L’antefatto storico, la conquista del Sabotino
Nel
corso della Prima Guerra Mondiale la conquista della piazza di
Gorizia, era e restava ad ogni costo l’obiettivo principale delle
operazioni estive del 1916 da parte dell’Esercito Italiano. Tutte
le operazioni, affidate alla 3° Armata, furono preparate nei minimi
dettagli, si stabilì pertanto che l’offensiva contro la testa di
ponte di Gorizia doveva essere preceduta, di due giorni, da un
attacco nel settore di Monfalcone al fine di richiamare verso quel
tratto di fronte, sensibilissimo per il nemico, forze ed attenzioni
su di esso, completando così, con la sorpresa del campo tattico, la
sorpresa strategica da ottenersi con la fulminea celerità del
movimento logistico.
I
movimenti ferroviari per riunire le truppe e i materiali destinati
all’offensiva del basso Isonzo furono compiuti in tre distinti
periodi. Il primo dal 26 giugno al 27 luglio, il secondo dal 27
luglio al 4 agosto durante il quale si svolse la manovra strategica
vera e propria, che consistette nel rapidissimo spostamento, prima,
delle artiglierie e delle bombarde, poi delle grandi unità, e nel
loro schieramento sul fronte delle operazioni. Tutte le operazioni si
svolsero nella massima segretezza. Nel terzo periodo, dal 4 agosto in
poi, si ebbero essenzialmente trasporti nel campo tattico; esso fu
caratterizzato dalla grande richiesta di trasporti e dalla
conseguente e necessaria rapidità nella predisposizione ed
esecuzione. Il complesso movimento ferroviario si svolse con
regolarità e precisione nonostante che la potenzialità massima
prevista di talune linee ferroviarie fosse superata di un terzo.
Il
mattino del 6 agosto, tra le ore 7 e le 8, tutte le nostre
artiglierie e batterie di bombarde aprivano un fuoco violento e ben
aggiustato contro il tratto di fronte nemico dal Sabotino al San
Michele. Iniziava così quella che poi venne chiamata la 6a battaglia
dell’Isonzo. All’ala sinistra del nostro fronte (45a divisione),
una colonna comandata dal colonello di Stato Maggiore Pietro Badoglio
e composta dal 78° fanteria (brigata “Toscana”), dal 3°
battaglione, dal 58° (brigata “Abruzzi”) e dal 3° battaglione
del 115° (brigata “Treviso”), rinforzata dall’8a e 15a
compagnia minatori e sostenuta dalla 21a batteria da montagna e dalla
31a e 32a batteria di bombarde, muoveva all’assalto del possente
baluardo del Monte Sabotino, chiave della difesa di Gorizia. Fu tale
qui l'impeto delle truppe che, superate d'un sol tratto le linee
nemiche, in 40 minuti raggiunsero la quota 609, culmine del Sabotino,
sorprendendone e facendo prigioniera quasi tutta la guarnigione.
L'avanzata proseguì rapida verso l'Isonzo, e a sera i nostri avevano
già raggiunta la linea San Valentino-San Mauro, lungo le falde
orientali del Monte Sabotino.
Sulle
alture ad ovest di Gorizia, la brigata "Lambro", della 34a
divisione (205° e 206° reggimento) assaliva a nord-est di Oslavia
l'altura di quota 188 già in tanti sanguinosi combattimenti così
fieramente contesa, e dopo dura e alterna vicenda di lotta riusciva a
conquistarla. Più a sud la brigata "Abruzzi" della 24a
divisione (57° e 58° fanteria), attaccava frontalmente le
munitissime linee di Oslavia e grazie a ostinati sanguinosi assalti
riusciva a superarle, giungendo a sera nei pressi di Peuma. Sul monte
Podgora, la brigata "Cuneo" della 17a divisione (7° e 8°
reggimento) sfondava di primo impeto le potenti difese nemiche,
superava la cresta di quella altura e raggiungeva l'Isonzo
all'altezza di Grafenberg. Qui, accerchiata da preponderanti forze
nemiche, impegnava un combattimento, durato violentissimo per tutta
la notte. Infine, all'estremità meridionale delle alture, le truppe
della 12a divisione superavano il Monte Calvario e, nel piano,
sfondavano l'intricata linea difensiva costruita dal nemico tra il
margine meridionale del Podgora e l'Isonzo.
