Nascosto sotto i morti – San Martino del Carso 8 novembre 1915
La
notte dell’8 novembre fui chiamato dal mio Tenente, Signor Giàccari
di Ruffano, e mi dice che io, e due altri soldati a mio piacimento,
devo andare di pattuglia alle trincee nemiche per vedere se ci sono
reticolati spezzati, di osservare attentamente se ci sono Austriaci
nel trincerone.
Rifiutarmi
non potevo e così dovetti rassegnarmi a Dio, acciocché mi aiutasse.
Verso
le 12 chiamai due soldati, feci pigliare le loro tascapane, ci
caricammo di bombe a mano, di quelle lenticolari, li feci conoscere
quale era il nostro compito da eseguire.
Il
Tenente diede l’ordine di uscire, e noi ci arrampicammo sopra la
nostra trincea senza fare nessun rumore: a carponi come tre gatti
andavamo avanti strisciando col petto a terra.
Appena
allontanati quindici metri dalla nostra trincea, stavo minutamente
osservando quando mi accorgo che una grande ombra veniva verso di
noi, tanta che era l’oscurità non si poteva conoscere cosa fosse
quest’ombra; pensai alla meglio di ritornare alla nostra linea e
così feci io e i due soldati che erano con me.
Arrivati
alla nostra linea, mi prendo una sigaretta per levarmi un po’
quella paura, ma in verità non mi reggevano le mani a poter
accendere il fiammifero; mi metto bene la mantellina in testa, tanto
per non farmi vedere, quando m’accorgo che una vedetta abbandona il
posto e incomincia a correre per il camminamento, senza fucile e
senza berretto in testa. Mi alzai per andare a domandar che cosa gli
aveva accaduto, ma era scomparito; quando m’accorgo di aver sentito
uno scroscio di pietre. Accesa la sigaretta, incominciai a guardare
verso il nemico, e vedo che a distanza di sei metri più a sinistra
dal punto in cui mi trovavo io, c’era un telo da tenda, che l’aveva
fatta mettere il mio Tenente tanto per ripararsi dalla pioggia; e
quell’ombra stava osservando proprio il rumore di quel telo che
faceva con l’acqua che cadeva sopra. In verità mi impressionai,
volevo anch’io fuggire, ma sul momento ripresi animo e dicevo fra
me: “...se viene a questa parte mia gli sparo!”. Riprendo piano
piano il mio fucile per non far rumore, volevo gridare “All’armi!
”, ma vedevo solamente un’ombra e non lo potevo fare. E tanto ne
avvenne: che l’ombra, a poco a poco, girava tutta la linea nostra.
Arrivato che fu alla mia direzione, mi stava osservando; ed io, senza
perdere un sol momento di tempo, faccio partire il colpo e lui cadde
su di me, mi afferra di dietro alla mantellina che poco mancò a
farmi perdere il respiro; invece io credevo che vuole ammazzarmi con
qualche pugnale, invece mi sbagliavo, perché lui era stato colpito
al cuore e sul momento cessò di vivere.
I
miei compagni avevano sentito il colpo, ma di nulla se ne avevano
accorti, causa dell’oscurazione, quando si risente una voce:
“Italiani, baionetta! Savoia!". Queste parole suscitarono
all’armi, che ogni soldato, senza attendere nessun comando, apre il
fuoco.
Divenne
una fucileria infernale!
Non
si sentiva altro che la casa del diavolo!
Feci
ad un soldato innestare la baionetta e di stare in guardia su questo
austriaco che faceva il morto, e già lo era.
Dopo
mezz’ora di fucileria, incominciò a calmare, a poco a poco,
divenne una calma perfetta; non si vedeva niente ed ognuno pensava a
sorvegliare con molta attenzione.
Prima
di fare giorno, all’improvviso vediamo un giovane sui venti anni
d’età che, con le mani alzate, rientra nella nostra linea proprio
in quel punto che mi trovavo io, ed io gli diedi del caffè.
Appena
che ebbe bevuto, subito s’accorse che affianco a me c’era,
disteso in mezzo al nostro camminamento, il cadavere che avevo ucciso
alla notte, si inginocchia, afferra la testa del cadavere, lo guarda
in faccia e lo bacia, con tutta la forza dell’animo suo.
