Plezzo Bovec, 16 settembre 1915
A
mezzo giorno ci viene l'ordine di star pronti per l'assalto. Allora
io dicei: Oggi é il giorno che si muore, caro de Piero che era un
mio compagno che cercava pidocchi. Sì, mi disse. E io gli dico: No,
No! non si muore. Coraggio! Un momento dopo passo la posta lungo la
trincea che si faceva il passamano. Io la presi in mano e ne trovo 6
mie e una portava mille ricomandazioni di non cadere prigioniero
della mia piccina che mi avrebbe più contenta morto che prigioniero.
Ed invece mi toccò proprio così a cadere sotto i barbari chiamati
da lei.
Quindi
il mezzogiorno é passato e non si sente più niente. Ma a un tratto
si sente: il tascapane con le munizioni dentro; il fucile carico con
baionetta anastata!
Io
gli dissi al mio compagno ridendo: Ci siamo, coraggio! se muoio io, o
l'uno o l'altro di scriverci a casa. Sì, va bene! mi disse.
L'indirizzo lo sappiamo. Si, siamo pronti a tutto. Allora viene
ordinato l'avanti! Allora io e il mio compagno un salto fuori dei
primi siccome i primi non sono così facile colpiti dalle linee di
mira nemiche come abbiamo visto nelle avanzate fatte. E' tutta
pianura e non si può nascondersi al riparo; un tratto di corsa e poi
a terra abbiamo percorso circa 500 metri della linea nostra. Le grida
dei feriti strazianti facevano pietà che in pieno così avveniva; i
morti sono tanti; tutto il battaglione si mosse; mezz'ora dopo si
trovava una squadra qua una là, tutti sparpagliati e a terra. I
austriaci pronti a un altro movimento. Io verso le 5 mi trovavo io e
un altro compagno a terra sdraiati. Il fieno era alto.
A
star fermi non ci vedevano e si parlava tra noi: Qui non si potrebbe
soccorrersi in caso di una ferita! No, li dissi io e neanche non si
ha di muoversi male; in caso di una ferita strisciare a terra piano
se no ci bruciano la pelle. Da quel momento lì lui disse: C'hai del
pane? Sì, ma non mi sento di mangiare della sete che c'ho, io gli
dissi. E lui mi disse: Mangio un pezzo piano piano. Lo levò del
tascapane. Nel muoversi i austriaci lo vederono a muoversi. Ecco che
una mitragliatrice è pronta a spararci. Il secondo colpo lo prese in
un fianco. Dette un grido sottovoce e barcollò a terra che non gli
diette il tempo di mangiarlo. Io li ricomandai di ritirasi a terra
che é pericolo che ne prende delle altre. Ecco un altro grido e ne
prende un'altra. E poi m'han visto pure me e mi spararono. Subito
adagio io mi ficco forte a terra. La prima pallottola mi bucò la
scarpa. E io fermo considerando la mia morte che era del momento.
Ecco una al fianco destro, l'altra al fianco sinistro, ecco 3 che si
impiantano nella terra davanti la testa nemmeno 50 centimetri
distante. E poi credendomi morto cessarono di sparare. E io dissi tra
me: Se non sono morto adesso non muoio più che qualchiduno mi
protegge. Da lì a un poco si fece scuro un pò. Io che in quel
momento mi credetti sicuro mi ritiro circa 30 metri in un mucchio di
terra per soddisfare un bisogno corporale. Il quale di lì mi arriva
un colpo nel braccio destro e mi vedo che il gomito era bucato da una
pallottola che mi bucò la giubba senza ferirmi. E anche lì ho
considerato che dovevo essere protetto. La sera stessa andiamo sotto
i articolati loro. A 30 metri si fece un fosso costruito per
difendersi.
Tutta
la notte si lavorò. Il fosso era fondo un metro e largo un metro.
L'indomani di mattina mi metto a dormire ma non potetti soddisfarmi
perché lì era anche un tenente accanto che voleva riposare e quindi
troppo fitti non si poteva dormire. Verso le 8 andai in un cespuglio
per riposarmi ma anche lì non potetti stare del cannoneggiamento
nemico che tutte le granate cadevano vicino. Mi ritiro nella trincea.
Pochi minuti dopo in quel cespuglio caddero una ventina di granate di
tutte le specie. Anche quella era la mia fortuna che ero ritirato.
