Monte Rombon
In capo a 15 giorni, il mio reparto venne trasferito a Conca di Plezzo,
dalle parti di Caporetto, e successivamente a monte Rombon, quota
1900. La trincea italiana e quella austriaca erano molto vicine, in
alcuni punti non più di venti metri tanto che, affacciandoci sul
bordo dei camminamenti, potevamo guardarci tranquillamente in viso.
Quando c'era, tra noi, qualcuno che conosceva il tedesco, si
intavolavano addirittura delle lunghe conversazioni, che si
protraevano per delle buone mezze giornate. Si sarebbe potuto perfino
fare amicizia, dimentichi di trovarci a combattere una guerra su
sponde opposte.
A
ricordarci la nostra condizione di combattenti c'erano però i
continui e martellanti tiri dell'artiglieria. Paradossalmente si può
dire che, tra le nostre file l'artiglieria italiana mieteva più
vittime di quella austriaca: a causa della vicinanza delle opposte
linee, molti proiettili “amici” concludevano la loro traiettoria
nelle nostre trincee. La nostra attività quotidiana era, più che
altro, quella di vigilanza su postazioni fisse, allo scopo di
prevenire attacchi nemici. Fu proprio nell'esecuzione di questo
incarico che avvenne un episodio misterioso e che ancor oggi non mi
so spiegare.
Mi
trovavo, una notte, di sentinella, e mi ero sistemato, fucile in
pugno, a sede su una pietra sopra la trincea. A un tratto mi senti
toccare un braccio e, contemporaneamente, udii una voce che mi
ordinava: “Scendi giù!” Non me lo feci ripetere, e mi portai
subito al riparo. Avevo appena lasciato il mio posto, che un
proiettile centrò il punto della roccia sulla quale mi trovavo
seduto. Mi guardai attorno, a cercare colui che, ordinandomi di
scendere, mi aveva salvato la vita...non c'era nessuno.
Si
giunse osì, un mese tira l'altro in una estenuante guerra di trincea,
alla viglia di una data fatidica, ormai segnata sui libri di storia:
24 ottobre 1917, ritirata di Caporetto.
diario inedito

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