Nel
contesto di questi eventi, vale la pena di ricordare alcuni episodi
che determinarono la conquista del Sabotino.
“...
Nel quadro della 6a battaglia dell'Isonzo, culminata con la presa di
Gorizia da parte degli italiani (9 agosto 1916), fondamentale fu la
conquista del Sabotino, l'altura che chiudeva a nord la testa di
ponte austriaca di Gorizia. La cima del Sabotino (q. 609) fu
raggiunta il 6 agosto da una colonna italiana comandata dal col.
Pietro Badoglio. Il 7 agosto gli austriaci sferrarono un violento
contrattacco. Gli italiani lo respinsero, rafforzando in tal modo la
loro presenza lungo tutto il costone dalla cima del Sabotino
all'Isonzo. Rimaneva
però una sacca di resistenza austriaca ad opera di reparti barricati
nelle gallerie scavate all'interno del monte...”
Così
descrive quegli eventi tragici lo storico Camillo Pavan in uno dei
suoi libri; uno scritto significativo che sta a dimostrare che
proprio le gallerie scavate nel ventre del monte siano state
determinanti nella difesa di questo importante baluardo. Egli
inoltre, sempre nel suo libro a pag. 36-37 riporta un’ampia
descrizione dell’epilogo di quel eccezionale fatto d’armi. “...
La conquista di questo "formidabile baluardo naturale"
avvenne (…) ad opera di una colonna della 45 a div. guidata dal
col. Badoglio. (Pieropan, pag. 215) L'estrema difesa del Sabotino fu
opera di tre battaglioni di dalmati che asserragliati nelle caverne
rifiutarono ogni invito alla resa. "Allora gli italiani
ricorsero a un mezzo crudele: trasportarono sul Sabotino latte colme
di petrolio". Dall'alto iniziarono a versare il liquido negli
imbocchi delle caverne. Poi invitarono di nuovo i dalmati ad
arrendersi, e ancora una volta ottennero un rifiuto; allora
procedettero con l'accensione del petrolio. "Le fiamme
divamparono, un fumo acre, corrosivo, si diffuse nell'aria. Il
Sabotino bruciava. Bruciava fin nelle viscere. Alla fine, niente si
mosse più nelle caverne…". (Fritz Weber, Dal Monte Nero a
Caporetto, pp. 224- 226).
Di
tutto ciò non appare traccia nei resoconti italiani della battaglia.
La cima risulta anzi conquistata in soli 40 minuti, fra le grida
esultanti dei soldati, alle 16,40. "Il nemico non ebbe il tempo
di riaversi dalla sorpresa". (Caimpenta, Il maresciallo
Badoglio, p.106) e la vittoria fu celebrata da D'Annunzio con uno dei
suoi soliti distici: "Fu come l'ala che non lascia impronte / il
primo grido avea già preso il monte». (Id., p. 108). Nel gennaio
2001 il lettore Nicola Persegati di Legnago (VR) mi segnalò un'altra
versione — da me non conosciuta all'epoca della stesura del testo —
che ritengo doveroso riportare in questa sede: « Nell'alto Sabotino
però rimaneva ancora la galleria del 609 in possesso degli austriaci
che vi si difendevano tenacemente fino dal giorno 6. Essi
trinceratisi entro la caverna tortuosa, che rendeva inutile il tiro
di una mitragliatrice posta all'imbocco, fulminavano chiunque si
avvicinasse. Fu possibile snidarli solamente il giorno 8 accendendo
bidoni di petrolio all'ingresso orientale della galleria che fu
invasa da un fumo asfissiante. Per qualche ora gli austriaci
resistettero, ma poi uscirono, prima gli ufficiali e poi la truppa,
ad uno ad uno con le mani alzate ed erano tanti che non sembrava
possibile potesse contenerli la galleria». (G. Venturi, La Conquista
del Sabotino, Stab. Tip. V. Bolla & figlio, Finalborgo [SV] -
MCMXXV, pag. 139)....”
