Asiago la grande guerra sull'Altopiano
Avete
presente l’inferno di Gaza coi suoi quarantamila morti? In un
fazzoletto poco più esteso di terre alpine (meno di 500 chilometri
quadrati contro 360 della Striscia) morirono allora almeno
54.286 uomini, quelli dopo la guerra pietosamente raccolti e
sistemati insieme, molti con un nome, molti ignoti, nel gran
basamento dell’Ossario vicentino. Più circa millecinquecento
militari britannici e del Commonwealth sepolti nei cinque cimiteri
inglesi della zona. Più diverse migliaia di dispersi dei quali non
fu possibile ritrovare i resti.
Certo,
le vittime «civili» furono allora una minoranza. E il trauma della
brutale evacuazione degli abitanti descritta da Emilio Lussu
(«Sull’Altipiano non era rimasta anima viva. La popolazione dei
Sette Comuni si riversava sulla pianura, alla rinfusa, trascinando
sui carri a buoi e sui muli, vecchi, donne e bambini, e quel poco di
masserizie che aveva potuto salvare dalle case abbandonate al nemico.
I contadini allontanati dalla loro terra, erano come naufraghi.
Nessuno piangeva, ma i loro occhi guardavano assenti... I carri,
lenti, sembravano un accompagnamento funebre...») limitò le stragi
di civili. Per tutti però fu l’apocalisse. Che non
sarebbero bastati decenni a sanare.
«Dopo
41 mesi di guerra Asiago, Gallio, Canove, Camporovere, Cesuna, ma
anche Roana, Tresche Conca, Mezzaselva, Rotzo, Foza e, pur in misura
minore, Enego, erano ridotti a un’immensa distesa di rovine»,
scrivono Vittorio Corà e Mario Isnenghi nel volume L’altopiano
dei Sette Comuni edito da Cierre, spiegando che la relazione
del commissario Raimondo Rava accertò «fabbricati interamente
distrutti e resi completamente inabitabili» per una «quota del
95%». L’annientamento di un mondo.
Per
i soldatini, trascinati innocenti in quella che papa Benedetto XV
definì «una inutile strage», fu una mattanza. Scatenata
da una propaganda di odio dove La voce del Piave,
ricambiata da toni non meno bellicosi dei nemici, si spingeva a
bollare gli austriaci così: «I loro cervelli nutriti di sangue
sgorgante da corpi puri sgozzati per essere da essi divorati, si sono
acuiti nella ferocia meccanica, intravedendo, con felino occhio,
attraverso nubi venefiche e le lingue divoratrici di fuoco, il
martirio e la strage. La loro crudeltà si è rallegrata nel grido
straziante di bimbi che elevano al cielo i moncherini sanguinanti;
nel pianto ininterrotto di resti di famiglie schiave; nel rossor
pieno di lacrime di fanciulle condannate a partorire mostri...».
Eppure, ricorderà
Ermanno Olmi, bergamasco di nascita ma asiaghese d’adozione,
dedicando il suo ultimo e bellissimo film Torneranno i
prati a una notte in trincea alla vigilia di Caporetto, che
«c’erano due guerre: degli ufficiali e dei soldatini, dei borghesi
e dei poveri». Di più: «C’erano trincee, su a Monte Zebio,
separate da otto metri. Otto metri! Da qua a là. Si parlavano: “Come
siete messi a legna?”. E stabilivano delle tregue perché gli uni e
gli altri potessero andare a “far fagaro”, cioè a rifornirsi di
faggio, per alleviare almeno le pene dell’inverno». Nel film un
soldatino napoletano canta allo scoperto «Comm è bella a muntagna
stanotte.../ Bella accussí, nun l’agg vista mai...». I «nemici»
ascoltano incantati: «Bravo italiano! Bravo!» Non sparano. E lui
riparte: «Fenesta ca lucive e mo nun luce...».
