Sasso di Stria (Hexenfels, m 2477): Il sacrificio del Sten. Mario Fusetti

ho sognato, nelle peregrinazioni del pensiero, nelle grandi questioni umane e cosmiche, un avvenire di perfezione nelle cose morali e fisiche … ho amato la mia Patria nell’intimo delle sue bellezze, delle sue tradizioni … Con tenerezza serena, con fede nella pace dell’anima cristiana, sul campo, al cospetto del nemico che non temo, mi firmo. Mario …
Così, il giovanissimo Sten. Mario Fusetti del’81° Reggimento di Fanteria, si congeda dalla vita, una vita inghiottita dalle rocce aspre dell’immane sperone che si alza fra la Valparola e la Valle di Andraz: il Sasso di Stria, tagliato da una selletta sfociante in un canalone profondamente inciso che ne separa le due cime. Verso la Val Costeana protende un profilo arcigno a cui ben si adatta il nome che - in guerra come in pace - evoca storie di sortilegi e stregonerie. Salendo da Cortina, al mattino presto, è spesso avvolto, come castello da fiaba, da fitte nubi di vapore, misteri irrisolti che lo propongono alla vista con mutevoli forme: ora grifagno e sottile come da Passo Falzarego su cui sovrasta la cima di destra, più ardita, ma minore (m 2305); ora tozzo e possente; ora scogliera, colossale cresta di drago dormiente. Verso la Valparola le rocce si ammorbidiscono vestendosi di verde che al tramonto si illumina per sciogliersi nel rosa delle brevi ma potenti pareti. Ma la dolcezza non tarda ad impennarsi e questo scoglio strano diventa di nuovo aspro, scabro, ostile nella sua guglia maggiore, la Cima Principale (m 2477). Fin dall’inizio della guerra venne presidiato dagli Austriaci che mandavano lassù pattuglie in perlustrazione e occupavano stabilmente l’anticima (detta “Posizione Goiginger”) e la selletta sottostante. Le sue viscere furono martoriate da caverne e perforate da una galleria alla cui estremità era stato piazzato un piccolo cannone. Qualche centinaio di metri più sotto, nella “stretta” denominata “’n tra i Sass”, un solido fortino munito di cannoni e mitragliatrici. Non vi era altro. Anche il formidabile “Vonbankstellung”, con sei linee di reticolati, non era ancora stato costruito. Gli Austriaci, infatti, avevano realmente occupato il “Sasso”, ma ritenendolo inaccessibile verso le linee italiane, lo avevano rafforzato molto meno di quanto la sua importanza strategica e difensiva suggerisse. Nei pensieri dei Comandi Italiani, invece, la “Stria” occupò subito un posto di prim’ordine e oltre agli Alpini del Btg. “Val Chisone”, vennero affidati alla zona i Fanti della Brigata “Reggio” detta “La Sarda”. Il primo attacco italiano era previsto per il 15 giugno 1915 e a sferrarlo sarebbero stati proprio gli Alpini del Btg. “Val Chisone” comandati dal Ten. Col. Giuseppe Ratti, uomo, come dice Renzo Boccardi: “… adusto e segaligno, tutto nerbo e fuoco, ma ricco di qualità montanare e guerresche …”. E i suoi uomini erano: “… alpinoni magnifici, squadrati con l’accetta dal Dio degli eserciti, braccia da squassar montagne …” (R. Boccardi). L’attacco al Sasso di Stria fu una delle prime azioni di guerra condotte nel Cadore e nella conca ampezzana, preceduta soltanto dall’occupazione di Cortina, dall’attacco al Son Pòuses e dagli assalti al Col dei Bos e al Castelletto di Tofana. Fu la 229ª Compagnia che ruppe il silenzio dei monti sorprendendo e catturando un intero plotone dell’Arbeitenbatillon III/29 al comando del giovanissimo Cadetto Scheiben. Animati dall’entusiasmo di questo primo successo e approfittando della nebbia, gli Alpini cercarono di impossessarsi di tutto il Sasso: azione geniale, se fosse riuscita … Ma la nebbia si alzò e le giovani reclute fecero i conti con la realtà che la natura con i suoi veli e i suoi miraggi aveva cercato di mitigare.
