L’ottenimento della Buddità
Un
voto, un grande desiderio, una forte decisione. Più di
duemilacinquecento anni fa, il giovane principe Gautama Siddharta
uscì dal palazzo reale e scoprì la sofferenza: si imbatté in un
vecchio, un malato e un morto. Incontrò un monaco, simbolo di
ricerca interiore, e decise di seguirlo per cercare una risposta,
abbandonando la dimora avita, gli agi, il benessere. Il grande
desiderio di trovare una soluzione alla sofferenza umana fu l’origine
della sua Illuminazione e l’atto di fondazione del Buddismo.
«Sin
dall’infanzia – scriveva Nichiren Daishonin nel milleduecento –
ho studiato il Buddismo con un solo pensiero nella mente. La vita
dell’essere umano è fugace. Ogni respiro può essere l’ultimo.
Nemmeno la rugiada asciugata dal vento è tanto effimera. Nessuno,
saggio o sciocco, giovane o vecchio, può sfuggire alla morte.
Per
questo il mio unico desiderio fu di risolvere questo mistero eterno.
Il resto era secondario». E ancora: «Fin da bambino ho pregato di
fronte al bodhisattva Kokuzo chiedendogli di farmi diventare la
persona più saggia di tutto il Giappone. Il bodhisattva si trasformò
davanti ai miei occhi in un venerabile prete e mi concesse un
gioiello di saggezza splendente come la stella del mattino» (Gli
scritti di Nichiren Daishonin, vol. 6, p. 50).
Da
qui parte la sua Illuminazione. Il “gioiello” è la
consapevolezza della vera natura della vita, che contiene
l’intrinseca natura di Budda. Questo concetto è il cuore del Sutra
del Loto di Shakyamuni e l’essenza dell’insegnamento di Nichiren.
Nel
suo libro La vita mistero prezioso, Ikeda descrive così la natura di
Budda: «Secondo Gli insegnamenti orali, tutte le forme di vita
dell’universo, indifferentemente dalla loro condizione temporale,
sono essenzialmente dirette verso la natura del Budda. In altre
parole, la spinta fondamentale dell’esistenza umana è
l’aspirazione alla Buddità, l’impulso a unirsi alla forza vitale
cosmica e ritornare alla sua essenza. Questa spinta, che è più
forte dell’amore, dell’odio, della ragione, del desiderio o anche
della voglia di vivere, si trova nell’interiorità più profonda
della vita di ogni individuo, e spesso viene celata dal desiderio e
dall’ignoranza. Eppure esiste in tutti gli esseri, ed è la brama
umana più grande di tutte. Io la chiamo desiderio religioso o
istinto verso la verità ultima» (pp. 144-145).
Ottenere
la Buddità significa renderla manifesta, e utilizzarla per un grande
scopo. «Il Daishonin – afferma Ikeda – ricevette il “gioiello
di saggezza” perché pregò con grande ardore e sincerità per
trovare il modo di condurre le persone all’Illuminazione. E non
considerò questo dono come un risultato finale ma come un punto di
partenza per ricercare ulteriormente la via».
Lo
scopo del Budda è la felicità di tutti gli esseri viventi.
L’ottenimento della Buddità è il mezzo per realizzare questo
scopo. «Questo è il mio pensiero costante – afferma Shakyamuni
nel Sutra del Loto – come posso far sì che tutti gli esseri
viventi accedano alla via suprema e acquisiscano rapidamente il corpo
del Budda?» (Il Sutra del Loto, p. 305).
Il
pensiero costante è la manifestazione della Buddità, e senza questo
“pensiero costante” non si può ottenere la Buddità.
Felicità
in questo mondo
Il
Daishonin – per dirla con le parole di Ikeda – era convinto che
l’unico modo per condurre le persone alla felicità nell’Ultimo
giorno della Legge, fosse coltivare la natura di Budda in se stessi e
permettere anche agli altri di farlo, attraverso la recitazione di
Nam-myoho-renge-kyo.
Per
questo scrive: «Non c’è felicità più grande per gli esseri
umani che recitare Nam-myoho-renge-kyo». Perché Buddità e felicità
sono sinonimi. Perché scoprire la Buddità dentro di sé genera una
gioia indescrivibile, uno stato vitale interiore di «pace e
sicurezza» indipendente da qualsiasi circostanza.
Scriveva
Josei Toda: «Non pensate forse che essere un Budda significhi
considerare la vita stessa una gioia assoluta? Aver acquisito la
condizione vitale del Daishonin significa questo. Egli non era
minimamente turbato dalla minaccia della pena capitale. Chiunque di
noi al suo posto sarebbe precipitato nel panico più assoluto. Mentre
era in esilio a Sado egli trasmise molti insegnamenti ai suoi
discepoli e scrisse diversi importanti trattati fra cui L’apertura
degli occhi e Il vero oggetto di culto. Senza la pace della mente non
sarebbe certo stato in grado di farlo».
Ottenere,
manifestare la Buddità significa riconoscerla e riverirla, in sé e
negli altri. Nichiren ha scoperto che la natura di Budda si chiama
Myoho-renge-kyo, e per riverirla gli ha premesso davanti la parola
Nam, che significa dedicarsi, unirsi, venerare.
Per
questo motivo noi recitiamo Nam-myoho-renge-kyo. Per attivare,
chiamare, venerare la natura di Budda che esiste dentro di noi. È il
modo migliore di apprezzare la nostra vita. E il modo migliore di
rispettare gli altri, di apprezzarli, è considerarli dei Budda e
fare in modo che possano anche loro sperimentare e manifestare questa
meravigliosa condizione vitale.
