In linea sotto le bombe: un'idea fissa salvarsi
Nell'offensiva
del 15 maggio del '16 gli austriaci il 26 maggio occuparono il forte
Ratti, sul fianco destro della Val d'Astico a difesa di Arsiero,
occupato il giorno dopo. Superato il 29 il forte di Punta Corbin, che
domina la confluenza dell'Assa nella Val d'Astico, gli austriaci
stringono Monte Cengio. Nel pomeriggio del 3 giugno, martellati dalle
artiglierie e attaccati da ogni lato, i Granatieri di Sardegna
difendono l'estremo baluardo prima della pianura.
In
un furibondo corpo a corpo si lotta in uno spazio sempre più
ristretto, al limite degli strapiombi, e molti precipitano
avvinghiati al nemico. La cima del monte da allora viene chiamata “Il
Salto del Granatiere”. Dei 6.000 sull'altopiano solamente 1.300
tornarono indietro. Perso il Cengio, la difesa italiana si concentra
nella zona dei monti Zovetto, Magnaboschi e Lemerle, posizioni tenute
in particolare dalla Brigata Liguria. Ricorda C.E. Gadda:
“La
fucileria disperata (nessun pezzo!) era un suono unico e fuso nella
notte, dallo Zoverro al Lemerle. Crateri infernali divelsero la
foresta funebre. Durante il bombardamento mi riparai dalle schegge
nella fossa ricovero, ma arrivarono anche qui, per fortuna nella
ricaduta. Ai primi due colpi non perdetti il sangue freddo né
l'ilarità: scherzavo, ma quando vidi che la cosa continuava, mi
prese l'angoscia”.
La
pressione austriaca si esercita anche tra Gallio e Enego, per
raggiungere la Val Franzela, quindi Valstagna e la pianura. Il 5
giugno, dal Carso, arriva la Brigata Sassari. “Sui margini
dell'altopiano – racconta Lussu – v'era il più grande disordine.
Tutta la nostra artiglieria era caduta in mano del nemico. Solamente
dal Lisser, vecchio forte smantellato fin dal '15, tiravano due pezzi
da 149mm, e sempre sui nostri. Fortunatamente, gran parte delle
granate non esplodevano e noi non avemmo perdite. Qualche giorno
dopo, quel forte fu battezzato dai nostri corrispondenti il “Leone
dell'altopiano”.
La
Brigata si schiera nei pressi di Monte Fior a Malga Lora, accanto
agli alpini del Morbegno, Argentera, Monviso e del Maira. Le linee
sono sottoposte a un intenso fuoco di grossi calibri. Questi ultimi
noi non li conoscevamo ancora. La traiettoria produceva un rumore
speciale, un boato, che si interrompeva, di tanto in tanto per
riprendere sempre più crescente, fino all'esplosione finale. Trombe
di terra, sassi e frantumi di corpi si elevavano, altissime e
ricadevano lontano.
Nello
scavo prodotto poteva prender posto un plotone ammassato. Tutto il
terreno tremava sotto i nostri piedi. Un terremoto sconvolgeva la
montagna. Ricordi l'idea dominante di quei momenti:salvarsi”
di
Roberto Bettella - Veneto 1915-1918 La guerra in casa

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