Tratto del fronte (nella zona di Ciginj, nell’attuale Slovenia nord-occidentale)
Quando
tutti uscimmo dai nostri reticolati, innestammo le baionette e
cominciammo a scendere per un terreno scosceso allo scopo di andarci
ad appostare in un tratto lungo la trincea abbandonata che si trovava
un centocinquanta o duecento metri sotto i nostri reticolati. Quando
eravamo un po’ giù, ci fermammo per ascoltare e quando non udimmo
cosa alcuna, continuammo il nostro cammino. Eravamo vicini alla detta
trincea abbandonata e mandammo due uomini ad esplorarla. Questa
trincea si estendeva per un buon tratto, in certi punti aveva qualche
poco di copertura
che solo poteva mascherare, perché nemmeno poteva riparare dagli
shrapnels, in certi punti era travolta e di tanto in tanto si trovava
nel mezzo qualche masso, in qualche tratto era interrotta. Sembrava
insomma un fosso e non una trincea. Per il nostro scopo si prestava
bene. Quando i nostri due uomini ebbero esplorato bene la trincea e
non videro nessuno, cominciammo a distenderci per un lungo spazio in
modo da guardare e difendere bene le trincee del nostro battaglione
nel caso che il nemico si fosse avvicinato, e quando tutti fummo
distesi mandammo alcune vedette un po’ più avanti. Io mi misi a
sinistra, il mio collega a destra in modo da sorvegliare bene ed
avere alla mano i nostri uomini. Dopo un momento si cominciò a fare
sentire una batteria nemica di grosso calibro.
Il
bombardamento nemico continuava e da parte nostra si sentiva qualche
colpo di risposta. Ogni volta che si sentiva il fischio di qualche
granata che si avvicinava, io e i soldati che mi stavano vicini,
pregavamo perché non scoppiasse vicino, tutte le schegge però
arrivavano sempre da noi. Una granata scoppiò sopra di noi e
seppellì me e altri due soldati. Mi vidi perduto, mi alzai di botto
e chiamai i soldati, chiamai un caporale che mi stava vicino. Nessuno
mi rispose, solo un po’ distante a me vidi un soldatino che
sembrava matto. Quando mi liberai da tutta quella terra e piccole
pietre che mi avevano sepolto, vidi che il moschetto era rimasto
seppellito, ma non c’era tempo da perdere perché poteva arrivare
un’altra granata sullo stesso punto, del resto avevo ancora la
pistola. Perciò assieme a quel soldato che portai con me, andai
verso destra, dove ci doveva essere il mio collega per vedere quello
che si doveva fare. Quel tratto di trincea a destra era anch’esso
tutto sconvolto, vidi altri due soldati che cercavano disperatamente
uno scampo e li portai con me. Tutti i soldati erano disarmati perché
i loro fucili erano stati seppelliti e loro cercavano di salvarsi.
Quei pochissimi tratti di copertura leggera non esistevano più, vi
era di tanto in tanto solo qualche fosso. Chiamai per nome tante
volte il mio collega, nessuno mi rispondeva: o lui era andato senza
dir niente a me o era stato ferito e si trovava lì in mezzo alle
macerie seppellito. Erano momenti di disperazione. Di quaranta
soldati non vedevo vicino a me che soli tre uomini, di due ufficiali
ne vedevo che uno. Come fare? Quando arrivava qualche granata,
eravamo obbligati a buttarci precipitosamente in qualche fosso. Io,
solo armato di semplice pistola, con tre uomini disarmati, pieni di
spavento eravamo in balia della fortuna. Come difenderci se fossero
venuti i nemici in numero maggiore? Eppure infondevo coraggio.
Dopo
un poco le nostre mitragliatrici aprirono il fuoco e si iniziò una
vera battaglia giacché anche le mitragliatrici nemiche spararono.
Non c’era cosa fare, oltre alle granate fischiavano anche le
pallottole di mitragliatrici. Conveniva stare lì nascosti in attesa
dell’alba e della calma per tornare sulle nostre linee. Io avevo
tutte le mani con la pelle scorticata, sudavo freddo, più volte il
mio elmetto mi riparò la testa che senza di esso sarebbe stata
rotta. Il fuoco di artiglieria e di mitragliatrici continuava da ambo
le parti. Dopo un poco udii dei segnali di fischietto al di sotto di
noi. Erano gli austriaci che probabilmente si avanzavano. Chiesi
allora di nuovo per assicurarmi se quei soldati che erano con me
avevano un fucile o una bomba; nessuno aveva una cosa tranne le
giberne. Come difenderci? Ordinai che tutti facessero silenzio, che
nessuno si facesse sentire, se no saremmo stati pigliati prigionieri
e minacciai tutti con la pistola. Si sentivano delle grida, dei
fischi davanti a noi. Erano gli austriaci che in gran numero si
avanzavano per venire ad assaltare un gran tratto della trincea che
stava sopra di noi. Tutto ad un tratto, vidi attorno a noi una decina
di nemici con i fucili spianati e le baionette innestate. Girando
attraverso quella trincea ci avevano scorti. A quella vista nessuno
di noi disse una parola e, quando si sentì una fucilata vicino, i
tre soldati lasciarono le giberne ed alzarono le mani. Gli austriaci
si misero a gridare e stavano facendo fuoco perché forse avevano
visto me che ero ancora nascosto e non mi ero alzato. Era inutile
sperare più, ad evitare che noi fossimo ammazzati a baionettate,
nascosi là la pistola e mi alzai. Gli austriaci si avvicinarono e ci
presero. Da quel momento ero prigioniero. Erano circa le tre.
