Morire sul San Michele
Mi
arriva l'ordine di avanzare dalla prima linea, mi prendo i miei
uomini e per un fosso stretto che non si può camminare arrivo al
punto indicato e subito davanti a noi si vedono dei morti di due o
tre giorni e mi trovo alla distanza di una ventina di metri dal
nemico, ed ora se qualchi uno mi dovesse vedere non mi riconosce più
perchè nemmeno non so se sono vestito di stoffa o se sono vestito di
fango, ed ora sono già due notti che perdo, e dove sono non si può
dormire. […]
Quà
si soffre il freddo fame non abbiamo nemmeno dell'acqua da bere e se
ne avessi solo un bicchiere lo pagherei magari 50 centesimi, anche
magari sporca, ed ora penso che già due giorni in trincea e tre
notti sono passati e spero Iddio vuole di passare ancora gli altri
per andare dinuovo in riposo, se mi mandano presto ed in questi
giorni non si può avere nemmeno del rancio, e non vi parlo né di
vestirmi e di spogliarmi perchè non mi ricordo, ma pazienza solo che
passa presto, e che soffro anche tanta sete, e sono in trincee che
sembra impossibile che si possa essere delle genti umane, perchè
nemmeno le bestie non starebbero.
Dal
diario di Enrico Conti, in Archivio della memoria, Consorzio
culturale del monfalconese, Ronchi dei Legionari
Sera
del 24 ottobre 1917
La
sera del 24 ottobre lo schieramento italiano nel settore isontino è
ancora quello col quale abbiamo combattuto l'offensiva di agosto.
Nella valle dell'Isonzo esso non risponde affatto alle esigenze della
nostra difesa. La sua forza cresce da Tolmino verso il mare e cioè
dove le posizioni italiane sono più robuste. Insomma, abbiamo molte
truppe dove le difese sono già robuste e meno dove le condizioni del
terreno ci svantaggiano. Ma non si tratta solo di questione di
equilibrio delle forze. Anche il modo in cui lo scacchiere isontino è
stato suddiviso tra i corpi d'armata che lo occupano, non è il più
efficace possibile.
Le
linee italiane, sulla sinistra del nostro schieramento, partendo dal
monte Rombon, corrono fino all'Isonzo, all'altezza del paese di
Gabrije. Questo tratto di fronte è sotto la giurisdizione del IV°
Corpo. E' decisamente troppo per il generale Cavaciocchi. Il
comandante non riesce ad abbracciare con la vista che una piccola
parte del suo settore. Ciò aggrava il problema delle comunicazioni.
L'area di sua pertinenza è così vasta che se un bombardamento le fa
saltare o se qualche reparto perde i contatti a causa di un
arretramento, non sarà più possibile far circolare gli ordini.
Sommando
errore per errore, il comando della 2 Armata, alla vigilia della
battaglia, ha allungato ancora il tratto di fronte gestito dal IV°
Corpo portandolo – sul suo lato destro – fino al fiume. La mossa
deve servire a realizzare una saldatura con il lato sinistro del
XXVIII° Corpo di Badoglio. Ed è proprio là, vicino a Gabrije, che
il nemico ci attaccherà in forze, risalendo il corso dell'Isonzo
verso Caporetto e colpendo sul punto di giunzione tra i due corpi
d'armata.
Da
Gabrije la linea del fronte continua la sua corsa – attraverso il
settore del XXVVIII° Corpo – salendo su per le alture che si
trovano davanti a Tolmino per ridiscendere poi fino al fiume, a nord
del villaggio di Doblar. Il tracciato delle fortificazioni risale
quindi ancor verso l'alto fin sora l'altopiano della Bainsizza. Delle
tre divisioni che formano il XXVIII° Corpo, ben due sono proprio
lassù. Anche questo tratto di fronte è troppo lungo per essere
gestito da un solo comando. Inoltre è spezato in due dal corso
dell'Isonzo. Su ognuno dei due tratti il nemico potrebbe – in teori
– esercitare un'azione decisiva e non è possibile conoscere in
anticipo le sue intenzioni. Se le circostanze costringeranno il
XXVIII° Corpo ad arretrare, i due tronconi – di qua e di là del
fiume – finiranno coll'allontanarsi l'uno dall'altro, provocando
così un ulteriore allungamento del fronte da difendere.
Da
Caporetto – Una tragedia italiana – pag, 191-192

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