15 Maggio 1916, a proposito della ferrovia Rocchette-Asiago
Quella primavera doveva segnare per l’altipiano tragiche giornate poiché il nemico, a nostra insaputa, preparava una poderosa offensiva.
Scompariva la neve e rifiorivano a pascoli, dando così maggior colorito al romantico paese.
Ma i sette comuni venivano bombardati coi più grossi calibri.
Il primo scoppiò nel cortile del forte Corbin, facendo, per fortuna, una sola vittima: il povero telefonista che stava all’apparecchio.
E così poi Galio, Cesuna, Campo Rovere, Roana, Canove, Rotzo e Asiago erano spettatori di un spaventoso bombardamento.
Le nostre linee di trincea s’erano impegnate a sostenere un grande urto nemico che avanzava in massa, ubbriaco.
La corona di montagne, che cinge l’altipiano a occidente formando un grande baluardo al passo nemico, era tutta una fiamma ardente.
Furono giorni di trepidazione e noi si lavorava allo sgombero dei forti e delle polveriere, sempre di notte.
Dopo un’accanita resistenza le nostre truppe venivano scosse dalla fulminea avanzata nemica e cominciò così quella ritirata che l’altopiano sugellò con una pagina dolorosa.
In quei giorni di sgomento e di sconforto per le nostre armi, fui spettatore di un triste spettacolo.
Il 23 maggio mentre un superiore teneva una morale al suo grosso reparto di ciclisti bersaglieri sulla strada che da Treschè conduce a Conca, una granata scoppiò in mezzo facendo un vero macello.
All’opera pietosa di sgombro dovetti assistere a cose strazianti; membra umane sparse, biciclette attorcigliate e sbranate, scarpe isolate conservavano ancora il piede nettamente staccato dal corpo. Terra e pietre, per un raggio di 30 metri era un’unica sola chiazza di sangue che poco più tardi il soldato d’Italia non tardò a rivendicare.
Alla nostra compagnia presidiaria fu ordinato di ritirarsi giù nella vallata presso Campiello, mentre a me fu affidata la guardia a un deposito di polvere.
Con tre soldati mi portai al posto assegnatomi che si trovava sulla strada di Treschè in vicinanza del tunnel che conduce il trenino a Cesuna.
Il deposito di polvere consisteva in una baracca di legno contenente casse improvvisate di munizioni; consegna abbastanza difficile sapendo che, da un momento all’altro, giungeva il nemico.
Spezzate le nostre linee, i nostri fanti oramai mutilati e disorganizzati, girovagavano senza punto d’appoggio; affamati com’erano davano la caccia ai maiali, alle cantine e alle botteghe che la fuga dei borghesi aveva lasciato in balia del destino. E quella piccola galleria dove il trenino di Treschè sbocca in quel di Cesuna, si prestava bene come cucina pel macello dei suini, scannati colla baionetta e fatti bollire intieri.
Ma l’abbondanza per noi ebbe poca durata e il giorno seguente si decideva la nostra sorte.
Il nemico si avvicinava sempre più e i colpi di fucile e le bombe a mano dell’avversario si distinguevano a meraviglia.
La mia situazione si faceva tragica, non potendo rassegnarmi alla prigionia e non potermi allontanare dal posto giacché così era la consegna.
La sentinella che montava alla polveriera dovetti ritirarla dietro una roccia per non essere bersaglio del nemico. Questo non doveva essere più lontano di poche centinaia di metri perché le pallottole di fucile fischiavano da tempo al di sopra della roccia che formava il nostro riparo.
Passarono ancora dieci, venti minuti di trepidazione e mi saltò l’idea d’accendere la miccia e far saltare la baracca di polvere, ma non era mio compito e esitai.
Il rumorio selvaggio del nemico ubbriaco di liquori saccheggiati giungeva sinistro all’orecchio e ci preparammo a formare un po’ di resistenza prima di cedere le armi.
Raggiunta la sommità del costone che forma il fianco sinistro dell’imboccatura del tunnel, si poteva dominare con l’occhio fino in fondo la contrada di Treschè. Nostri gruppi di truppa sparpagliati avanti a noi sparavano sulle falangi nemiche che prendevano possesso di quella località.
Un gruppo di austriaci avanza carponi abbandonando le case verso di noi e una nostra scarica li fece scomparire a terra certamente con qualche perdita. Mentre osservavamo il movimento di quel branco di nemici, un soldato strisciando come un serpe, si avvicina a noi e fa segno d’abbandonare il posto e che lui stesso avrebbe provveduto alla miccia.
Un’altra pattuglia nemica sorta al nostro fianco ci lanciò una dose di bombe a mano e non so descrivere in qual modo potemmo sottrarsi alla tenaglia avversaria; sembra però che il povero ciclista incaricato a far saltare il deposito sia rimasto prigioniero.
Il sole dopo un lungo sfavillio di luce si tuffava dietro le montagne e io coi tre soldati di guardia indietreggiando di roccia in roccia, sotto il tiro dei sdrapen e di fucileria, in men di un quarto d’ora potei infilare la stretta valle e raggiungere la compagnia presso Campiello.
Il nostro fronte in quel settore era sfasciato e tutti si era in apprensione non sapendo quali conseguenze avrebbe portato al nostro paese la fulminea avanzata nemica.
Assistetti all’esodo di famiglie intere di quei poveri montanari tra cui v’erano vecchi che, ottantenni, non avevano mai visitato il piano, ma in quei giorni dovevano abbandonare i loro monti......
Dal diario del fante Angelo diretto testimone delle cruente vicende di quei primi giorni della Strafexpedition - Associazione Storica Cimeetrincee

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