La “guerra bianca” dell’Adamello: un duello ad alta quota tra ghiacci e tenebre
Un
enorme tricolore sventola sul versante meridionale dell’Adamello:
la grande bandiera issata a sei metri d’altezza a 3.539 metri di
quota sulla cima della vetta che domina la Valcamonica celebra dal
2018, centenario
della fine della Grande Guerra, l’elezione della montagna bresciana
a territorio sacro dell’Italia. L’Adamello
fu tra il 1915 e il 1918 teatro delle più estreme azioni condotte da
truppe del Regio Esercito e uomini dell’Impero austro-ungarico sul
fronte italiano, la “guerra
bianca” combattuta
tra ghiacci, anfratti delle montagne, tunnel sotterranei e
altipiani. Battaglie ad alta quota caratterizzarono l’intero
complesso delle Dolomiti e delle Alpi Retiche meridionali. Ma nessun
versante ebbe la stessa salienza e la stessa continuità di
combattimenti in condizioni estreme del versante bresciano
dell’Adamello e del prospiciente tratto montano alto-atesino, che
segnavano ai tempi il confine di Stato ad alta quota. Quello che
animò la punta nord della provincia di Brescia fu un duello svoltosi
su postazioni di roccia e ghiaccio ad oltre 3000 metri di quota, in
condizioni ambientali e climatiche difficilissime, su un ristretto
fronte che dall’Adamello conduceva al rilievo dell’Ortles-Cevedale
attraverso il Passo del Tonale, per tutti i tre anni e mezzo del
conflitto tra Roma e Vienna.
L’
inferno bianco dell’Adamello fu
una battaglia tra gelo e tenebre. Una sfida proibitiva ai limiti
della sopravvivenza in cui le truppe italiane ed austriache
combattevano sia le une contro le altre sia contro il comune nemico
delle condizioni naturali avverse. L’alta
montagna era
sia fonte di
protezione
durante le fasi in cui le truppe erano sulla difensiva, offrendo
ripari e ancoraggi naturali, che ostacolo per operazioni coperte
condotte spesso nelle ore notturne, attraverso una guerra di minature
e incursioni che reclamava vittime tra le truppe alpine dei due
schieramenti.
Soprattutto,
era causa di possibili minacce naturali: l’inferno
bianco impose
un durissimo tributo di sangue. Il crollo dei seracchi, le tormente
di neve, lo sganciamento delle valanghe provocarono decine di
migliaia di morti su tutto il fronte alpino e non risparmiò
l’Adamello. Non si contarono le morti per gli inedia e
assideramenti legati a un contesto in cui, sopra i 3mila metri di
quota, l’inverno poteva durare sino ad otto mesi ininterrotti e
portare con sé nevicate abbondanti da ottobre a maggio, con accumuli
superiori ai 10 metri in ogni settore. La temperatura proibitiva
oscillava mediamente in questo periodo dai -10° ai -20°, con punte
minime di -40°. Inoltre il sistema medico-sanitario, che pure
agiva al massimo delle proprie possibilità ed era considerato
all’avanguardia, si trovava a dover gestire con pochissime risorse
una logistica complessa, comprendente trasporto, cura e ricovero
di migliaia e migliaia di uomini sfiancati da una malattia o feriti
da colpi di artiglieria. Sull’Adamello tutte le azioni
italiane condotte dal 4° e dal 5° Reggimento Alpini e dai fanti
della 1ª Armata con sede a Verona, furono agli ordini del generale
Roberto Brusati prima (1915-1916) e di Guglielmo
Pecori Giraldi poi
(1916-1918). Esse tendevano sostanzialmente a scardinare,
direttamente o indirettamente, il caposaldo austriaco dei Monticelli,
in modo da permettere alle truppe del Regio Esercito di occupare il
Passo del Tonale e dominare le vallate alleggerendo i fronti
orientali. Alpini
e imperiali, un duello cavalleresco Gli
austriaci, che altrove nel contesto della Gebirskrieg (“guerra
di montagna”) avevano provato a muovere all’offensiva, per larga
parte del conflitto si mantennero sulla difensiva appoggiandosi alle
retrovie della Festung
Trient, la
fortezzadi Trento che dominava il saliente vicino all’Adamello. Le
forze imperiali avevano il proprio nerbo
nelle k.k. Gebirgstruppe (Truppe
da Montagna), incardinate su battaglioni di fanteria reclutati
direttamente nella regione imperiale del Tirolo che conoscevano
dettagliatamente il territorio e rafforzate dalle forze della milizia
di leva (Standschützen). Gli
austriaci sul fronte dell’Adamello si erano arroccati e, nonostante
un rafforzamento delle frontiere minore di quello compiuto
sull’Isonzo, avevano comunque disposto trinceramenti e scavato
numerose caverne lungo la linea del fronte che collegava i Monticelli
alle alture del Tonale orientale, contribuendo anche a consolidare le
loro posizioni sui Passi Paradiso, Castellaccio e Lagoscuro che
dominavano la conca di Ponte di Legno. Offensive, colpi di mano,
scalate notturne dei canaloni alpini, azioni di incursione si