E
se sull’Altopiano non si registrò il «miracolo di Natale» del
1914 a Ypres dove inglesi e tedeschi improvvisarono una sfida a
calcio e «il pallone rimpiazzò le pallottole e per la durata di una
partita l’umanità riprese il sopravvento sulla barbarie» (Kurt
Zehmisch), lo storico Emilio Franzina ne La storia (quasi
vera) del milite ignoto, ricorda vari episodi di
«fratellanza» fra nemici. Come certi scambi natalizi tra una
trincea e l’altra di pane e cioccolata e il racconto di un certo
Biagio Zanetti che era stato emigrato in Vorarlberg e parlava il
tedesco e un giorno «aveva spiegato: “Guardate che anche
l’austriaco ogni tanto deve farsi sentire dai suoi ufficiali a
sparare e a gettare delle bombe. Però, quando è il momento, farà
un segno con la sigaretta. E voi allora, diceva ai nostri che
andavano fuori all’avamposto, appena vedete muoversi la brace vi
dovete inquattare e stare sotto per bene, perché vuol dire che sta
per sparare”».
Lo
stesso Emilio Lussu, in Un anno sull’Altipiano,
racconta di un assalto suicida al Monte Fior poi ripreso da Francesco
Rosi nel film Uomini contro: «D’un tratto, gli
austriaci cessarono di sparare. Io vidi quelli che ci stavano di
fronte, con gli occhi spalancati e con un’espressione di terrore
quasi che essi e non noi fossero sotto il fuoco. Uno, che era senza
fucile, gridò in italiano: “Basta! Basta!”. “Basta!”
ripeterono gli altri, dai parapetti. Quegli che era senz’armi mi
parve un cappellano. “Basta! bravi soldati. Non fatevi ammazzare
così”. Noi ci fermammo, un istante. Noi non sparavamo, essi non
sparavano. (...) Dalla nostra trincea, una voce aspra si levò:
“Avanti! soldati della mia gloriosa divisione. Avanti! Avanti,
contro il nemico!”. Era il generale Leone...». Fatto è che quanti
coltivano la memoria di quella guerra nei libri, sulle riviste e
online, si riconoscono nei versi di Osvaldo Ferrari sulla lapide
del tenente Franz Strait ucciso a Cesuna, «figlio straniero qui
morto/ tra fratelli di ora e di sempre/ che ti furon nemici/ solo
nell’attimo supremo/ dell’incontro con Dio».
Questo
ha di grande e struggente, spiega lo storico militare Marco
Mondini, il sacrario di Asiago: «I cimiteri della Grande guerra in
Europa generalmente non “mischiano” i morti dell’una e l’altra
parte. Francesi e tedeschi, per dire. Qui sì. A metà degli anni
Venti, nella scia degli accordi postbellici e dello “spirito di
Locarno” Mussolini ne fa una scelta politica: noi italiani siamo
così generosi, avendo vinto la guerra in modo così schiacciante,
che possiamo concedere all’ex nemico di essere un nostro fratello
nella morte». Una «furbata» diplomatica? Anche. Certo è che quei
soldatini fatti cozzare gli uni con gli altri, quelle «marionette
nelle mani d’un burattinaio ignoto» di cui scrisse Paolo Monelli
ne Le scarpe al sole, furono sepolti davvero insieme, sia
pure in spazi diversi, nello stesso Sacrario. Ed è anche per questo
che, in tempi di odio tra vicini in Ucraina, in Medio Oriente, in
Africa, l’Ossario di Asiago, con i suoi morti affratellati, non può
restare chiuso. Ci sono progetti «quasi» pronti? Partano,
finalmente. Ogni giorno che passa in più è ormai insopportabile.
https://www.corriere.it/cultura/24_agosto_25/asiago-memoria-smarrita-sacrario-chiuso-oltre-anno-956f7634-6239-11ef-860d-74f46888d89c.shtml

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