Questo
è quello che scriveva Camillo Pavan e non dubito certo che i fatti,
anche se narrati con una certa retorica, siano realmente accaduti ma
ciò che si evince, da questo racconto, è l’estrema importanza che
la difesa in caverna poteva costituire per un esercito. Allo scopo si
può ben capire perchè il Regio Esercito Italiano appena conquistato
il monte si premurò subito di costruire altre gallerie cannoniere e
rafforzare quelle esistenti.
L’evoluzione
delle vicende belliche determinò profondamente, com’è ovvio, lo
sviluppo dell’attività fortificatoria sul Monte Sabotino e la
dislocazione degli apprestamenti difensivi epigei ed ipogei e delle
vie di comunicazione. Fino alla conquista italiana, le linee
trincerate dei contendenti erano poste perpendicolarmente alla
dorsale del monte, e scendevano a valle partendo dal cosiddetto Dente
di quota 572, a nord della vetta. In seguito, quando la linea del
fronte si spostò oltre Gorizia e l’Isonzo, in pratica dirimpetto
al Sabotino, caverne e trincee vennero scavate con continuità lungo
l’intera cresta per un tratto di più di due chilometri, non
tralasciando la realizzazione di alcuni complessi di gallerie
cannoniere per l’artiglieria e ricoveri – deposito verso valle,
sul versante sud – ovest. I fatti di Caporetto, come altrove sul
fronte, portarono ad un precipitoso abbandono delle postazioni, che
rimasero praticamente immutate fino ad oggi. Gran parte del lavoro di
scavo sul Sabotino nella Prima guerra mondiale è da attribuirsi agli
Italiani, che adattarono secondo le proprie esigenze le gallerie
della difesa austriaca in modo tale da stravolgerne completamente,
alle volte, la morfologia originaria.
Gli
Austro – Ungarici iniziarono i lavori per la difesa del Sabotino
già prima dell’inizio della guerra con l’Italia (Marras, 1933).
Gli ipogei scavati dagli Austriaci, raggiungevano in totale appena
250 metri di lunghezza a fronte dei quasi tre chilometri delle
gallerie realizzate, soprattutto in seguito alla conquista, dagli
Italiani (Gavotti, 1924). I confronti però risultano del tutto
falsati per le differenti esigenze dei dueeserciti
nello svolgimento del conflitto: per gli Austriaci, vi era
principalmente una necessità di difesa e di protezione per le truppe
ed i servizi, garantendo sicure e veloci vie di transito sotterranee;
gli Italiani, invece, dovevano ricoverare un maggior numero possibile
di fanterie prima dell’attacco e di alloggiare al sicuro le
artiglierie, per le successive battaglie. Le difese austriache,
nonostante l’apparente esiguità delle opere sotterranee, erano
tutt’altro che deboli: per un simile baluardo difensivo era stata
prevista un’organizzazione tale da poter permettere all’Arciduca
Eugenio, responsabile del fronte sud – occidentale Imperial -
Regio, in visita allo schieramento Imperiale nei primi giorni di
guerra, a definire il Sabotino “imprendibile” (Gariboldi, 1927).