alternarono per tre anni in una guerra sfiancante concentrata in
settori ben precisi, in cui ogni picco, ogni crinale, ogni vetta
rappresentava
un nuovo caposaldo strategico da conquistare e consolidare. La
campagna primaverile del 1916, ad esempio, fu completamente assorbita
dall’assalto italiano al Ghiacciaio
del Mandrone, compiuto
dai montanari lombardi del 4° Alpini, dotati dei più moderni
ritrovati tecnologici e estremamente addestrati. Partendo dal
rifugio Giuseppe
Garibaldi,
ancora oggi crocevia importante per gli alpinisti situato a 2.500
metri
di quota sul versante Nord dell’Adamello nel comune camuno di
Edolo, gli alpini si impegnarono per settimane nel marzo e
nell’aprile 1916
a
consolidare le proprie posizioni nella vasta area di “terra di
nessuno” che
intendevano
poter sfruttare. Il capitano Natale
Calvi addestrò i
suoi uomini
all’utilizzo
degli sci facendone il primo reparto d’assalto di alpinisti
sciatori, un anticipatore del leggendario battaglione “Monte
Cervino”. Eguidò di persona una serie di ricognizioni esplorative
assieme ai suoi ufficiali e sottufficiali conducendo alla conquista
del Monte Fumo, di Cresta Croce e del Ghiacciaio del Mandrone. Tra
l’aprile 1916 e il 1917 la battaglia si concentrò a quote estreme,
attorno ai 3.400 metri del Corno di Cavento, occupato dagli italiani
ma poi investito dall’azione di numerosi reparti d’assalto
austriaci attraverso azioni di incursione, gallerie e assalti contro
gli alpini a quote proibitive. Per più volte la cima del Corno
fu contesa tra i due eserciti nel corso di due anni, e gli austriaci
desiderosi di contrattaccare utilizzarono anche l’artiglieria
pesante, che
nel settembre 1917 investì e rase completamente al suolo l’abitato
di Ponte
di Legno. Fu
questo
l’unico episodio veramente controcorrente di una battaglia che,
nella sua immensa tragicitià, fu condotta da entrambe le parti con
valore.
Alpini
e Kaiserjäger si
fronteggiarono per tre anni e mezzo pagando il rischio di generare
valanghe, di cadere vittime delle tormente e di subordinare
l’addestramento militare ala preparazione alpinistica e la
resistenza fisica. I soldati nemici erano, sotto il profilo sociale e
identitario,
molto
più simili tra di loro di quanto fossero, sullo stesso fronte, gli
uomini provenienti da parti diverse dei rispettivi Stati che si
scontrarono sull’Isonzo: uomini di montagna, abituati a obbedire,
dotati di un enorme attaccamento alla propria terra e di un grande
senso del dovere, che si combattevano con onore e senza odio tenendo
quasi sempre comportamenti cavallereschi. La
fine della “guerra bianca” Nel
1918 il fronte italiano tenne di fronte alle conseguenze della
battaglia
di Caporetto
dopo
la quale, nei mesi successivi, il 13 giugno gli austriaci sferrarono
un
ultimo
attacco per cercare di rompere le linee italiane anche sul fronte
dell’Adamello. La Lawine
Expedition (“offensiva
valanga”) mirava a sfondare le linee del Regio Esercito, portò
alla riconquista del Corno nell’ultima vittoria asburgica ma esaurì
le forze imperiali, dato che in conseguenza a quanto accaduto sul
resto del fronte dopo l’estate si avviò il riflusso. A inizio
novembre, mentre a Vittorio Veneto crollava la resistenza
degli
imperiali, gli austriaci lasciarono il Tonale. Gli Alpini dilagarono
da tutti gli anfratti, il crollo del fronte portò all’abbandono
della fortezza di Trento di cui l’Adamello doveva essere
l’inespugnabile guardiano. La “guerra bianca” delle
tenebre, dei ghiacci e del silenzioso e muto eroismo degli alpini di
entrambi gli schieramenti si concluse lasciando dietro di sé i
morti
conservati nelle nevi e nei ghiacci, i forti abbandonati e le
montagne scavate a perenne memoria del passaggio degli italiani e
degli imperiali sulle vette dell’Adamello. A oltre un secolo di
distanza, è difficile trovare nella storia bellica un esempio
analogo di combattimenti prolungati condotti in condizioni tanto
proibitive per un lasso di tempo tanto lungo. La storia della guerra
bianca dell’Adamello desta ammirazione ma anche un pensiero
profondo circa l’assurdità tragica che seppe raggiungere la Grande
Guerra. Ma dimostra anche quanto siano vere le parole che, decenni
dopo, un grande alpinista come
Walter Bonatti pronunciò testimoniando
il legame tra uomo e vette: “Le grandi montagne hanno il valore
degli uomini che le salgono, altrimenti non sarebbero altro che un
cumulo di sassi”. E la storia di coloro che si arroccarono
sull’Adamello, si identificarono con la sua geografia, subirono le
conseguenze della sua natura inclemente lo testimonia.
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