La distruzione di Asiago, 9 settembre 1916
Asiago! Attraverso tortuosi
camminamenti tagliati profondamente nella terra rossa vi si giunge
quasi d’improvviso. Io ho percorso in parte la strada che la
allaccia con Canove e si svolge parallelamente alla ferrovia. È
spaventoso. Una città cancellata dal mondo così come si fa sulla
nostra carta con frego di lapis. Qualche muro ritto qui, là travi
carbonizzati, pavimenti sfondati. Via Mazzini, Via Trento-Trieste, la
stazione, il Duomo: dei cadaveri. Eppure attraverso le rovine, la
città ha ancora degli angoli civettuoli e presso la stazione dei
vialetti di acacia tra le villette coi tetti rossi sono ancora lì ad
attirare il chiasso dei bambini e gli oblii di una coppia. Ah, Italia
mia immortale! Le case, gli edifici sono oltraggiati senza tregua,
senza misura. Ogni stanza è violata, ogni angolo più remoto serba
il ricordo di un vandalismo. La stazione dei RR.CC è sossopra e
dagli armadi sgangherati scappano fuori carte a josa e libracci
polverosi. Li apro: persone de arrestare: data 1894.
Alcune case più eleganti ed
intatte quasi per miracolo hanno l’uscio sprangato. Ma nella parte
presso il Duomo le case si guardano in faccia l’un l’altra dalle
loro finestre vuote e senza imposte mentre il vento entra libero dai
tetti abbattuti e carbonizzati. È un pianto. Sulla scalinata grande
del Duomo l’erba è cresciuta altissima e sembra un fraticello
inclinato geometricamente. Il campanile ha avuto un grande
scapaccione che ha buttato giù mezza parete in cima, sicché ora la
campana, crollata già a mezzo, si adagia pigramente fra macerie
senza più alcun riparo sul capo. Un fotografo ha tutta la sua casa
piena, letteralmente tappezzata di carta, cartoni, fotografie e
lastre. Si cammina e sotto il piede a decine scricchiolano le lastre
gettate all’aria e nascoste da cento stracci. È una disgrazia
veramente grande per questo pover’uomo. Ho preso a caso una lastra
in mano. È una bella giovinetta che poggia il braccio ad una
colonnina ed ha in mano un piccolo mazzo di fiori. Essa mi guarda
impassibile dal suo volto nero come quello della Madonna di Loreto e
impercettibilmente sorride. Ecco uno strano sorriso che non si è
ancora spento sotto l’onda della conquista brutale e che pur
testimone di tanta ingiustizia sembra non serbarne in se traccia
veruna. Calpestata dalle scarpe ferrate dei soldati avversi ella
conserva in se una serenità evidente quasi misteriosa. Ho preso con
me la lastra e l’ho unita ai miei ricordi di guerra.
Alfredo Zapponi, 43°
reggimento fanteria, brigata Forlì
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