Al rapido annientamento dell’identità vivente faceva riscontro il lento processo di decomposizione dei resti corporei.
“Quei
morti erano appartenuti alla nostra compagnia: io li conoscevo tutti.
Non era possibile prenderli e sotterrarli. Si scomponevano lì, alla
pioggia e al vento, sulla desolata montagna. Nel solo breve tratto
dove il mio sguardo poteva aggirarsi – ed era molto breve! – ce
n’erano trentaquattro o trentacinque: morti, la maggior parte, di
pallottola di mitragliatrice. Il tempo era umidiccio: in certe ore
piovigginava.
L’acqua
cadeva su quei corpi inerti, lavava quelle povere facce bluastre; ed
era come un pianto della natura (…). Rovesci uno sull’altro,
formavano un ammasso informe, che ogni giorno, per il lento
disfacimento, andava attenuandosi sempre più”
C.
Pastorino, La prova del fuoco, op. cit., pagg.168-169

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