La battaglia delle Melette (novembre/dicembre 1917)
Esauritasi
con quelle migliaia di morti e con nulla di fatto la “Battaglia
dell’Ortigara”, le posizioni dei due schieramenti nella parte
settentrionale dell’Altopiano dei Sette Comuni rimasero invariate
fino all’ottobre/novembre del 1917. Una fredda notte, ai primi di
novembre 1917, mentre era in atto un’altra tragedia, che prese il
nome di Caporetto, agli alpini e fanti superstiti della 52°
Divisione e della Brigata Liguria pervenne l’ordine di ritirata
onde allinearsi con le truppe che, scendendo dal Cadore o rifluendo
dal Canal del Brenta, si andavano concentrando sul Grappa quale
ultimo baluardo verso la pianura veneta.
Con
la morte nel cuore essi, alpini e fanti, abbandonarono
silenziosamente le munitissime e ora altrettanto inutili trincee del
Campanaro, di Cima Caldiera, di Cima Campanella, di Monte Lozze.
Volgendo un ultimo sguardo alle prospicienti balze dell’Ortigara e
dei Campigoletti sicuramente il loro pensiero andò ai tanti
commilitoni caduti sovr’esse e forse il loro sacrificio apparve in
quel momento ancora più assurdo e deprecabile. Dovendosi allineare
alle truppe, che scendendo dal Cadore si attestavano sul Grappa, i
battaglioni di alpini e fanti staccati dalle trincee dell’acrocoro
settentrionale andarono a posizionarsi lungo le trincee e le
roccaforti delle Melette di Gallio e di Foza, che gli austroungarici
si tenevan o pronti ad occupare per aprirsi finalmente una via verso
la ridente e ubertosa pianura veneta. E così fu!
Il
10 novembre 1917 iniziarono le operazioni belliche austroungariche
lungo la linea Gallio-Longara, operazioni che proseguirono il giorno
dopo e il 12/13 novembre e che portarono gli Imperiali ad occupare
Casara Spil, Casara Tanzer, la Val di Campomulo, Gallio e il Colle
Ferragh; di
seguito si diede inizio all’attacco degli Imperiali al nodo delle
Melette di Gallio e di Foza sotto lo sguardo attento e vigile
dell’imperatore Carlo, che, giunto da Trento, era salito a
Campomulo e successivamente attraverso la mulattiera della Costa
Brustolà di Monte Fiara. L’imperatore, con la sua augusta
presenza, intendeva rafforzare il morale delle proprie truppe,
sperando intimamente che questa sarebbe stata la volta buona per
chiudere definitivamente “la partita delle Melette”.
Le
operazioni belliche proseguirono senza soluzione di continuità fino
al 6 dicembre 1917, quando dopo l’occupazione delle Melette di
Gallio, di Monte Fior, di Monte Spil, di Monte Miela, di
Castelgomberto e di Monte Badenecche e Tondarecar, anche il modesto
rilievo di Monte Zomo cadde in mano nemica, dopo un violentissimo
combattimento, che lasciò sul terreno migliaia e migliaia di morti.
Monte Zomo è una specie di piccolo dente alla base della Meletta di
Gallio, al cui ripido pendio si aggancia mediante una lieve
insenatura; in quei giorni assunse un’importanza tattica decisiva
poiché da quel piccolo rilievo montuoso si esercitava un controllo
sullo sfocio della Val di Campomulo nella Valle dei Ronchi e sulla
strada Gallio-Foza, nonché svolgeva la funzione di cerniera
indispensabile fra le nostre difese di Val Frenzela e Sisemol a sud
ovest e quelle delle Melette a nordest.
Quel
6 dicembre, dopo difficili e violenti combattimenti da ambo le parti,
M.Zomo cadde in mano agli austroungarici, che poterono così dilagare
dalla Val Vecchia, dalla Val Miela e dalla Valle di Campomulo per far
sentire il fiato sul collo alle nostre truppe, che si stavano
ritirando presso il complesso Sisemol-Stenfle e successivamente verso
la nuova linea di M.Valbella-Col del Rosso-le Portecchie-Zaibena e
ciglione destro della Val Frenzela. Sulle lande desolate e tormentate
delle Melette rimasero 18.000 caduti italiani, che con il loro
sacrificio fiaccarono l’irruenza degli imperiali, che, non bisogna
dimenticarlo, il
9 novembre 1917 avevano dato inizio all’offensiva sull’Altopiano
con l’intima convinzione di liquidare la faccenda al massimo in
qualche giorno, pensando, evidentemente, di avere davanti ancora i
soldati di Caporetto.
Di
Danilo
Finco, Antologia di ricordi...e della Grande Guerra sull’Altopiano
a cura degli alpini della sezione Ortigara.

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