Combattimenti a Villaccia (UD), 30 ottobre 1917
Chiamai a raccolta gli uomini che potei e via di corsa per i viottoli
e fra i canneti con una paura in corpo di prendersi una raffica di
mitragliatrice dal campanile, da dove potevano vederci. Corri, corri,
chinati, rannicchiati per prendere meno spazio, giungemmo fuori dalla
vista del campanile. Incontrai i colleghi, che mi raccontarono come
anche loro, sorpresi da raffiche così violente di mitragliatrici,
ostacolati dai fossi che intersecano la campagna, non erano potuti
giungere al paese. Il capitano Sisino non c'era. Si diceva che,
venuto a contatto col nemico, s'era preso una calciata di fucile
sulla testa, non credo sia una cosa vera. Un altro che se l'era
passata male era il povero Berti-Ceroni, un aspirante bolognese del
'98 (non pratico della guerra), che quando aveva visto gli Austriaci
dietro un fossato era uscito sulla strada a sparar loro con la
pistola; s'era preso una fucilata in pieno petto ed era stato portato
al posto di medicazione moribondo. Ci raccogliemmo nel paese di
Pozzecco. Di tutto il reggimento saremo stati una quarantina. Molti
si erano sperduti nella notte precedente; molti nel combattimento e
diversi erano rimasti morti o feriti.
In una barella era adagiato Berti, pallido all'estremo, quasi livido,
non parlava, si lamentava solo di aver freddo. L'aspirante medico che
l'aveva fasciato lo riteneva agli estremi. La pallottola, entrata nel
petto con un forellino, era uscita dalla schiena dalla quale ad ogni
respiro uscivano fiotti di sangue! Una cosa impressionante! Dopo la
ritirata fu dato per disperso; nessuno volle dire alla famiglia che
era morto, ma ognuno di noi lo pensava. In quelle condizioni,
affidato a quattro portaferiti, era lecito supporre che appena gli
Austriaci si fossero avvicinati, sarebbe stato abbandonato alla sua
triste sorte. La supposizione era confermata dal fatto che fino a
dicembre, mese in cui noi stemmo in Italia, la sua famiglia non ne
aveva notizie e ne chiedeva a noi.
Chi avrebbe detto, invece, che in
prigionia dovevo rivederlo e in piedi nuovamente?
Era stato accolto da una famiglia
e curato poi da medici austriaci. Ricoverato all'ospedale di Udine,
vi era stato cinque mesi, cioè fino al marzo, senza poter né
scrivere, né telegrafare alla famiglia. Solo quando poté essere
trasportato in un altro ospedale poté farsi vivo.
Alle 16 o 16
e trenta, ci mettemmo in marcia verso il Tagliamento al quale
speravamo di giungere prima di notte.
Cibo: qualche torsolo di cavolo
sbarbato da orti e pulito col temperino!
Luigi Merlini, 229^ fanteria
Commenti
Posta un commento