Kosen-rufu,
il desiderio originario
Rispettando
noi per primi le altre persone facciamo emergere la nostra natura di
Budda, perché ci comportiamo come Budda. Costruire la pace e la
felicità, attraverso la propagazione del Buddismo, un processo che
noi discepoli di Nichiren Daishonin chiamiamo kosen-rufu, è
diffondere questo rispetto per ogni essere vivente. Quante persone
rendiamo felici? In quante persone facciamo nascere il desiderio di
rendere felici gli altri? Queste “domande costanti” ci permettono
di ricercare dentro di noi e di manifestare la nostra natura di
Budda.
Scrive
Ikeda: «L’ultimo giorno della Legge è un’epoca di conflitti, un
tempo in cui tutte le persone indistintamente sono portate
necessariamente a scontrarsi. La forza di resistere a questo corso
tumultuoso deriva dalla ferma convinzione che la natura di Budda
esiste, in noi e negli altri. La pratica di riverire gli altri
equivale ad agire in base a questa convinzione e kosen-rufu non è
altro che l’estensione della rete di coloro che condividono questa
convinzione e avanzano di conseguenza. Fu il Daishonin che mise in
moto la corrente di kosen-rufu, in grado di contrastare quest’epoca
di conflitti. […] Il grande desiderio di kosen-rufu è il pilastro
dell’esistenza di Nichiren. È il desiderio immenso generato
dall’Illuminazione del Budda, il “desiderio originario della
vita” che si esprime nel cuore del Budda risvegliato alla verità
che la vita stessa è l’entità della Legge mistica, l’unica
grande Legge che comprende tutte le altre. “Risvegliarsi”
significa ricordare questo desiderio originario». L’illuminazione
quindi è una partenza. Chi ottiene l’illuminazione inizia a
lottare per salvare gli altri.
«Lo
stato vitale del Budda – continua Ikeda – e il grande desiderio
di kosen-rufu sono la stessa cosa, perciò questo stato vitale si
manifesta soltanto in coloro che si sforzano di realizzare
kosen-rufu. Se non “esercitiamo gli sforzi di cento milioni di eoni
in un singolo istante di vita” (Gosho zenshu, p. 790) per
realizzare questa nobile causa, non saremo capaci di rivelare il
nostro potenziale più elevato. Quel singolo istante di vita è ciò
che viene chiamato Budda o Tathagata».
La
compassione
«Il
Budda – scrive Ikeda – percepisce che la sua vita stessa è
Myoho-renge e allo stesso tempo percepisce che tutta la vita è
Myoho-renge. Tutti gli esseri viventi sono intrinsecamente
incarnazioni di Myoho-renge. Per questo il Budda è pieno d’amore e
compassione verso tutte le persone e nutre nei loro confronti
sentimenti paragonabili a quelli di un genitore verso i figli.
Coloro
che non hanno compreso di essere entità di questa Legge soffrono e
il Budda è estremamente sensibile alle loro sofferenze, come se si
trattasse dei suoi stessi figli. Dalla sua vita sgorga un senso di
dispiacere e di profonda solidarietà. Un Budda è una persona di
compassione».
La
compassione è la natura essenziale del Budda. Josei Toda diceva che
la compassione «non è un’austerità buddista. È qualcosa che si
dovrebbe esprimere in maniera inconscia e naturale nelle proprie
azioni e nelle funzioni del proprio cuore. Il Budda non conosce altra
maniera di vivere che vivere con compassione. […] Perciò noi che
ci dichiariamo discepoli del Daishonin, per quanto possiamo essere
poveri, privi di cultura, di basso ceto sociale o comunque afflitti
dalle peggiori circostanze, dobbiamo recitare Daimoku mattina e sera
bene decisi ad acquisire almeno una milionesima parte della
compassione del Daishonin. Ciò significa sforzarci nella fede,
colmando il nostro essere ogni giorno di Daimoku – che è l’essenza
della vita del Daishonin – incidendolo nel nostro cuore,
permeandone la nostra vita, con l’obiettivo di trasformare ognuna
delle nostre attività in un atto di compassione».
Budda
tutti i giorni
In
realtà l’azione stessa di continuare a credere e a recitare
Nam-myoho-renge-kyo è già Illuminazione. Una delle caratteristiche
del Budda è l’assoluta libertà. Assoluta libertà dal karma,
assoluta gioia e assoluta speranza. «Il Budda di assoluta libertà –
scrive Ikeda nella spiegazione del Gosho Felicità in questo mondo –
è un Budda che, pur rimanendo una persona comune, vive e usa
liberamente la gioia senza limiti che deriva dalla Legge». Significa
vivere la propria quotidianità facendo riferimento costantemente al
Gohonzon, alla propria Buddità. Un’esistenza molto concreta che
Toda, nel 1957, riassunse nei “tre principi eterni” della Soka
Gakkai: fede per costruire una famiglia armoniosa, fede per diventare
felici, fede per costruire un forte io in grado di superare ogni
difficoltà. Il vero valore del Budda è il suo comportamento da
essere umano, il suo modo di affrontare la vita istante per istante.
Il suo atteggiamento di non soccombere – o indulgere – agli
effetti del corso degli eventi, ma essere egli stesso un evento,
causa consapevole del proprio futuro e del cambiamento. «In ultima
analisi – conclude Ikeda – è una questione di “consapevolezza”.
Dobbiamo risvegliarci alla realtà che noi siamo la Legge mistica.
Dobbiamo costruire la consapevolezza che stiamo vivendo sulla base
della Legge mistica attraverso le tre esistenze di passato, presente
e futuro.[…] Aprire gli occhi al Budda che abbiamo dentro, alla
Legge mistica dentro di noi è il fulcro della fede e la base del
Buddismo».
di
Maria Lucia De Luca - tratto da Buddismo & Società n.95 - 2002 |
novembre/dicembre

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