Fogliano di Redipuglia, 16 agosto 1915
Alle
ore 8 è cominciato il tiro degli obici da 149 sulla trincea. Appena
i primi colpi cominciano a giungere sul bersaglio si sono visti degli
austriaci levarsi da dietro ai muretti dove si tenevano appiattati
per far fuoco sui nostri e andarsi a rifugiare in alcuni ricoveri
coperti. Ma il tiro preciso degli obici li ha scovati anche da dentro
quei ricoveri: in uno di questi dovevano trovarsi molti razzi da
segnali (quelli che durante la notte gli austriaci adoperano per
rischiarare il terreno davanti alle loro trincee). Un colpo di
granata scoppiato nel ricovero, dà fuoco a quei razzi: allora si è
visto una cosa comica e terribile: da mezzo a tutti quei razzi
schioppettanti, con mille colori, in tutte le direzioni, si son visti
scappare gli austriaci rimasti illesi: fuggivano tenendo nella mano
destra il fucile e nella sinistra il loro sacco. Per la fuga pazza
alcuni ruzzolavano, si rialzavano e correvano di nuovo in cerca di un
migliore e più sicuro ricovero. Ma un altro colpo sopraggiunto in
quel momento ne gettava al suolo altri che non si rialzavano più.
Uno di questi, preso da terrore, si è visto che è andato a ficcare
la testa in una cassa vuota che trovavasi nel campo. La sera, era
ancora in quel posto, certamente cadavere.
Nel
pomeriggio il tiro ho proseguito occorrendo battere sistematicamente
tutto il reticolato. Ma la sera si è avuta notizia dalle nostre
pattuglie di fanteria, spintesi innanzi, che gran parte della trincea
era ancora occupata dal nemico, specialmente una specie di ridotta da
cui proveniva un intenso fuoco di fucileria sulla nostra fanteria.
19
agosto
La
mattina si è ripreso il fuoco d'artiglieria sulla ridotta. Fin dai
primi colpi caduti lassù si sono visti stanare gli austriaci: ve ne
erano almeno un centinaio: ma di essi ben pochi sono riusciti a porsi
in salvo in un valloncello retrostante. L'impressione che si provava
ad assistere a quella caccia umana era un misto di soddisfazione e di
pietà. Era assai bello quel tiro di artiglieria, preciso e
terribile: lo scoppio dei proietti era straordinario: l'aria ne
tremava e l'impressione morale che doveva produrre sui nemici, che
ancora stavano nella trincea, non doveva essere superiore agli
effetti micidiali. A vederli uscire, saltare i muri, scavalcare le
rocce, scappare per tutte le direzioni si provava un piacere
grandissimo per il bel risultato del tiro. Ma nello stesso tempo non
potevo fare a meno di provare una immensa pietà per quei
disgraziati! Dal mio osservatorio ne vidi scappare alcuni sul dinanzi
della trincea, verso i nostri. Si erano ficcati in una buca e la sera
si vennero ad arrendere a noi: erano in 6, fra i quali due triestini
che parlavano benissimo l'italiano: raccontavano che il nostro tiro
li aveva fatti impazzire dal terrore: sul loro viso però si vedeva
la gioia di essere finalmente usciti fuori dal pericolo di doversi
trovare nuovamente sotto il tiro dei nostri cannoni.
Quando
il tiro della nostra artiglieria ci provò che la trincea era
finalmente vuota, la nostra fanteria avanzò per distruggere il
reticolato e occupare la trincea. A sera questa era ormai quasi tutta
in nostro potere. Finalmente ci siamo levati questo ostacolo!
18-24
agosto
La
famosa trincea che sembrava tutta occupata dai nostri, è ancora in
massima parte in mano del nemico che nella notte l'ha quasi tutta
rioccupata. È una cosa esasperante! Quel benedetto 124° fanteria
non ha in sé la fibra necessaria per avanzare all'assalto di una
trincea né per trattenervisi, una volta riuscita ad occuparla! In
tutto questo giorno si sono fatti nuovi tentativi, che hanno fruttato
ben poco. Pretendono troppo dall'artiglieria! Si deve eseguire un
tiro difficilissimo, dovendo battere posizioni nemiche distanti
appena un centinaio di metri dalle nostre, tanto che disgraziatamente
assai spesso i nostri colpi cadono nelle nostre trincee! Eppure se
l'artiglieria non riesce a scacciare col suo fuoco i difensori delle
trincee, i nostri non vanno all'assalto: giunti là sono investiti
dal fuoco dell'artiglieria austriaca e allora retrocedono, subendo
gravi perdite! È uno stillicidio continuo; queste perdite
assottigliano giorno per giorno le nostre unità, privandole dei loro
ufficiali!
Riuscire
ad occupare un tratto di trincea è il risultato di fatiche di giorni
interi, a costo di grandi perdite. Sembra una vittoria, e non è che
un piccolo passo avanti!
Pasquale
Attilio Gagliani, comando di artiglieria XII E XIII Corpo d’Armata
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