Si vorrebbe essere un balsamo per molte ferite

Una scrittura buddista narra della regina Shrimala vissuta prima del Budda Shakyamuni, che proclamò la sua devozione alla Via del Bodhisattva facendo dieci voti. Uno di questi era salvare ogni essere vivente sofferente. La regina promise solennemente: «Quando in futuro vedrò esseri senzienti senza amici, intrappolati e legati, ammalati, inquieti, poveri e infelici, non li abbandonerò nemmeno per un istante, fino a quando non si saranno rimessi in salute».
Un esempio luminoso di coerenza dall’inizio alla fine. Una vita coraggiosa che non conosce separazione tra pensiero, parola e azione. Fino in fondo e senza enfasi alcuna, così Etty Hillesum, giovane donna ebrea di ventisette anni, attraversa tutto l’orrore dell’olocausto mantenendo inalterata la sua fiducia nella natura umana e il suo profondo amore per la vita. Fino a decidere di partire volontaria per il campo di concentramento. Perché ritiene che sia giusto farlo. Per essere di aiuto agli altri. Per condividerne il destino. Perché, semplicemente, non può farne a meno.
Di questo suo percorso estremo ci restano la testimonianza preziosissima del diario e le lettere dal campo. Nel periodo in cui Etty inizia a scrivere, nel marzo del ‘41 i tedeschi, stanno cominciando a isolare gli ebrei olandesi.
Dell’incalzare delle misure repressive le prime pagine del diario recano una traccia marginale, sullo sfondo delle annotazioni letterarie, dell’intrecciarsi quotidiano dei suoi amori. Solo più tardi ci accorgiamo che la realtà dello sterminio sta diventando il centro della sua scrittura. Non la cronaca dei fatti, ma il lento e vertiginoso processo di elaborazione dell’esperienza estrema in cui si sta spingendo, sempre più aperta e sola, mentre la vita quotidiana si sottrae in una metodica, crudele spoliazione.
Di ogni parola pronunciata, di ogni riga che scrive, Etty risponde con la vita. È assolutamente sincera: cerca la verità, vuole diventare scrittrice, ma non corteggia l’immaginazione. Alla barbarie che infuria, giorno per giorno contrappone la disciplina del dominio di sé, l’ardua conquista di un’autentica autonomia interiore. Ci vuole coraggio, perché si tratta di attraversare tutto il dolore che sopravviene quando si sceglie di non fuggire. Qualunque cosa accada, Etty la passa al vaglio della sua coscienza limpidissima, sempre più seria e intenta ad ascoltare, a rintracciare un senso, come in un ampio specchio paziente, molto più profondo.
«Se tu vivi interiormente – scrive – forse non c’è neanche tanta differenza tra essere dentro o fuori di un campo. Sarò capace di assumere la responsabilità di queste parole di fronte a me stessa, sarò capace di viverle? Non possiamo farci molte illusioni.
La vita diventerà molto dura, e saremo di nuovo separati, tutti noi che ci vogliamo bene. Credo che quel tempo non sia più molto lontano. È sempre più necessario prepararci interiormente».
Con la stessa passione con cui si slancia in bicicletta sui viali lungo i canali, o corre nella campagna intorno ad Amsterdam, con la stessa naturalezza con cui sa abbandonarsi all’amore, con la stessa caparbia convinzione, mentre la barbarie infuria, mentre gli amici tentano invano di dissuaderla, proprio lei, che era tra i pochi esentati dal Consiglio ebraico, chiede il trasferimento volontario a Westerbork, il “campo di smistamento” ai confini con la Germania che è stato per più di centomila ebrei olandesi l’ultima fermata prima di Auschwitz. Un universo di terrore in una striscia di brughiera di cinquecento metri quadri.
Etty parte una prima volta nell’agosto del ’42, in qualità di “assistente sociale”. Un permesso di viaggio le consente inizialmente qualche breve ritorno a casa. Poi, dal giugno del ’43, non potrà più uscire. Arriva a Westerbork proprio nel momento in cui si dà inizio ai programmi di deportazione ad Auschwitz. Ogni lunedì un treno merci entra nel campo; ogni martedì la lunga fila dei convogli riparte con più di mille persone. Tra il 15 luglio del ‘42 e il 3 settembre del ‘44 i treni contati sono novantatré.
Nel breve giro di pochi mesi quarantamila ebrei precedentemente concentrati nel ghetto di Amsterdam si riversano nel campo. Finché le è dato rimanere, Etty si prodiga senza riserve mettendo tutta se stessa al servizio degli altri. In qualità di volontaria ottiene l’accesso a tutti i reparti dell’ospedale. Unica preoccupazione, essere ovunque ci sia bisogno, “tra le baracche e il fango”, con la sua presenza vitale, comunicativa, piena di compassione.
Poi, la notte, scrive quelle lettere bellissime che si sono conservate.
