, sono andato a vedere se realmente il
nemico avanzava.
Assicuratici che nulla vi fosse, ci siamo affrettati per darne
notizia ma, nel ritorno una pallottola colpì il Leoncini il quale ha
avuto fortunatamente la mammella sinistra leggermente forata.
Alle ore 17, essendo venuto l’ordine, la compagnia ha cominciato a
sfilare andando ad occupare la trincea delle frasche, ossia il ben
triste trincerone della morte!
Il mio compito era quello di assicurarmi che la compagnia sfilasse
con regolarità. Il quadro che ho visto era orrendo, anzi posso ben
chiamarlo macabro.
Il luogo è giustamente chiamato “Trincerone della morte”.
Si, meglio di così non poteva essere denominata quella trincea.
I cadaveri colà vi erano semplicemente a mucchi. Ve ne erano di
quelli morti da un giorno, altri da dieci e quindici giorni dai quali
esalavano fetori insopportabili.
Eravamo tutti demoralizzati nel vedere quei poveri disgraziati
compagni nostri, chi con la faccia insanguinata, chi decapitati e chi
squarciati orribilmente.
Ma qui sfortunati figli, quei corpi mutilati, non dovevano aver pace
anche dopo morti!!
Ogni qualvolta che scoppiava una granata rimanevamo terrorizzati
perché dovevamo assistere, nostro malgrado, a scene orrende.
Ad ogni esplosione venivano lanciati per aria cadaveri, braccia,
gambe che poi andavano a sfracellarsi sulle rocce del Carso.
Quante madri e quante spose piangeranno senza che s’immaginino che
i loro cari sono in briciole, in polvere! Ecco cos’è la guerra…
Una infinità di dolori!!
Erano circa le ore 20 quando sono andato in cerca del Capitano per
dargli delle informazioni. Ma, nel mentre che stavo disimpegnando la
mia missione, una pallottola mi ha squarciato orribilmente il braccio
sinistro.
Dal gran dolore sono caduto a terra svenuto: sarei rimasto certamente
li, se un mio buon amico non mi avesse trasportato al posto di
medicazione.
Appena fatte le medicazioni del caso, sono stato trasportato
nell’Ospedaletto di Foliano dove ho passato una nottata terribile.
19
novembre. Alle ore 7 sono partito assieme ad altri
feriti.
Dopo aver girato in diversi luoghi ci hanno ricoverati in un
ospedaletto da campo a Portolongo. Il nostro peregrinaggio non doveva
ancora terminare. Verso le 14, di nuovo sull’automobile, per essere
trasportati nell’Ospedale di Porpetto, piccolo paese che trovasi
vicino al vecchio confine italiano.
Dopo ben 7 mesi di vita triste e dolorosa, ho avuto la fortuna di
riposare le mie indolenzite membra in un letto.
Cesare Ermanno Bertini, 21^ reggimento fanteria

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