Vorrei partire da qui.

Dall’espressione «anche una sola frase». La vita è un cerchio. E il Buddismo lo sa. Non importa da quale parte entri. Se entri, poi sei. Sei dentro. Perché ogni singolo pezzo del tutto, per il Buddismo, ha in sé il resto. Come una goccia d’acqua che non è in nulla diversa dall’oceano, o un granello di polvere che non è diverso dalle montagne. 
Oppure come ogni singolo brandello di noi, che ha iscritto in sé il nostro codice genetico, il DNA. E allora da un capello, da un’unghia, da un pezzettino di pelle è possibile risalire alla mappa del corpo, a quello che fa di noi proprio noi e non un altro, un’altra. E dice che ogni ordine individuale, dal più piccolo al più grande, si riflette nel ritmo dell’universo, e che non c’è un solo essere vivente, di qualsiasi genere, la cui vita sia fondamentalmente diversa da quella degli altri esseri viventi che gli stanno intorno.
Perché il Buddismo parla di tempo e di spazio in termini diversi da quelli che abbiamo imparato noi. Il tempo, cioè, non è un orologio che più gira e più passa, o delude e invecchia. Lo spazio non è solo quel che sta tra qui e lì. E si misura a metri e si chiude coi cancelli e i muri. Tempo e spazio sono qualità della vita. Modi per capirla, sentirla, farne parte davvero. Andiamo al “grandissimo”, il macro. Le galassie, per esempio: che si espandono o si contraggono insieme alla nascita e alla morte delle stelle che le compongono.
Anche qui un flusso continuo di nascite e morti che fanno una vita più grande. La vita dell’universo. Perché un sacco di esseri viventi, così come l’apparizione o la scomparsa delle montagne, di fiumi e valli dipendono proprio dall’esistenza di quelle stelle. Dunque tante vite più piccole nascono e muoiono di continuo per assicurare una vita più grande. Quella dell’universo, appunto.
Splendore. Guizzo e scintilla, la vita che sta. Sta ovunque.
Il nostro flusso vitale contiene, in ogni istante, tutte le esperienze del passato e tutte le infinite potenzialità del futuro. Tutto quello che ho vissuto, fatto, visto è qui ora che scrivo, anche se non lo so. È una consapevolezza invisibile e muta eppure presentissima.
La vita in questo momento, proprio ora che vivo, è una forza che riassume il ricordo delle cose passate e mi spinge avanti. 
La mia vita tutta è concentrata in questo momento, che a sua volta è il pavimento del mio futuro. Per questa ragione non è possibile pensare che il presente, questo presente qui, esista separato dal mio passato o dal mio futuro. 
E neppure che esista, per me, un passato o un futuro che non sia presente qui, ora che scrivo. Vale per il tempo quel che abbiamo detto dello spazio: l’infinitamente grande è come l’infinitamente piccolo, perché anche l’eternità è solo una questione di istanti. Della qualità degli istanti che lo formano, ammonticchiati l’uno sull’altro, a fare pile, colonnine, montagnette di minuti, ore, mesi e anni e poi l’eternità.
E come io vivo ora, in questo istante, è il centro. E se me lo scordo, e separo, divido, taglio, non mi sposto da qui. E una frase è solo una frase, e quest’istante passerà, vuoto del senso vero.Se me lo ricordo, però, se sono capace di farlo, allora passato e futuro sono qui con me, vicini, accanto accanto. E io divento capace di fare gesti, di cambiare, di vivere nella concretezza dei fatti.
Leggere davvero una frase di Gosho significa metterla in pratica.
Non c’è sapere staccato dall’esperienza. Ecco perché la vita è un cerchio. E il Buddismo lo sa. Sa che l’essenziale è ovunque. sa che in ogni frase di Gosho è possibile leggere il senso delle cose che ci accadono. Ecco perché noi, quasi sempre, cominciamo le nostre riunioni di discussione, gli zadankai, con una frase di Gosho.
Perché negli insegnamenti buddisti ogni pezzo ha in sé tutto il resto. C’è la vita scritta dentro, ci sono i nessi, le relazioni. C’è l’universo, ma anche i dettagli. C’è la grammatica ma anche gli esercizi: i pensieri, i gesti, le parole. Lì c’è concretissima vita.
Tratto da Buddismo e Societa n 96 - 2003 | gennaio/febbraio

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