Dopo
quasi mezz’ora fu chiamato il nostro Comandante di Compagnia Signor
Bergese, ed incominciò a interrogare questo giovane, essendo che il
nostro Capitano sapeva ben parlare la lingua austriaca. Questo
giovane gli rispose che è ungherese e che il morto era il suo
padrone.
Fu
perquisito il cadavere e ci trovammo legato al cinturino di cuoio la
rivoltella a sei colpi, due bombe lacrimogene, la carta geografica,
sigarette, e un orologio luminoso ed altri oggetti.
Il
prigioniero fu portato al Comando dov’era il Signor Colonnello, ed
il cadavere, che era un ufficiale, fu sepolto alla meglio con un po’
di terra sopra. Il 10 novembre venne un ordine che tutto il 47°
Reggimento doveva fare l’avanzata, che assolutissimamente si doveva
conquistare il San Martino. Tanto vero che alla sera, verso le ore 2
pomeridiane, erano tutti pronti.
Un
continuo bombardamento, i nostri dalla mattina a buon’ora, sempre
tiravano con tutti i calibri alle trincee nemiche.
Non
appena cessato il bombardamento, ci portarono all’assalto; era un
campo tutto scoperto. Ognuno, sia ufficiale che soldato, ognuno si
slanciava verso le trincee nemiche; ma le mitragliatrici austriache
seminavano strage, massimamente quelle di sopra il San Michele, che
ci pigliavano in facilità; ed i poveri soldati nostri caddero come
le foglie secche al vento, squartate le carni dal piombo nemico. Una
buona quantità dei nostri soldati, che furono i primi ad uscire,
arrivarono a conquistare la prima linea nemica, che ne avvenne un
combattimento a petto a petto; ma ecco che il Maggiore era già morto
da pallottole nemiche, il nostro capitano Bergese ferito gravemente
al torace, due altri capitani feriti gravemente, altri ufficiali e
graduati e soldati morti e feriti che giacevano a terra. Insomma,
appena due minuti di avanzata, ecco che mille persone già morti e
feriti!
Il
Signor Tenente Giàccari di Ruffano prese il comando della Compagnia,
e nel momento che stava rianimando i soldati per andare avanti, una
pallottola gli tolse la vita, e noi dovemmo restare a quel posto.
Io,
per fortuna, mi nascosi sotto due soldati nostri che già erano
morti, e così forse mi salvai la vita. Non si sentiva altro che
lamenti e sospiri di quei poveri feriti che gridavano aiuto; ma chi
li aiutava? Nessuno, e massimamente a quel punto scoperto! Non appena
fu fatto buio, quelli che restammo vivi avemmo l’ordine di
abbandonare la prima linea conquistata e retrocedere alla nostra
linea di partenza, e ciò fu fatto in silenzio, e rimanemmo per
parecchi giorni sempre a quel punto!
II
giorno 19, prima di fare giorno, la nostra artiglieria apre un fuoco
infernale sulle trincee nemiche, pigliando il terreno palmo a palmo.
Alla
sera, cessato il combattimento, arrivarono truppe nostre da
rinforzare le compagnie che avevano subito delle perdite. E di nuovo
ci portarono all’assalto e, pochi minuti dopo, bastò di occupare
il trincerone nemico, facendo altri quattrocento prigionieri
Austriaci, due mitragliatrici, fucili, casse di munizioni e tanto
altro materiale di guerra. In quel giorno, le nostre perdite furono
pochissimi morti e molti feriti. Alla notte, gli Austriaci vennero
all’assalto a scacciarne dalla trincea che avevano perduta; vennero
due volte all’assalto ma furono ben accolti, che quanti ne uscivano
tanti ne restavano feriti e morti, tanto che era l’attività dei
nostri. Ogni tentativo, ogni sforzo, che facevano era invano, perché
noi ci avevamo bene preparati. Alla mattina vedevi tanti poveri
Austriaci morti davanti alla nostra linea conquistata.
Dal
diario Antonio Santo Quintino Preite militare,
47° reggimento fanteria, brigata Ferrara, Caporale, poi sergente
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