Navi, fanti e MAS: la Marina italiana nella Grande Guerra
La Grande
Guerra è per molti italiani “distante” dal mare. Nel
pensiero e nella memoria dei libri di storia, la guerra si combatteva
sui monti, sulle pietraie del Carso, tra le trincee lorde di fango e
sangue e sotto le incessanti detonazioni dei proiettili nemici. Non
le onde del mare, ma le vette delle Alpi, a fare da scenografia a
quel sacrificio di migliaia di uomini. Non i cannoni delle corazzate
e delle navi, ma le mitragliatrici poste dall’altra parte della
trincea i simboli del nemico e della morte. Per un Paese che ha
visto il suo più grande tributo di sangue sugli altipiani e che
aveva come obiettivo strategico terminare, idealmente, le guerre di
indipendenza con Trento e Trieste, non può essere diversamente.
La terra, le montagne, le trincee hanno in larga parte forgiato
una generazione, mietuto una quantità infinita di morti e costruito
una mitologia nazionale che va dal Piave a Caporetto fino a Vittorio
Veneto. Un’epopea nazionale che fa della terraferma il suo vero
sacrario. Tuttavia la Marina Militare, o meglio l’allora Regia
Marina, ebbe un ruolo più silenzioso ma non meno importante per la
vittoria dell’Italia nella Prima guerra mondiale. Perché se le
trincee, le catene montuose e i fiumi erano le frontiere dei due
eserciti che si scontravano nella logorante guerra di posizione, era
in mare, nell’Adriatico, l’altro fronte in cui combattevano
l’Italia e l’Impero austro-ungarico. Ed era lì che passava gran
parte della sopravvivenza di un impero che aveva solo una costa da
cui poter ricevere rifornimenti: quella balcanica. Navi, fanti e
MAS: la Marina italiana nella Grande Guerra La componente
marittima delle Forze Armate italiane ebbe da subito un compito
complesso. Innanzitutto perché il nemico, cioè l’Austria-Ungheria-
era a poche miglia dai propri porti. Non si trattava dunque di
spedizioni lontane dai propri arsenali e dalla popolazione civile, ma
un avversario che si trovava dall’altra parte dell’Adriatico. Un
mare che, oltre alla prossimità tra Paesi rivieraschi, offriva anche
coste molto diverse tra loro, con quella italiana che ha una
conformazione molto più regolare rispetto a quella frastagliata e
densa di insenature dell’area balcanica. La Regia Marina si trovava
pertanto a dover fronteggiare non solo un avversario temibile
(per quanto la componente più pericolosa e moderna, quella dei
sommergibili, era in larga parte attesa dall’industria tedesca), ma
anche una triplice sfida. Agli uomini della flotta italiana – non
solo imbarcati – era richiesto di colpire il naviglio nemico,
proteggere le coste italiane e, infine, bloccare le vie rifornimento
dell’Impero dal Mediterraneo: in pratica Otranto doveva
essere un punto di strozzatura ideale per frenare
l’approvvigionamento del nemico.
Un
complesso sistema strategico cui si aggiunse anche l’avvento della
componente aerea della Regia Marina, con gli idrovolanti che
compirono innumerevoli missioni su tutto il fronte (si
parla di 36mila operazioni).
Esisteva
dunque un piano di operazioni marittimo diversificato. Da una parte
quello strategico del controllo dell’Adriatico (oltre a
quello più sconosciuto dei laghi) e delle principali basi e città
dell’Alto Adriatico, a cominciare da Venezia. In questo caso, non
va dimenticato anche il coinvolgimento della Marina francese e di
quella britannica, preoccupate del Mediterraneo come lo era anche la
Marina tedesca. Dall’altra parte, il secondo piano di operazioni,
che poi è quello rimasto più limpido nella memoria collettiva, era
dato da una serie di missioni dall’elevato simbolismo e che
confermavano un aumento delle capacità tattiche della Regia
Marina. I marinai italiani vengono così ricordati per le
missioni contro le basi navali austriache nell’alto Adriatico, in
particolare con l’impiego dei MAS (Motoscafo Anti
Sommergibile). Con questo nuovo tipo di unità, armata di
mitragliatrice, siluri e bombe, i militari ingaggiarono con la Marina
austriaca una guerra logorante, i cui più importanti episodi furono
l’affondamento della Wien,
la cosiddetta “beffa di Buccari“, l’affondamento della Szent
Istvan,
passata agli onori come l’Impresa di Premuda (missioni guidate
dal comandante Luigi Rizzo). Infine, sullo scadere della Grande
Guerra, l’ultima missione: l’affondamento della corazzata Viribus
Unitis nel
porto di Pola da parte di Raffaele Rossetti Raffaele Paolucci. Una
missione “non convenzionale” – preludio delle più importanti
operazioni delle forze speciali – che chiuse l’impegno della
Marina nella Grande Guerra, visto che solo due giorni dopo
l’Austria-Ungheria firmò l’armistizio con l’Italia. Missioni
che rimasero scolpite nell’immaginario di tante persone, anche per
la presenza di quello che poi divenne il “poeta-vate” Gabriele
d’Annunzio. E che se il passare del tempo rischia di vedere sfumare
nella percezione delle nuove generazioni, non devono essere
abbandonate: perché parte di una memoria collettiva che serve a
ricordare cosa fu quella Grande Guerra per gli italiani.

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