Preso
prigioniero, iniziava il “viaggio attraverso la zona nemica” per
giungere dapprima al Comando di Battaglione, poi a quelli di Brigata
e di Divisione, passando attraverso le trincee austriache, le quali
destarono subito l’attenzione stupita dell’ufficiale italiano: Le
trincee nemiche erano in barbetta. Erano larghe ed alte, per fare
fuoco bisognava salire una scaletta e si arrivava in un pianerottolo
da dove inpiedi loro si difendevano con bombe a mano o col fucile.
Davanti alle trincee si estendeva uno o due ordini di reticolato ben
fatto e in certi punti anche quattro e cinque ordini. In quella
trincea c’era una pulizia che stupiva, un ordine che faceva
meraviglia. Anche le caverne, dove stavano i soldati che, in
caso di allarme, dovevano guarnire le trincee, apparivano al Giaconia
molto ben fatte e asciutte, per non parlare di quelle riservate agli
ufficiali: […] mi condussero in un’altra caverna dove si
trovavano gli ufficiali. Oltre che della pulizia in quella caverna vi
regnava l’eleganza, per quello che potevano, ed anche le comodità.
Quella era una caverna per un ufficiale ed aveva una larghezza di tre
metri per una lunghezza di quattro. Le mura erano di tavole però su
di esse vi era incollata della carta bianca in modo da far apparire
più elegante la stanzetta. Vi era un letto fatto di tavola, un
materasso credo di lana e le lenzuola; un tavolino, un piccolo
specchio ed alcune sedie. Vicino al letto vi era un finestrino che
comunicava con la stanza del telefono, di modo che anche coricato
ogni ufficiale poteva parlare al telefono. Ogni ufficiale aveva a sua
disposizione una caverna di quelle, sicché in caso di bombardamento
era al sicuro giacché di sopra vi erano cinque o sei metri di roccia
viva. Erano sicuri anche i soldati nelle caverne perché durante i
bombardamenti nessuno stava in trincea, osservava i movimenti nostri
un ufficiale dell’osservatorio, sito anch’esso in una caverna.
Dopo
varie tappe di spostamento verso il campo di internamento, fatte di
marce forzate e di soste in baracche in cui la condizione di
sofferenza si acuiva, e il passaggio da Adelsberg in treno, il
prigioniero trascorreva qualche giorno nel castello di Lubiana per
essere tradotto, come destinazione finale, nel campo di concentrmento
di Theresienstadt. Qui trovava una situazione completamente diversa
rispetto a Lubiana: a partire dal giaciglio, ben più duro e con le
tavole che occupavano il posto della rete metallica. Se da un lato vi
era il conforto di ritrovare volti conosciuti tra i compagni di
prigionia, dall’altro lo avevano sin da subito messo al corrente
del fatto che in quel luogo si stava male, molto male per mangiare
perché era un campo nuovo formato: non si poteva comperare niente di
generi alimentari perché non ne vendevano, non si usciva
generalmente da quel cortile, si usciva ogni tanto inquadrati e
accompagnati da un ufficiale austriaco e da soldati.
Con la
descrizione accurata delle caratteristiche del luogo di prigionia,
dove avrebbe trascorso più di un anno di detenzione, si chiudeva il
racconto diaristico dell’ufficiale mistrettese: Non era che una
vecchia caserma austriaca, tutta bastionata; vi era sul davanti un
gran cortile alberato con sedili. Il cortile era circondato da una
muraglia e di sopra vi era il fil di ferro spinoso. I prigionieri non
potevano uscire da quel cortile se non quando c’era la passeggiata
prescritta. Dovevamo andare in un orto, dietro la caserma che i
prigionieri avevano affittato. Vi era il cinematografo, il teatro e i
giuochi; vi era il pianoforte che nella sala convegno faceva sentire
le sere più o meno melodiose; vi era infine una cantina che non
vendeva quasi niente.
Gaetano
Giaconia classe 1895, sottotenente

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