Legato al palo
La
tradotta ci portò fino ad una piccola stazione delle retrovie.
Quindi proseguimmo a piedi per una località della provincia di
Treviso, dove ci sistemammo in due grandi caseggiati separati da un
ampio cortile, al centro del quale era piantato un palo, di cui non
si riuscì subito di capire la funzione.
L'indomani
completammo il nostro equipaggiamento con dotazione individuale di
cartucce e viveri a secco.
Oramai
eravamo pronti, come fanti, per il battesimo del fuoco.
Qualche
giorno dopo ci mettemmo in marcia per portarci in prima linea.
Facemmo tappa in alcuni casolari, dove trascorremmo la notte, e
l'indomani riprendemmo la marcia.
A
mano a mano che avanzavamo si avvertivano sempre più distintamente
il rombo del cannone e gli spari della fucileria. Poi abbandonammo la
strada e proseguimmo la marcia, in fila indiana, attraverso i fossati
che delimitavano i campi.
Ora
il terreno era qua e là sconvolto da buche prodotte dalle esplosioni
delle granate. Si vedevano alberi stroncati e case sventrate o rase
al suolo.
A
sera inoltrata raggiungemmo l'argine del Piave in località Fossalta.
Razzi illuminanti solcavano il cielo e fasci di luce di riflettori
sciabolavano il buio della notte. Procedevamo in silenzio; il nemico
era a poche decine di metri da noi. Ad un certo punto ci fermammo.
Altre ombre emersero dall'oscurità. Erano i reparti di fanteria che
dovevamo sostituire. Dopo lo scambio delle consegne che si effettuò
rapidamente fra i comandanti, ci sistemammo in alcune case
semidiroccate, a ridosso dell'argine, rinforzate e protette da muri
di sacchetti a terra. C'era anche un ricovero scavato nell'argine,
dove ci dissero di ripararci nel caso di tiri di disturbo
dell'artiglieria nemica.
[...]
Fu
uno di quei giorni (di
riposo NdR)
che ebbi modo di rendermi conto della funzione di quel palo in mezzo
al cortile. C'era legato, con le mani incrociate dietro la schiena,
il soldato Cataldo, un barese sui trentacinque anni, con i capelli
brizzolati, un paio di baffetti all'americana ed un'aria da "guappo".
Era sempre pronto a litigare ed a menare le mani, ma anche pronto a
buttarsi nel fuoco se lo si prendeva per il verso giusto.
– Cosa
ha combinato Cataldo? – chiesi ad un compagno.
– Ha
mandato a quel paese il suo capo squadra per un servizio di corvée
che secondo lui non gli spettava.
Cataldo
non si smentiva neanche legato ed esposto al ludibrio del
battaglione. Canticchiava sottovoce con la sua aria da "guappo",
il berretto sulle ventitré ed un sorrisetto ironico sulle labbra.
Antonio
De Maria militare, reggimento di artiglierie bombarde

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