Assalto e conquista trincea nemica. Monte San Michele

L’artiglieria nostra, con i suoi tiri infernali di preparazione, aveva spazzato il terreno antistante ed aveva in certo modo demoralizzato il nemico. Ad un segnale convenuto la nostra prima linea aveva cessato il fuoco e si era slanciata furiosamente all’assalto mentre noi di rincalzo rimanemmo per più di un’ora rannicchiati in vecchie trincee austriache sconquassate; intanto un temporale fortissimo si rovesciò su di noi buttando grandine ed acquazzone a non finire; sembrava che tutto dovesse subissarci; gli uomini dalla terra e Dio dal cielo sfogavano le proprie ire; sembrava il finimondo.
Alle 6 e un quarto ci venne l’ordine di raggiungere la prima linea; si procedeva strisciando per terra tra i cadaveri, nella melma rossa di sangue e putridume, fermandoci e ficcando le testa dietro un tronco d’albero, dietro un sasso, dietro il sedere di un compagno che ci era davanti o sotto ad un morto, ogni qualvolta si sentivano arrivare gli shrapnels o le granate; si procedeva a piccoli abalzi, più morti che vivi, pensando ai nostri cari, biascicando con voce tremante e piangendo calde preghiere; qualcuno bestemmiava, imprecava, in confuso si udivano i comandi degli ufficiali! Giungemmo alla linea di fuoco e subito avemmo l’ordine di saltare la trincea e di lanciarci all’assalto!
Momenti pieni di emozione Fra la fucileria assordante ed i colpi squassanti dei cannoni, si udivano le grida strazianti dei soldati che cadevano...e non erano pochi, non si contavano più! Saltai la trincea e vidi a poca distanza da me un’altra trincea nemica abbandonata, con una infinità di uomini immobili, addossati al muro, i quali sembrava aspettassero qualche ordine per muoversi. Avanzammo allora cautamente strisciando; ma, spettacolo raccapricciante, quando fui vicino alla trincea e passai accanto ad alcuni uomini che avevano lo zaino in spalla ed erano carponi per terra li guardai in faccia...Dio mio!...erano tutti morti, con volto nero, gonfio, putrefatto e pieni di vermi piccoli e bianchi!
Volsi il viso dalla parte opposta, inorridito, e mi trovai davanti un mio soldato con le budella squarciate e fumanti; non capii più nulla, mi sentivo venir meno, la testa mi girava, non ne potetti più, emisi un grido che era un ruggito, e piansi correndo pazzamente vero la trincea abbandonata. Raggiunsi la trincea e mi fermai per attendere i miei soldati che, oramai demoralizzati, non volevano più avanzare! Quando ci furono tutti, ordinai di saltare la seconda trincea e di buttarci a capofitto nella vallata sottostante; per molti soldati dovetti puntare il fucile e minacciarli perché non volevano più andare avanti. I soldati cominciarono a saltare ed il colonnello Santernecchia bastonava di santa ragione i più codardi; quando mi assicurai che tutti i miei soldati erano già fuori ci lanciammo, tutti insieme, di corsa velocissima, al grido di “Savoia!”, ci precipitammo giù nella vallata lasciando alle nostre spalle il terreno coperto di morti e di feriti; man mano che procedevamo la compagnia si assottigliava; dei miei 70 uomini me ne rimanevano una quarantina…
Mentre avanzavamo, le mitragliatrici nemiche mietevano vite umane in un modo raccapricciante! E si continuava ad avanzare,tra grida, lacrime, singhiozzi, lamenti di feriti, fra rantoli di moribondi, sotto un acquazzone infernale mentre le pallottole fioccavano a noi vicino in quantità tale da superare una forte gragnuola e mentre i 305 e gli shrapnels seminavano la morte e la distruzione ovunque si abbattevano! Finalmente giungemmo sotto la linea di fuoco nemico, uno scatto, tutti ci fummo dentro facendo una quantità di prigionieri e baionettando i più cocciuti…
La trincea conquistata al nemico era a cavaliere della montagna e di lì si vedeva tutta la vallata retrostante solcata dalla strada che da Gorizia passa per San Martino e va al mare; vedemmo le artiglierie nemiche che si ritiravano di corsa pazzesca, dirigendosi sui monti dirimpetto ove erano anche le batterie di Savogna! Respirammo così tranquilli per pochi minuti; il caporale Cappelli Michele scorge nella trincea dei fili metallici sottilissimi, lo dice al capitano e questi gridò concitatamente: “Tagliali, figlio mio, sono mine!”
Subito ci buttammo ad eseguire l’ordine e li tagliammo con le baionette e fu un vero miracolo perché subito dopo alla sinistra una ottantina di uomini saltarono per aria! Prendemmo così i sacchetti vuoti, li riempimmo di terra e voltammo la trincea in un quarto d’ora, adoperando scudi d’acciaio trovati e quelli di ghisa portati con noi, mentre altri soldati trasportavano indietro armi, munizioni, mitragliatrici ed altro bottino.
Da In trincea sul San Michele, di Michele Lotti

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