La battaglia di Flondar
Flondar;
un altro villaggio che nessuno ha mai sentito nominare. Un puntino
sulla carta topografica, che deve il proprio nome all'altura da cui è
sovrastato. La storia si servirà di questo oscuro toponimo per
indicare la pesante sconfitta che gli italiani vi patiranno. Una
disfatta all'apparenza così inspiegabile da venire battezzata, per
analogia, “la piccola Caporetto”. Essa evidenzia in scala ridotta
molte delle criticità che si manifesteranno, di lì a qualche mese,
nella valle dell'Isonzo, a Plezzo e a Tolmino. Davanti a Flondar gli
italiani si sentono forti e vogliono affondare il colpo. Si pensava
di essere giunti al punto di rottura austriaco. Li si considerava
essere allo stremo, anche se si erano difesi assai bene fino ad ora.
Sarà così? Il diminuito fuoco dell'artiglieria da campagna può
essere un sintomo: potrebbe darsi che la stessero portando indietro.
[…] Le nostre fanterie, dopo aver incontrato poca resistenza nelle
linee di Flondar, sfondate queste, non ne incontreranno quasi
addirittura più a est. Alle 17, quando si giunse sull'altura, noi
avevamo appunto raggiunto Medeazza.
Il
26 maggio le truppe dinanzi a Medeazza scavano trincee e innalzano un
muretto a secco […]. La battaglia si immobilizza da sé. Ormai non
ci sono più truppe fresche.
Il
giorno successivo, osservando quello che ci accade intorno, si
ritiene che i giochi siano fatti e la 3° armata ha emanato l'ordine
di assestamento[...]. Si continueranno le operazioni qua e là, per
arrotondare le conquiste, per prendere il M.Santo […]: ma la grande
battaglia è finita. La guerra ha le sue regole, l'offensiva ha
consumato tutte le risorse italiane. Non ci sono più né gli uomini
né le munizioni per continuare ad attaccare su vasta scala. Quindi
ci si deve fermare. Lo stesso però, dovrebbe valere per gli
austriaci. Anch'essi avranno esaurito le proprie scorte e non
potranno nuocerci per un bel po'. Ma ci si sbaglia. E di grosso.
Davanti
a Medeazza si innalza l'Hermada, l'ultimo ostacolo fra Cadorna e
Trieste. Pur non essendo altro che un modesto rilievo di appena 323
metri, domina tutte le posizioni circostanti. E' il punto nodale
della difesa avversaria. Con i combattimenti appena terminati, gli
italiani si sono portati a ridosso della linea che corre sotto
l'altura. Fra il nemico e le pendici del monte restano appena 2.250
metri. Troppo pochi per i comandi austriaci. La difesa rischia di non
poter manovrare e di rimanere soffocata. Cadendo l'Hermada, non solo
Cadorna avrà la strada per Trieste aperta ma l'esercito
austro-ungarico rimarrà privo di appoggio al mare e l'intera ala
sinistra del suo schieramento risulterà indebolita. Ciò aprirà una
breccia nel muro di cinta che circonda gli Imperi Centrali. Bisogna
dunque contrattaccare a ventaglio per spingere indietro l'avversario
e ridare spazio alla manovra difensiva.
Al
Comando supremo di Udine, nessuno si sogna nemmeno di immaginare che
gli imperiali siano in grado di tentare un simile colpo. E come
potrebbero? Hanno appena subito una dura lezione e le loro forze sono
la metà delle nostre. Qualsiasi pericolo è del tutto da escludersi.
L'atmosfera in quei giorni è di tale sicurezza che Cadorna lascia
Udine per recarsi a Roma. Il 26 maggio, il generale von Schenk, che
comanda i XXIII Corpo d'Armata schierato a presidio dell'Ermada, si
presenta a rapporto dai suoi superiori a Postumia, presso il quartier
generale della 5° Armata, ribattezzata in quei giorni Isonzo-Armèe.
Ben conscio dei pericoli che la nuova situazione ha determinato,
propone di contrattaccare subito l'avversario. Boroevic' è d'accordo
con lui; “sente di avere le spalle al muro […]. Il bastione
dell'Hermada ha bisogno di respiro per essere difeso […]. E' quindi
necessario contrattaccare e respingere il nemico intorno ad esso”.
Già la sera del 28 maggio, quando diventa chiaro che la decima
battaglia dell'Isonzo si è esaurita, impartisce gli odini per la
controffensiva che dovrà scattare il 4 giugno.
[…]
L'operazione austro-ungarica è un successo clamoroso. Il Fajiti ci
viene strappato di slancio il 3 giugno e il giorno dopo, alle 4 del
mattino, quando comincia ad albeggiare, viene attaccato il settore di
Flondar. L'avversario bombarda la prima linea italiana per soli 40
minuti. Poi, le squadre d'assalto che si sono avvicinate alle nostre
posizioni, balzano fuori e fanno migliaia di prigionieri. Conoscono i
punti di minore resistenze delle nostre fore e là si infiltrano
tralasciando tutto il resto. E' la nuova tattica imparata dai
tedeschi.[...] L'azione dura solo 48 ore al termine delle quali la
cima del Fajiti viene evacuata. Dove gli austriaci invece si
consolidano è nello spazio antistante l'Ermada che rappresenta il
vero obiettivo dell'attacco. Adesso l'altura dista 3.500 metri dall
più vicina posizione italiana.
Boroevic'
è soddisfatto, Cadorna invece resta senza parole. Poi la sua furia
esplode. La 3° Armata ha perduto altri 21.888 uomini tra morti,
feriti, dispersi e – soprattutto – prigionieri. E' la dimensione
di quest'ultimo dato a fargli perdere il lume delle ragione. Un
quantitativo enorme di prigionieri.
Da
Caporetto una tragedia tutta italiana pag.38-39-40

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