Sibilavano le granate frantumandosi in caleidoscopiche schegge di dolore che si abbattevano su uomini umiliati, costretti ad ingoiare le prime lacrime e la prima rabbia, che per la prima volta sentivano l’odore dolciastro del sangue, il loro, che scivolava fuori dalle labbra morse per la paura. Sopra di loro gli Austriaci tessevano trame e preparavano alchimie di bombe ed insidie. Su quegli uomini adunghiati alle loro posizioni si abbatté l’ordine di ritirarsi. La “Stria” sogghignava beffarda mentre i nostri avversari, prudentemente, rioccupavano le posizioni perdute e si accingevano ad organizzarsi: camminamenti che immagliavano tutto il monte, appostamenti, ridottini blindati, trincee in cemento armato e poi cinture di reticolati e cavalli di Frisia. Il 5 luglio 1915, dopo l’arrivo in questa zona del fronte delle artiglierie pesanti, gli Italiani cominciarono a bombardare la Valparola, prima verso la parete del Piccolo Lagazuoi e poi verso il Forte ’n tra i Sass. I bombardamenti furono terribili: anche le pietre sembravano urlare mentre la Terra, ad ogni colpo, gemeva come un drago ferito: 50 - 60 colpi di granate al giorno che portavano via ogni volta pezzi di muro e schegge d’anima. E tra le polveri dell’esplosione si aggiravano ombre silenziose, chine sotto il peso dell’angoscia e sotto il carico di pesanti sacchi di sabbia con cui si tentava di rabberciare le ferite.
Nel giro di pochi giorni il forte fu completamente disarmato, ma - come accadde a Landro e allo sbarramento di Sesto di Pusteria (Forti di Haideck e Mitterberg) - gli Austriaci continuarono a mantenere la fortezza in apparente stato di funzionamento. La luce brillava all’interno delle cupe finestre mentre un sottile filo di fumo usciva dai camini e nulla sembrava mutato: su quella illusione, le nostre artiglierie rovesciarono una fittissima pioggia di bombe. Si dice che costò più agli Italiani per distruggerlo che agli Austriaci per costruirlo. Della bella costruzione di fine ’800 rimase solo lo scheletro spettrale che nelle notti buie aumentava il fascino morboso e sinistro della sovrastante “Stria”. Nei due mesi successivi, sempre condotti dagli Alpini del Btg. “Val Chisone”, affiancati dai Fanti dell’81° Reggimento della Brigata “Torino”, vennero sferrati altri tre attacchi. Fu un completo fallimento. La velenosa “Stria” continuava a sogghignare mentre veniva ferito il valoroso Ten. Col. Ratti che volle restare con i suoi uomini fino all’ultimo respiro. Il Btg. “Val Chisone” era rimasto senza guida, distrutto nel corpo e nello spirito, senza energia, senza vestiti di ricambio, senza scarpe. Tre mesi di guerra avevano ridotto il “Val Chisone” nel più scalcinato dei battaglioni alpini del fronte delle Dolomiti Orientali. Ma a rialzare le sue sorti arrivò l’uomo adatto: il Magg. Ettore Martini. Non passò molto tempo che si cominciò a pensare ad un nuovo piano per debellare definitivamente la spina dolorosa del Sasso anche se - nel frattempo - l’obiettivo principale dei nostri comandi diventava il Piccolo Lagazuoi. La strada verso il Tirolo era in ogni caso fortemente sbarrata e altresì la conformazione del terreno rendeva ogni azione difficoltosa: ovunque trincee, ovunque reticolati, ovunque pareti verticali, ovunque agguati. Questo assurdo gioco era affidato ai Fanti dell’81° Reggimento comandato dal Col. Achille Papa che morirà nell’ottobre del 1917 sulla Bainsizza. Il colonnello aveva studiato la “sua” montagna per scagliarvi contro i “suoi” uomini: audaci, valorosi, ma che non conoscevano quelle rocce aspre e che avrebbero dovuto fare affidamento su artiglierie obsolete, medi calibri in ghisa caricati con polvere nera … E il motto di questi uomini guidati da un giovanissimo quanto entusiasta ufficiale era: “Ad ogni costo!”. Quest’uomo, meglio, questo ragazzo di appena 19 anni, che si sarebbe presto rivelato eroe di purissimi ideali, era il Sten. Mario Fusetti, studente universitario, dallo sguardo di sognatore coperto di spesse lenti, dallo spirito di ragazzo del suo tempo che portava al fronte i suoi adorati libri: la Divina Commedia e l’Imitazione di Cristo; dalla precoce maturità conquistata nei pochi giorni di preparazione alla terribile esperienza della guerra; dal testamento che portava con sé e che - più che le ultime volontà - era l’incanto di una dolcissima ben dosata miscela di cultura, sentimento, amore per la Patria e la famiglia. Non era un alpinista, ma dalla natia Milano da cui veniva, spesso aveva salito le belle montagne che sovrastano il Lago Maggiore. Accettò l’incarico propostogli dal suo superiore e scelse fra colleghi e soldati della sua compagnia, l’11ª, gli esploratori che dovevano condividere con lui l’azione. Si decise la salita sui fianchi della repulsiva “Stria”: un canalone di “Quota 2477” più dirupato degli altri e che perciò il nemico non aveva ancora fortificato. Si decise la data: 18 ottobre. Si decise l’ora: le 22. Si decise il punto di partenza: il Bosco di Buchenstein.
