Cos’è il Gohonzon e perché per noi è così importante?
Il
Daishonin lo definisce kanjin no honzon, l’“oggetto di culto per
osservare la propria mente”. Viene descritto come uno “specchio”,
perché così come lo specchio riflette la nostra immagine e il
nostro aspetto esteriore, il Gohonzon ci mostra la nostra vita
interna, la vita alla luce dei dieci mondi. Consente di guardarci
dentro, un dentro spesso così intimo da esserci a volte sconosciuto.
Consente di scoprire i lati nascosti della nostra personalità, svela
i modi di pensare, i sogni, le aspirazioni, i desideri, le paure.
Quando iniziamo a recitare Daimoku proprio lì davanti al Gohonzon,
affiorano le tendenze karmiche. Anche quelle che ci fanno soffrire.
Ma, inevitabilmente, prende forma anche la decisione di cambiarle. Se
non avessimo il Gohonzon sarebbe impossibile cambiare il nostro karma
e conseguire la Buddità. Che è innata, ma latente. Che c’è, ma
va portata alla luce. Come? Non con l’intelletto né con la
comprensione, ma con la fede. Richard Causton era solito spiegare
l’importanza del Gohonzon facendo l’esempio dell’arte. Proprio
come un artista che esprime il suo stato vitale nel quadro che
dipinge, il quale agisce come causa esterna richiamando in chi lo
osserva quello stesso stato vitale, in egual modo Nichiren ha
espresso la sua condizione vitale di Budda nel Gohonzon. Questo fa sì
che, mentre recitiamo Daimoku, emerga la nostra Buddità, anche se
non ne siamo consapevoli. Nel Gohonzon c’è la vita stessa di
Nichiren Daishonin. Ecco perché è importante custodirlo nelle
nostre case con rispetto e cura. Ogni gesto nei suoi confronti è un
gesto che onora la sacralità della nostra vita. L’offerta di
frutta e acqua ad esempio. O il fatto che sia custodito in un mobile
pulito e spazioso. Con basi solide. Dunque stabile. Ogni gesto nei
suoi confronti rappresenta qualcosa di più profondo. È espressione
della nostra fede. Il Gohonzon è la causa esterna che ci permette di
manifestare la Buddità. Ma tutto dipende dalla nostra fede. Cioè
dalla nostra preghiera. La voce conta, conta l’intensità con la
quale chiamo la Buddità da dentro. Così come conta l’atteggiamento
mentale: una preghiera non distratta e formale, ma profonda e
concentrata. Così come l’atteggiamento fisico: la schiena dritta e
le mani giunte, lo sguardo diretto al centro del Gohonzon, non è
pura formalità. È sostanza della fede. Perché è proprio lì che
succede qualcosa. Se sto, e prego, ferma e concentrata, padrona della
mente, così sarà il mio atteggiamento di fronte agli eventi:
stabile, concentrato, forte. Scrive Daisaku Ikeda: «Il Daishonin
rivelò il Gohonzon affinché le persone potessero diventare
consapevoli di questa forza vitale illimitata. Usando il Gohonzon
come uno specchio limpido dovremmo sviluppare fiducia nell’esistenza
di questo potere nella nostra vita, in quella dei nostri amici e di
tutte le persone»
D.
Ikeda, Il mondo del Gosho, p. 328 BS 246

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