«Immaginerete la ressa su quel mezzo chilometro quadrato. Infatti non tutti sono come quell’uomo che aveva riempito il suo zaino ed era spontaneamente partito con un convoglio per Auschwitz, e alla domanda “perché?” aveva risposto di voler essere libero di partire quando piaceva a lui. È così triste vedere tutte queste persone abbandonate a se stesse, che perdono il loro ultimo asciugamano. […]
Questo pezzetto di storia dell’umanità è talmente triste e vergognoso che non si sa come parlarne – ma anche se continuassi per pagine e pagine, non potreste avere idea di quel barcollare e cadere a terra, del disperato bisogno di aiuto, delle domande infantili. Accadono cose che un tempo la nostra ragione non avrebbe creduto possibili […] le parole della cronaca non bastano più, ci vorrebbe proprio un grande poeta per descrivere tutto questo. Tutta l’Europa sta diventando un unico grande campo di prigionia».
Ma dove attinge Etty questa forza che le consentirà di partire per Auschwitz “cantando”?
Uno: dalla scelta, che si chiarisce fin dalle prime pagine del diario, di non cercare di sottrarsi alla realtà più cruda, di non tentare di fuggire, ma di guardare in faccia e affrontare fino in fondo qualsiasi circostanza che si presenti, con la stessa apertura e coraggio con cui sa accogliere – semplicemente – tutto ciò che fa parte della sua esistenza. Da questa apertura totale e incondizionata alla vita, da questa capacità ogni volta rilanciata di comprendere tutto: anche il suo aguzzino…
«Quando dico che fuggire o nascondersi non ha il minimo senso, che non ci sono scappatoie e che val meglio rimanere con gli altri e cercare di essere per loro quel che ancora siamo in grado di essere, sembra che io sia molto, troppo rassegnata. […] Molte persone dicono che chiunque possa sfuggire alle loro grinfie deve provare a farlo, che questo è un dovere, che devo fare qualcosa per me. Ma questa somma non torna. In questo momento, ognuno si dà da fare per salvare se stesso: ma un certo numero di persone, un numero persino molto alto – non deve partire comunque? […]
Chiunque si voglia salvare deve pur sapere che se non ci va lui, qualcun altro dovrà andare al suo posto… Dubito che mi sentirei bene se mi fosse risparmiato ciò che tanti devono subire…». Due:
dall’attitudine consapevolmente coltivata a cercare sempre, di fronte a qualsiasi manifestazione del male, la radice di quello stesso male dentro di sé, per poterlo – così soltanto – trasformare. «19 febbraio 1942, giovedì pomeriggio, le due… di nuovo qualcuno è stato torturato a morte: quel dolce ragazzo della libreria Cultura… –
Cosa spinge l’essere umano a distruggere gli altri? – Ma ricordati che sei un essere umano anche tu. Io non vedo nessun’altra soluzione, veramente non ne vedo nessun’altra, che quella di raccoglierci in noi stessi e di strappare via il nostro marciume. Non credo più che si possa migliorare qualcosa nel mondo esterno senza aver prima fatto la nostra parte dentro di noi.
È l’unica lezione di questa guerra: dobbiamo cercare in noi stessi, non altrove. Malgrado il dolore e l’ingiustizia, la coscienza che tutti questi orrori non sono come un pericolo misterioso e lontano al di fuori di noi, ma che si trovano vicinissimi e nascono dentro di noi. E perciò sono molto più familiari e assai meno terrificanti.
So che chi odia ha fondati motivi per farlo. Ma perché dovremmo sempre scegliere la strada più corta e più a buon mercato?
Laggiù ho potuto toccare con mano come ogni atomo di odio che si aggiunge al mondo lo renda ancora più inospitale».
Infine – innanzi tutto – decidendo di diventare una forza per gli altri. Decidendo di mettere questa sua forza interiore strenuamente conquistata al servizio di quelli che non sanno di possederla, e per questo crollano miseramente, travolti dall’orrore delle circostanze, senza potersi salvare.
È ciò che lei chiama «disseppellire Dio negli altri». Hineinhorchen è la parola tedesca che meglio esprime questo imperativo di Etty, che lamentava di non poter trovare un equivalente adeguato nella lingua olandese: ascoltarsi dentro. «Dentro di me c’è una sorgente molto profonda. E in quella sorgente c’è Dio. A volte riesco a raggiungerla, più sovente essa è coperta da pietre e sabbia. Allora Dio è sepolto. Allora bisogna dissotterrarlo di nuovo».
Etty segue un cammino assolutamente personale, dialoga in modo pazzo, infantile o serissimo con la parte più profonda di sé, che per comodità chiama Dio, e in questo sommesso e ininterrotto dialogare la relazione si capovolge in un richiamo fortissimo alla responsabilità individuale: «Stanotte ero sveglia al buio con gli occhi che mi bruciavano, davanti a me passavano immagini e immagini di dolore umano. Ti prometto una cosa, Dio mio, cercherò di aiutarti affinché tu non venga distrutto dentro di me, ma a priori non posso promettere nulla.
