Memorie di guerra - Puntata 23
E’
stato un addio doloroso. La batteria, gli ufficiali, i soldati coi
quali si è tanto sperato e disperato, combattuto, sofferto. E’
come lasciare la nostra vita, tanto ormai quella era divenuta normale
per noi. Addio gloriosa 357^ !
Al mattino seguente, salutato da un
aeroplano nemico che getta bombe su Selva, partenza. Raggiungo il mio
nuovo destino. Sono assegnato alle batterie autotrasportate.
I
giorni, le settimane, scorrono veloci. Alloggiamo in una bella villa
vuota e passiamo le ore tra passeggiate e istruzioni.
La
guerra è ancora una volta lontana, ma lo spirito la sente come
sempre. Giungono le prime vaghe notizie che presto tenteremo una
grande offensiva per stroncare il nemico e indurlo alla resa. Pochi
giorni dopo, infatti, comincia la preparazione intensa: un passare
continuo di nuove artiglierie e di munizioni, un intensificarsi della
nostra esplorazione aerea. La truppa è pronta e tutto è predisposto
per il grande urto.
E noi ci avviamo coi pezzi, montati su grossi
pesanti autocarri, al nostro settore che è verso il Ponte della
Priula. Però sul primo siamo di riserva.
La battaglia è
scatenata. Il Grappa è tutto un vulcano. L’attacco nostro
insistente martellante vuole il successo, e quando noi non ce
l’aspettiamo, ecco la truppa che comincia, davanti a noi, a passare
il Piave su ponti di barconi.
Ci dicono che hanno, i nostri,
sfondato nella piana di Sernaglia e che il nemico è in rotta.
Comincia
l’inseguimento fantastico, ma la soddisfazione non è per noi, ché
quando passiamo i ponti, le truppe leggere e l’artiglieria da
campagna hanno già fatto molta strada in avanti. Il nemico ormai non
lo vedremo più in combattimento, ma solo attraverso le colonne
infinite degli sparuti prigionieri, che sembrano contenti della fine
della guerra, quale ch’essa sia.
Nei paesi e città che
riconquistiamo, grosse strisce sui muri danno l’evviva ai
ritornanti. I liberati ci raccontano storie incredibili di miserie,
soprusi, vergogne. Solo chi aveva consentito ai desideri del nemico,
specialmente se donna, s’era mantenuto in essere con un po’ di
adipe, gli altri e le altre, fiere ed oneste come tutte sarebbero
dovute essere, sono sfiniti, annientati.
La cavalleria, i
bersaglieri, i fanti, inseguono l’esercito in fuga. Noi, invece,
nonostante la nostra motorizzazione, seguiamo passivamente senza
nulla poter fare. I fiumi son troppi e i ponti per noi occorrono
troppo robusti.
Si ripassa il Tagliamento, e il pensiero ricorda
il tragico passaggio dell’ottobre 1917: qual differenza e quanti
avvenimenti in un anno !
Alla
sera partiamo, in attesa di ordini.
Passa
S.A. il Duca d’Aosta, il quale parlando col suo aiutante di campo
dice: “L’armistizio è stato concluso, domattina alle sei
termineranno le operazioni.” Sarà vero ? Avremo ben capito ? Il
sogno che diventa realtà ?
La
vittoria, dunque, e con essa la vita ?
Quale
dono !
Avevamo
capito giusto. All’alba cessarono le ostilità.
Ai morti degli
ultimi istanti, così vicini alla vita, alla pace, alla vittoria, da
sentirne quasi il profumo, si concentra il pensiero devoto. Sia pace
splendida, anche, e più, per essi !
Due
testine birichine e vivaci allietano e sconvolgono ormai la mia casa.
Gli anni sono fuggiti veloci, e i sogni della giovinezza, vissuta
nella guerra, sono per me luminosa realtà.
Come
tacitamente m’ero ripromesso se fossi tornato, ho condotto voi,
cari figli, a vedere i luoghi del sacrificio, a dodici anni dalla
vittoria. Anche se tutto è cambiato d’allora, le tombe innumeri vi
avranno fatto riflettere come si serva la Patria e a qual prezzo la
si difenda.
Siate dunque buoni cittadini, conservatevi nella
religione dell’onestà amando non per viltà la pace, ma come un
tesoro, un bene che quando s’è perduto, si può comprendere
appieno.
Per
voi è questo scritto, che serva a illuminarvi nella via del dovere e
vi dica quanto soffrì la nostra generazione.
Chiudo
gli occhi; e rivedo le mie belle batterie, i nostri sacri morti:
tutto ho qui dinanzi. Ma voi non dovete sapere quanto l’animo
soffra nel ricordo. Questo solo sappiate, l’animo si rende pago del
dovere compiuto, e guarda fidente all’avvenire vostro e di tutti
gli uomini.
Panicagliora
(Pistoia) agosto del 1931
Uliveto
(Pisa) dicembre del 1931
Menaldo Taccola

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