Sono le 10. Dal comando del generale toccava avanzare. Il primo
ordine fu respinto. Il secondo lo stesso. Un terzo lo stesso.
Dichiarando che era impossibile avanzare. I articolati sono intatti e
quell'ordine viene portato da soldati addetti e tutti morirono delle
fucilate. Di nuovo viene un contro ordine: avanzare a qualunque costo
questa notte. E questo non poterono respingere. Verso le 2 dopo mezzo
giorno avviliti tutti del macello che accadeva su di noi e del
cannoneggiamento nemico che tutte le granate caderono vicino la
trincea; alle 2 e mezza cadde una granata nella fossa della trincea e
scoppiò. Un grido subito si sente. Due morti sei feriti gravemente.
Io mi trovavo poco distante, circa 4 metri e per fortuna non ebbi
ferita alcuna. I feriti gridavano soccorso ma nessuno gli diede
soccorso perché uno di questi era il barbiere della compagnia e non
ci faceva la barba solo a chi voleva lui e pretendeva una lira alla
volta oltre la paga della compagnia. Quindi oltre questo era il
pericolo di prendere delle fucilate e morire. Io e un altro ci siamo
rassegnati e siamo andati a soccorrerli. Due ne medicai che avevano
spaccate tutte due le gambe in sei posti, la pianta dei due piedi
rotta, il braccio destro delle grosse ferite e la mano gli rimase le
unghie attaccate, la pelle e le ossa dei diti levato e tutto il palmo
il sangue era diventato un lago. Con tutti quei feriti ci toccava
metterci in ginocchi e i piedi sopra altri morti che eravamo stretti
benché la granata aveva allargato. Le grida strazianti facevano
pietà. L'altro ferito che io medicai era eguale ferito dell'altro.
Una cosa di meraviglia stetti due ore per ciascheduno.
Alle
sette erano vivi ancora. Vado giù al comando siccome era scuro
venuto per ordinare le barelle di portarli indietro. Là trovati
tutti i feriti da due giorni prima che languivano nei dolori e
barelle non trovo niente. Allora come si fa? Intanto andai a lavarmi
nell'Isonzo e portarci su un fiasco d'acqua pei feriti che muoiono
della sete che quanto uno é ferito soffre la sete. Incontrati il mio
maggiore il quale disse dove vado e di che compagnia sono. Io gli
risposi che sono venuto a trovare delle barelle perché in trincea
sono diversi feriti e di morti alla I^ compagnia e adesso non ho
trovato barelle li vado a prendere un fiasco d'acqua. E lui mi dice:
Vedi di fare presto perché questa notte é l'avanzata del
battaglione. Gli risposi: Signorsi'. E andai a lavarmi che ero come
un macellaio. Lavato e preso il fiasco d'acqua andai indietro. Trovai
che uno dei feriti che avevo medicato era morto. L'altro trovai altri
compagni e andai a prenderlo. Gli dietti da bere ma più non era
fiducia di vita. Diceva che moriva momento per momento. Lo tiriamo
fuori della trincea per portarlo via in un telo da tenda. Non si potè
toccarlo che gridava. I austriaci mandavano i riflettori e poi ci
sparavano con l'artiglieria. Noi altri si lo prende su e si lo porta
un passo alla volta indietro. Le cannonate fioccavano da vicino e il
ferito diceva: Lasciatemi qui che muoio solo e sono sicuro che vi
ammazzano anche voi altri che siete sani. Lo porto fino al comando di
compagnia e poi lo consegno ad altri che io non mi sentivo di
portarlo più avanti al comando di battaglione. Il ferito conteneva
due orologi, 300 lire fra i quali mi aveva chiesto che li dia a lui i
soldi di quel suo amico che era morto al fianco suo. Lo consegno un
orologio e settanta lire. I altri compagni che lo portarono al
comando di battaglione, non sapevano dei soldi che conteneva. Durante
la strada morì e lo metterono sotto un albero e ritornarono
indietro. Io siccome ero fermato al comando della compagnia mangiai
un pezzo di carne che puzzava e un po' di pane. Mi presi una pagnocca
con me che in quei momenti c'era più pane che acqua nell'Isonzo.
Andai in trincea dove ero prima e mi mettei in una fissazione, in un
panico così straordinario che in tutta la guerra non ebbi avuto un
panico simile.
Giuseppe
Garzoni, 6° reggimento bersaglieri

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