Vita impossibile a S.Donà e Portogruaro. Fame, bombe e malattie nel Veneto Orientale invaso.

Alle 11 del 23 novembre 1917 il campanile di San Donà fu fatto saltare perchè non servisse da osservatorio al nemico austriaco. Il giorno successivo furono distrutti il ponte sulla ferrovia e quello stradale, soltanto qualche ora prima che le avanguardie delle truppe austriache arrivassero a San Donà.
Letteralmente gli italiani si “tagliarono i ponti sulle alle spalle”. Seguì un anno di occupazione durissima, peggiorata dai bombardamenti degli italiani oltre il Piave. Il 12 novembre 1917 San Donà fu investita da un fuoco di sbarramento di 1500 granate. Portogruaro, invece, fu massicciamente bombardata nel novembre 1917 dagli austriaci che miravano al palazzo Stucky (ora Villa Comunale) in cui pensavano si fosse insediato il comando italiano.
Durante l'anno dell'occupazione nel Veneto orientale infierì la malaria, sia per l'allagamento delle zone di recente bonificate che per la carenza di chinino. I colpiti tra i soldati furono parecchie migliaia, senza contare i civili. Durante l'estate, poi, ci fu l'epidemia influenzale della “spagnola”: morirono a causa di questa malattia, particolarmente virulenta e letale per corpi già indeboliti dalla fame e dai disagi, decine e decine di persone al giorno. Qualcuno dirà che la “spagnola” fece più morti tra i civili della guerra stessa.
Numerosissime e severissime le disposizioni emanate dai comandi austriaci. Continue le requisizioni di animali, cavalli, muli, mucche, vitelli, capre ecc. di bozzoli, perfino di cera, e le limitazioni nella distribuzione di cibo a uomini e bestie.
Temutissima la paura dello spionaggio. Furono emanate ad esempio numerose ordinanze contro i piccioni viaggiatori.
[…]
Si poteva morire per le ragioni più ovvie: di fame, di violenza, di stupro, per il sopraggiungere di un proiettile vagante che aveva fallito il suo obiettivo preciso. Il 23 giugno del 1918 una granata di grosso calibro scoppiò nel cortile di una casa contadina nelle campagne sandonatesi, e una scheggia colpì una donna incinta, che aveva già 11 figli. Casi simili accaddero un po' ovunque. I bambini che durante la ritirata o nei giorni più tragici dell'invasione avevano perso i genitori, o i minori che avevano parenti incapaci di assisterli, furono spesso raccolti dai parroci locali, rimasti nelle loro parrocchie.
Furono allestiti asili di fortuna, mense, ambulatori e posti di assistenza, e talvolta funzionarono addirittura piccole scuole, anche se tra mille difficoltà.
Imelde Rosa Pellegrini da Veneto 1915-1918 La Guerra in casa

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