In ogni caso, il principale fattore di questa inespugnabilità era
che il Sabotino poteva essere spazzato in lungo e in largo dalle
artiglierie austriache, dislocate attorno alla città e perfettamente
coordinate da un “efficiente sistema di osservatori” (Sema, 2009
La Grande Guerra sul fronte dell’Isonzo, Libreria Editrice
Goriziana, pag. 127) che potevano bloccare agevolmente qualsiasi
assalto in un terreno così scoperto. Da parte Austriaca, il Monte
era presidiato da forze di fanteria in numero sicuramente non
massiccio: inizialmente, due battaglioni e mezzo del al 30°
reggimento di fanteria "Schoedler" (Lodi, 2005). Una
precisa descrizione delle opere del Sabotino, viene fornita da Nicolò
Gavotti, ufficiale dell’Arma del Genio dell’Regio Esercito
Italiano, Marchese, nel suo volume “La guerra del mio gruppo
all’Austria” del 1924. Egli fu l’ideatore ed il costruttore
della rete di gallerie italiane sia prima che dopo la conquista,
sfruttando al meglio le particolarità del terreno e le caverne già
scavate in precedenza dagli Austriaci. Membro di una nobile famiglia
di Albissola Superiore (Savona), fu uno dei sostenitori del concetto
che prevedeva un grande numero di capaci caverne da utilizzarsi sia
per l’offesa (postazioni per artiglieria sotterranee) ma
soprattutto per la difesa, modificando così l’approccio stesso
alla guerra nel settore del “Basso Isonzo”. Egli giunse sul
Sabotino nel novembre 1915: personalità estrosa, carismatica e
intraprendente, fu grazie alla sua immane e decisiva opera
fortificatoria che molti dei più importanti successi bellici
italiani furono possibili (Scrimali, 1997; Gavotti G.M., 2008). Egli
dispose di una forza autonoma, denominata “Gruppo Lavoratori
Gavotti”, costituita da due compagnie di genieri, (la 310°, ex
10°, del 3° Reggimento, a cui si aggiunse la 305° del 1° Rgt.) e
da Centurie di Lavoratori della Milizia Territoriale, questi ultimi
soldati delle classi più anziane di richiamati, con compiti di
manovalanza: in tutto, un massimo di 2500 uomini (Gavotti N. 1925;
Scrimali 1997). Il sistema difensivo Austro – Ungarico, come si è
detto, aveva il suo fulcro sulla cresta del Sabotino, fra le
posizioni cosiddette del ”Dente”, e “Dentino”, a qualche
centinaio di metri a nord – ovest della vetta: si arrivava ad esso
con un sentiero che, partendo dalla valle dell’Isonzo, dove passa
tuttora la ferrovia della Transalpina, usata in tempo di guerra per i
rifornimenti ed i rincalzi, percorreva un canalone ben defilato, fino
alla sommità del crinale. Parallelamente al sentiero venne costruita
una cremagliera per il trasporto in quota dei materiali. Le
infrastrutture erano completate dalle tubazioni per l’acqua, che
veniva pompata dal fiume fino in vetta e dai cavi dell’energia
elettrica, prodotta dalle pale di pontoni galleggianti mosse dalla
corrente dell’Isonzo (Gariboldi, 1927).
Il
canalone sul rovescio del Monte era perfettamente defilato e protetto
dalla vista e dai colpi dell’artiglieria italiana: qui gli
Austriaci realizzarono numerose baracche per l’alloggiamento delle
truppe e scavarono delle caverne, ampie non molto lunghe e
articolate, dove insediarono i comandi, i servizi e le cucine (tutte
cavità dislocate in Slovenia, identificate con le sigle1 SA48, SA49,
e dalla SA54 alla SA60). Fra queste, vi era la caverna della stazione
di arrivo della teleferica, (SA54) e la stazione delle pompe di
sollevamento dell’acqua dal fiume; la cavità principale, e più
lunga, era una galleria passante che collegava gli alloggiamenti al
“Trincerone” posto sull’altro versante, ovvero la difesa
basilare del Sabotino dove si schieravano le fanterie austriache.
