Che fame in trincea
Dalle varie posizioni del fronte scendevano le corveè con i muli o i carretti a far la “spesa” per ritirare gli alimenti da cucinare e distribuire ai reparti; oppure salivano i portatori o le portatrici come quelle della Carnia o del Cadore. I panettieri stavano davanti ai forni mobili “Weiss”, di brevetto austriaco, che sembravano delle piccole locomotive: il forno era capace di sfornare 2000 pani nel giro di 24 ore che veniva poi biscottato. Ecco dunque la famosa “galletta”. C’erano anche le cucine vere e proprie, cioè delle baracche dove si costruivano dei forni in mattoni o pietre, si mettevano su i pentoloni e si seguivano le disposizioni per preparare il menù del giorno: combattente spettavano: pane grammi 600; caffè con 10 grammi di zucchero; formaggio grammi 40, riso grammi 120; carne grammi 200; legumi grammi 50.
Erano assicurate – in via teorica – circa 2.452 calorie a persona. Un po’ pochine, soprattutto per gente di vent’anni che spesso viveva a più di 2000 metri d’altitudine. Fu così che per sopperire alla scatoletta di carne “ufficiale” comparirono quelle delle Ditte private che omaggiavano i “Valorosi combattenti” con i cosiddetti “viveri di conforto” in confezioni patriottiche, del tipo che si pappò il nostro artigliere cent’anni fa. Oltre alle scatolette, il combattente aveva la gavetta che per gli alpini era di due litri, il doppio di quella della fanteria (ma il cibo all’interno era della stessa quantità). Certo che la gavetta doveva essere qualcosa di prezioso: ognuno se la lucidava ben bene (non tanto per igiene, ma proprio per non lasciar sprecato nemmeno un briciolino di cibo); poi c’erano i soldati “artisti” che prendevano un chiodo e bucherellavano il coperchio della gavetta per farne una grattuggia per la galletta o il formaggio. Il cucchiaio (non avevano in dotazione la forchetta e per coltello usavano la baionetta) aveva il manico ripiegato per inserire il coperchio della gavetta e farne un piattino.
Come bicchiere, il tazzino di latta con un segno sul bordo: era la misura della quantità di liquido di spettanza. Le borracce erano prima in legno (le famose Guglielminetti, fatte a Torino) che, essendo troppo fragili, vennero sostituite nel 1917 con quelle metalliche di forma rettangolare. E poi c’era il tascapane: la dispensa personale del soldato italiano! Ed era un po’ come le borse delle donne di oggi, meglio non guardarci dentro! Ma una cosa curiosa di certo non mancava: lo scaldarancio. Rotolini di carta di giornale arrotolati e imbevuti di paraffina. Una volta accesi, tre o quattro di questi servivano a riscaldare una gavetta, assicurando un cibo caldo anche sul ghiacciaio. L’invenzione era di antichissima origine giapponese e serviva per riscaldare l’acqua del tè. Portata da un giornalista in Francia durante la guerra del 1914, fu vista da una nobildonna italiana che elesse la sua cucina come prima sede del Comitato Nazionale per lo Scaldarancio.
Le amiche sue milanesi la imitarono, gli industriali regalarono delle attrezzature un po’ più professionali, la gente comune donò la carta, il motto del Comitato Nazionale Scaldarancio era: Riscalda Ristori Rincori. La popolazione nonostante soffrisse tremendamente la fame continuò nell’opera di sacrificio per non far mancare nulla ai giovani in armi; anche dopo Caporetto si mantennero i posti di Ristoro per i soldati di passaggio da e per il fronte; si servivano giorno e notte cibi caldi, bevande, ma anche cartoline, matite e altri piccoli oggetti atti a confortare fisicamente e moralmente le truppe. A fine guerra vennero spedite tonnellate di cibo alle popolazioni tirolesi, venete e friulane, grazie anche all’opera della Croce Rossa britannica e americana.

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