“… notte lunare, di quelle che sulle Dolomiti biancheggianti fanno quasi giorno e ogni ombra è scolpita nel marmo più candido …” (R. Boccardi). Avevano viveri per tre giorni, munizioni, cuore pronto ad osare l’osabile e le scarpe: “… come Dio vuole, onere e vanto del Fante/Alpino …”. Fusetti cominciò la sua scalata alla testa della sua pattuglia composta dal Serg. Gorni; dai caporali Martini e Ludovisi; dagli allievi/ufficiali Rapicavoli, Magnifico, Moscatelli e da otto soldati. In silenzio, alle prime luci dell’alba, raggiunsero la cresta sommitale, aspra, brulla, attraversata solo dal filo di un telefono da campo. Reciso in un sol colpo il filo, Fusetti prese posizione sull’osservatorio austriaco a quell’ora deserto. La sorpresa pareva riuscita: ma era troppo tardi e il giorno troppo avanti. La luce del sole mise a nudo intenti ed agguati. Nel frattempo quattro uomini erano spariti e non si trovavano più. Ma il giovane sottotenente non si perse d’animo e non si smarrì fra il dedalo di massi e il tumulto delle impellenti emozioni. La partita aperta con la “Stria” era un gioco che ormai bisognava giocare fino in fondo. E bisognava vincere. Ore 4,30: il Serg. Serpetti avvistò il nemico e i suoi uomini spararono qualche fucilata. L’alba ebbe un brivido e li pietrificò così, immobili, le dita sul grilletto e gli occhi verso l’ignoto. In tutti, quell’attimo di attesa senza respiro in cui il cuore si ferma per precipitare fuori dalla mente e diventare qualcosa che non ci appartiene. Comparvero due Austriaci sulla Selletta. Fusetti, fulmineo, li colpì. Nel frattempo, tuttavia, i Kaiserjäger, superato il primo istante di disorientamento, si mossero nella direzione da cui erano arrivati i colpi di fucileria.
Ci fu lo scontro: terribile. Ci furono le perdite. Altrettanto terribili. Il nemico riprese il sopravvento mentre i soldati italiani, rimasti soli sulla desolata cima, cercavano di resistere ad ogni costo nell’attesa dei rinforzi che arriveranno, sì, ma solo per i loro avversari. Il Sten. Fusetti capì che non potevano resistere ancora a lungo e cercava di tenere alto il morale dei suoi uomini: aveva per tutti un pensiero, per tutti un’attenzione, per tutti una parola. Bisognava trovare il modo di far sapere al proprio comando che lassù, sul “Sasso” i Fanti dell’81° c’erano ancora. Ma ormai erano passate più di quattro ore. Erano le nove e c’era troppa luce. Non c’era nulla per fare segnalazioni se non il piccolo Tricolore che il sottotenente portava con sé e già sventolava legato ad una piccozza. Si cercò di attirare l’attenzione con qualche fucilata. Nessuno rispose se non un cecchino. I Fanti italiani opposero un’incredibile resistenza sostenuta soltanto da un’altrettanto incredibile forza d’animo. E allora il giovane Mario, brandito un “91”, tenne a bada il nemico. Ma improvvisamente, come colpito da malefico incantesimo generato dal cuore della “Stria”, cadde, di schianto. Un piccolo fiore rosso stampato sulla pelle candida della fronte, un piccolo fiore che bagnò con le sue lacrime il grigio-verde della giubba. Il giovane ufficiale era, nell’ultimo istante di vita, l’immagine del suo Tricolore, della sua amata Bandiera. I Fanti, chiusi in un disperato dolore, protessero il corpo del loro ufficiale con alcuni sassi. Lo coprirono con il mantello. Ma non c’era tempo per le lacrime! La situazione si faceva sempre più critica: le cartucce scarseggiavano e si usavano quelle dei morti. Le canne dei fucili bruciavano le mani e tutti, con l’angoscia nel cuore, vedevano il monte perduto, la fronte spaccata del caro amico Mario, la piccola bandiera che sventolava ancora, inutile segnale! “Die Hande Hoch!”, “Mani in alto!”. Un attimo eterno di attesa e poi il silenzio. Sguardi di uomini costretti all’inimicizia; grida soffocate; un breve corpo a corpo. Ma Mario dormiva libero, sotto il suo mantello, sulla cima del monte. Gli Italiani rimasero lassù, sì, ma erano tutti morti. Il giorno dopo, il Col. Papa, informato della morte del Sten. Fusetti, voleva andare di persona a cercarne il corpo. Ma non lo si trovò più! Forse, ora, egli è il cuore - divenuto nobilissimo - della “sogghignante Stria” che, con la sua cresta tormentata, pare ancora oggi portare al cielo, il più vicino che si può, la semplice storia di uno studente pensoso e sognante, dai grandi occhi scuri, dalle guance di adolescente, che portava con sé Dante e l’Imitazione di Cristo, l’ardore della giovane età e il testamento. Mario ancora oggi dorme lassù. Sereno …
Università popolare di Mestre, conferenze La Grande Guerra in montagna

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