Nelle caverne dell'Ortigara ancora odor di guerra
Sono
passati cinquant'anni con temporali, frane, gelo e sole e rocce
sgretolate; e anche uomini a raccogliere salme, bombe, armi di ogni
genere, putrelle, lamiere, reticolati; e passeranno anche i secoli e
non saranno cancellate le caverne, le trincee profonde e non raccolte
tutte le ossa che ogni primavera le pietre mosse faranno uscire al
sole.
Tra
queste due montagne frantumate dove i mughi e i larici sono stati
segati a raso terra dalle mitragliatrici, fra le trincee che si
fronteggiano, un poco più a est del baracchino dei pastori e della
Pozza, c'è un quadrato dove l'erba è già alta e spuntano i primi
fiori bianchi e azzurri tra la neve che sta sciogliendo: e dove erano
sepolti migliaia di alpini di ventidue battaglioni, gli artiglieri di
ventuno batterie da montagna, i fanti della brigata Regina e
bersaglieri del 9°. E' il pomeriggio del 13 giugno 1967 e sono
seduto sulle pendici del Caldiera; è silenzio come lo può essere a
duemila metri in questa stagione, da Malga Pozze arriva portato dal
vento il grido dei mandriani che raggruppano le mucche per la
mungitura e un merlo è volato dalle macerie di una baracca rompendo
l'aria. Dalla Valsugana sale per il Passo dell'Agnella una nebbia
vaporosa che appena è colta da sole si scioglie in vapori rosa.
Sono
salito quassù per la Val di Nos, ho camminato per lo Zebio, il
Colombara, i Granari di Bosco secco, monte Palo; ho lasciato sulla
sinistra il monte Forno e il Chiesa e per i Campi Luzzi sono salito
alla Cima delle Saette. E' una strada che conosco da ragazzo e che
faccio quando vado a caccia, ma oggi non è per i galli di monte o le
pernici bianche che sono venuto quassù, ma è per questi pezzi di
pipa, per queste bottiglie rotte, per queste schegge di ossa: per
stare un poco con loro e cercar di capire quello che da anni mi
chiedo: Perchè la guerra?
La
trincea è scavata nella roccia, c'è il gradino per salire a
sparare, ci sono i ricoveri bui che penetrano nella montagna e lì
tavole e travi marciscono sotto lo stillicidio – una volta erano
lettiere, panche, scansie; le feritoie delle mitragliatrici si aprono
come occhiaie su un paesaggio desolato. Dietro le trincee, sul
rovescio del monte, resti di baracche di tutte le misure: più
piccole vicino alla trincea, più grandi dopo. Qui sarà stato il
comando di compagnia, proprio un baracchino di pochi metri quadrati e
c'è ancora il resto di un letto di tavole, una nicchia dove forse
c'erano il telefono e la bottiglia della grappa, per terra un
mucchietto di chiodi e caricatori vuoti; il tetto è crollato o forse
portato via da una cannonata. Dietro una roccia resti di carbone coke
e pietre annerite: qui era il maniscalco perchè tra l'erba rada e
bassa si intravvedono chiodi per ferrare i muli; qui si tempravano
anche gli stampi da mina per forare le rocce e mettere la carica.La
mulattiera è ancora ben visibile anche se spezzata da buche di
granata, si inerpica, gira, e delle tracce di gradini ogni tanto si
dipartono e salgono su ripiani riquadrati da resti di mura: erano
ospedali, magazzini, comandi.
[…]
Da una piccola gola la trincea esce e scende tra i resti di due
parapetti a secco, tra la terra e i sassi affiorano shrapnel,
schegge, reticolati: da qui incominciarono a uscire nel pomeriggio
del 10 giugno 1917 le prime compagnie di alpini. Da dieci ore oltre
quattrocento cannoni italiani bombardavano le postazioni austriache,
la nebbia stagnava negli avvallamenti e la montagna era coperta di
nubi; pioveva a sprazzi, il fumo delle esplosioni rendeva l'aria
grassa e giallastra, l'odore dell'esplosivo stagnava su tutto come
quello della morte, la neve era diventata nera. I carabinieri
facevano uscire i plotoni e un cappellano dava l'assoluzione; i
capitani in testa alle compagnie scendevano balzando tra le rocce.
Poi la nebbia si alzò e quando incominciò la salita tutte le
mitragliatrici delle caverne del Campigoletti e dell'Ortigara, tutte
le artiglierie dal Corno Bianco al Salubio incominciarono a sparare.
I morti nuovi si accavallavano su quelli del giugno precedente che le
bombe riscoprivano da sotto terra. Esco fuori dalla trincea e cammino
verso la Pozza; ai piedi di un grosso sasso e tra radici secche di un
larice raccolgo manciate di pallottole, guardando di fronte, a
qualche centinaio di metri, sta una feritoia nel mezzo della roccia.
Quanti alpini saranno caduti qui, per quella mitragliatrice nella
roccia?
[…]
Andando verso l'Agnella si incontra sempre più evidente il segno;
elmetti, giberne, caricatori vuoti, filtri di maschere a gas, badili,
persino pezzi di panno; le buse e i crepacci che ora sono pieni di
neve allora erano ricolmi di cadaveri. A quota 2003 incominciano le
trincee austriache, le prime prese d'assalto dal Bassano; fu qui che
due anni or sono raccolsi un elmetto italiano con dentro il teschio:
le ossa erano intatte e bianche. Risalgo la trincea austriaca, entro
nelle caverne, guardo dalle postazioni delle mitragliatrici per dove
sono scesi gli alpini, salgo le scale dentro la roccia, esco
nuovamente nelle trincee, vado dove c'erano i baraccamenti austriaci
sul versante che guarda la Valsugana, e ancora per camminamenti, per
trincee sconvolte, ricoveri scoperchiati, buche profonde dove
affiorano, tra le pietre macinate, pali, reticolati, resti di armi,
bombe: questa è la vetta dell'Ortigara, oggi.
A
quota 2101 c'è la croce austriaca con i nomi dei reparti Feldjager e
Kaiser schutzen; e più sopra, a quota 2105, la colonna spezzata
degli alpini: “Per non dimenticare”. Queste rocce ora bianche
perchè lavate dall'acqua e dalla neve, vennero prese dopo nove
giorni di assalti, qui i resti delle più belle compagnie alpine
resistettero per altri sei giorni ai contrassalti dei migliori
reparti di von Conrad, al bombardamento di mille cannoni. Finchè i
lanciafiamme li bruciarono: era il 25 giugno 1917 e dopo quattro
giorni sull'Ortigara era silenzio. Come oggi, forse. Ma migliaia e
migliai di giovani sui vent'anni coprivano immobili queste pietre
bianche e sconvolte che scivolano sotto il passo. Dopo, quando finì
la guerra, dissero che fu errori di generali, che mancò lo
sfruttamento della conquist e tante altre cose ancora. Ma che giovava
ormai? Scendo dai Ponari verso Campigoletti, il sole è sopra le Cime
di Brenta e sento la campana del Lozze che suona leggera nell'aria
limpida: sarà forse un pastore o un vecchio di allora che vorrà
così salutare, in questa sera tranquilla, i morti dell'Ortigara.
Da
“Il Giorno”, 26 giugno 1967, Mario Rigoni Stern

Commenti
Posta un commento