Vivere in trincea
[…]
Il buio era totale; solo il tatto, ma soprattutto l'odorato, mi
diedero la percezione di qualcosa di strano. Tastai intorno e cercai
di aguzzare la vista: su tutta la parete erano appoggiati, come una
macabra tappezzeria, cadaveri seduti o accosciati di soldati
italiani, ed io mi ero seduto su uno di essi!. Cominciò così, per
me, la lunga vita di trincea. Ero stato posto al comando di un
plotone di richiamati. Una vera pena, uno strazio che a volte mi
attanagliava l'animo, comandare quegli uomini! Non posso neppure
chiamarli “ragazzi”, come si usa fare con chi si trova in età da
soldato. Benchè io non fossi proprio di primissimo pelo, contando
già i miei venticinque anni, ero un bambino, nei loro confronti.
Qualcuno avrebbe potuto essere mio padre, con i capelli già bianchi,
e il fisico di chi è più vicino ai cinquanta che ai quaranta.
Quasi
tutti avevano lasciato a casa moglie e figli, portandosi dietro, per
sola compagnia, i mille problemi legati a una famiglia bisognosa e
lontana. Ero il loro comandante; ma quale fatica trovare dentro di sé
la forza di dr loro degli ordini! Quale responsabilità, farsi carico
dei loro drammi! Il mio primo incarico fu quello di recarmi a
raccogliere, con gli uomini del mio plotone, i cadaveri dei nostri
soldati che rimanevano appesi, lugubri stracci, sui reticolati
nemici, nel corso dei nostri attacchi all'arma bianca”.
[…]
La pioggia, sprovvisti di riparo, la prendevamo tutta; la stoffa si
attaccava sulla pelle, e dovevamo attendere che ci si asciugasse
addosso. Il nostro corpo era un fertile campo per parassiti di ogni
genere. Ricordo una scena raccapricciante, protagonista un
colonnello.
Eravamo
dentro una trincea, e con noi c'era questo ufficiale,persona dotata
di una forte carica umana e veramente gentile. A un tratto egli si
affondò la mano sul petto, sotto la divisa e, rivolgendosi
direttamente a me, esclamò: “Tenente, guardi come siamo ridotti!”
Tirò
fuori la mano, aprendola sotto i miei occhi: stringeva...un pugno di
pidocchi!
Se
la nostra condizione era da bestie, non migliore era quella dei
nostri nemici. Poveri ragazzi, anche loro! Quando ebbi modo di
vederli la prima volta da vicino, ne ebbi un'impressione tale che il
pensiero che mi balenò spontaneo mi rimase impresso per sempre:
“Forse noi non vinceremo mai questa guerra, ma di certo non la
vinceranno neanche loro!”
Giovanni
Michelucci – sottotenente del Genio

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