Una cosa diventa sempre più evidente […] che tu non puoi aiutare noi, ma siamo noi a dover aiutare te, e in questo modo aiutiamo noi stessi. E allora forse potremo anche contribuire a disseppellirti dai cuori devastati degli altri uomini.
Eppure io credo che per ogni evento l’essere umano possieda un organo che gli consente di superarlo. Se noi salveremo i nostri corpi e basta dai campi di prigionia, sarà troppo poco. Non si tratta di conservare questa vita a ogni costo, ma di come la si conserva. A volte penso che ogni situazione, buona o cattiva, possa arricchire l’essere umano di nuove prospettive.
Se noi abbandoniamo al loro destino i fatti duri che dobbiamo affrontare, se non li ospitiamo nelle nostre teste e nei nostri cuori, per farli decantare e diventare fattori di crescita e di comprensione, allora non siamo una generazione vitale. Certo che non è così semplice, […] ma se non sapremo offrire al mondo impoverito del dopoguerra nient’altro che i nostri corpi salvati a ogni costo – e non un nuovo senso delle cose, attinto dai pozzi più profondi della nostra miseria e disperazione – allora non basterà…
Certo che ogni tanto si può essere tristi e abbattuti per quel che ci fanno, è umano e comprensibile che sia così […] eppure trovo bella la vita e mi sento libera. I cieli si stendono dentro di me come sopra di me. Credo in Dio e negli uomini e oso dirlo senza falso pudore.
La vita è difficile, ma non è grave. Dobbiamo cominciare a prendere sul serio il nostro lato serio, il resto verrà allora da sé: e lavorare a se stessi non è certo una forma d’individualismo malaticcio.
Una pace futura potrà essere veramente tale solo se prima sarà stata trovata da ognuno in se stesso. […] È l’unica soluzione possibile. La miseria che c’è qui è davvero terribile, eppure la sera tardi, quando il giorno si è inabissato dietro di noi, mi capita spesso di camminare di buon passo lungo il filo spinato, e dal mio cuore si innalza sempre una voce – non ci posso far niente, è così, è di una forza elementare – e questa voce dice: la vita è una cosa splendida e grande, più tardi dovremo costruire un mondo completamente nuovo.
A ogni nuovo crimine e orrore dovremo contrapporre un nuovo pezzetto di amore e di bontà che avremo conquistato in noi stessi.
Possiamo soffrire, ma non dobbiamo soccombere. E se sopravviveremo intatti a questo tempo, corpo e anima, ma soprattutto anima, senza amarezza, senza odio, allora avremo anche il diritto di dire la nostra parola a guerra finita.
C’è un limite a tutte le sofferenze, forse a un essere umano non è dato sopportare più di quanto non possa – oltrepassato quel limite, muore da sé. Ogni tanto qui muore qualcuno perché il suo spirito è a pezzi e non riesce più a capire, in genere sono persone giovani. Le persone anziane sono piantate in un terreno più solido e accettano il loro destino con dignità e rassegnazione.
Sì, qui si vede una gran varietà di persone, e si può osservare il loro atteggiamento verso le questioni più ardue, verso le questioni ultime. Proverò a descrivervi come mi sento, ma non so se questa metafora è giusta. Quando un ragno tesse la sua tela, non lancia forse i fili principali davanti a sé, e ci si arrampica poi sopra?
La strada principale della mia vita è tracciata per un lungo tratto davanti a me… e già partecipo alla costruzione di una società futura. La vita qui non consuma troppo le mie forze più profonde fisicamente si va forse un po’ giù, e spesso si è immensamente tristi, ma il nostro nucleo interiore diventa sempre più forte.
Vorrei che fosse così anche per voi e per tutti i miei amici, è necessario, dobbiamo ancora condividere molte esperienze e molto lavoro tutti insieme.
Perciò vi raccomando: rimanete al vostro posto di guardia, se ne avete già uno dentro di voi, e per favore non rattristatevi per me, non c’è motivo». L’ordine di partenza per Auschwitz giunge per Etty improvvisamente, il 7 settembre del 1943. Alcuni vagoni più avanti ci sono i suoi genitori, insieme con il fratello Mischa. Il viaggio dura tre giorni. I genitori moriranno nella camera a gas il giorno stesso dell’arrivo al campo.
Etty muore il 30 novembre del 1943. «Eppure la vita è meravigliosamente buona nella sua inesplicabile profondità» (ultima lettera da Westerbork, 2 settembre 1943).
di Alessandra Fornasiero - tratto da Buddismo & Società n. 95 - 2002 | novembre/dicembre

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