Questa cavità, denominata “Grande Traversa” (Gavotti, 1924) e in
seguito “Galleria dell’Acqua” (SA48 fig. 23) (Gariboldi, 1927;
Galante, 1939) conteneva una cisterna per l’acqua tuttora visibile
(fig. 98). Nella trincea principale, le truppe rimanevano ben
protette da una serie di ulteriori ricoveri sotterranei, ognuno
generalmente per una cinquantina di uomini, ma capaci di contenerne
fino a centocinquanta (Marras, 1933; Galante, 1939) con posti di
vedetta a prova di bomba. La posizione del Sabotino veniva pure
sfruttata per dominare e colpire con l’artiglieria le linee
italiane sottostanti, in particolare il settore di Oslavia: sulla
cresta sommitale, vi erano una caverna adibita ad osservatorio, ed
una postazione sotterranea per un cannone di piccolo calibro, tutte
cavità inglobate nei lavori di modifica eseguiti dagli Italiani dopo
la conquista.
Due
piccole caverne, segnate sulle carte topografiche dell’epoca
(U.S.S.M.E., 1919) erano invece posizionate sotto i resti dell’eremo
del San Valentino e servivano per ricovero e deposito di munizioni
per due lanciabombe austriaci lì posizionati (Meneghini, 2001).
Dette opere erano quindi efficientissime e formidabili a detta degli
stessi militari italiani (Gavotti, 1924; Gariboldi, 1927). In ogni
caso, gli Austriaci limitarono lo scavo delle gallerie al “minimo
possibile, minimo necessario”, scavando senza i “martelli
pneumatici”, di cui non erano dotati: una prova di ciò è la
sezione trasversale della Grande Traversa (SA48), indicata dal
Gavotti in 1,50 m di altezza per 1,00 di larghezza (Gavotti N., 1924
cit. pp. 96-98): insufficiente sia per camminare in posizione eretta
ma soprattutto per permettere agevolmente l’incrocio di due colonne
di uomini. Fu forse anche un’eccessiva fiducia degli Austriaci
nell’efficacia delle proprie opere di fortificazione che permise
agli Italiani la presa del Sabotino, nell’agosto del 1916 (Gavotti,
cit. p. 95): ma il fattore principale del successo italiano fu il
paziente e poderoso lavoro, durato mesi, di avvicinamento alle
trincee nemiche con la fortificazione del terreno, scavando caverne
per dare sicuro ricovero alle forze d’assalto fin sotto le linee
austriache, in modo da prendere di sorpresa i difensori. Le opere
furono immani. Nicolò Gavotti, nelle sue memorie, suddivide le
vicende militari con la conseguente la realizzazione delle
fortificazioni, in quattro periodi: il primo, dal maggio a novembre
1915, caratterizzato da sanguinosi ed inutili assalti, e da una
sistemazione del terreno da parte italiana del tutto inadeguata e
precaria; il secondo, chiamato “Badoglio”, quando appunto il
tenente colonnello Pietro Badoglio prese il comando della zona di
operazioni dell’alto Sabotino, adoperandosi alacremente per la
realizzazione degli importanti e indifferibili lavori di ricovero e
di approccio; il terzo periodo, dopo l’agosto del 1916 per
conquista Vodice (avvenuta nella decima battaglia dell’Isonzo nel
maggio del 1917) con lo scavo delle cannoniere in modo particolare
sulla tratto di cresta nord; il quarto, in cui le fortificazioni in
caverna, comunque in corso di ampliamento, concorsero nei tentativi
di conquista del San Gabriele2 e nella presa del Monte Santo
(undicesima battaglia, agosto 1917), fino allo sfondamento avvenuto a
seguito della battaglia di Caporetto in cui il Sabotino venne
abbandonato.
Corso
di storia storia Contemporanea – Università Popolare di Mestre,
doc. Fusaro Franco

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