Redipuglia (GO) il 20 agosto 1917, undicesima battaglia dell’Isonzo
Alle
spalle dalle parti di Renda un cielo plumbeo, come di addensamento di
vapori in maggio, nell’approssimarsi imminente di pioggia fine e
insistente. Un’aria viziata si respira. Un senso di caustico
opprime la gola. Se non si muore con le schegge di granate, con
shrapnel o con le pallottole di fucile, di mitragliatrici o di
commozione o di shock o di gas asfissianti si creperà avvelenati
lentamente dal respirare di tutti questi gas che sono un miscuglio di
gas asfissianti o velenosi con i gas della combustione di tutti
questi alti e bassi esplosivi.
Nell’aria
si vede comparire qualche bioccolo di fumo nero di batterie
antiaeree. Non più quella parte che formavano nei giorni scorsi da
sembrare un diaframma per non fare passare i nostri velivoli, ma dei
rari bioccoli denotanti gli ultimi aneliti di cane ringhioso
dibattentesi negli spasimi dell’agonia. Passa veloce il camion, a
trotto il destriero; vanno vengono. Gli operai col loro fagotto di
cenci si avviano verso Villesse. Forse torneranno alle loro case.
I
drachen si innalzano nel cielo per regolare i tiri e vedere. Ma con
quella foschia non sarà possibile vedere quanto di orrendamente
tragico avviene. I mille e mille crateri di esplosione, le membra
dilaniate dei combattenti, l’angoscia, lo spasimo disegnato nella
faccia pallida e contratta dei viventi; rincantucciati nelle doline e
nelle caverne col pensiero rivolto alla famiglia e la preghiera ai
santi protettori sulle labbra.
Spunta
il sole dietro e di mezzo a quella foschia grande, immensa, rossa. Si
guarda ad occhio nudo e la vista non si offende e vi si posa
lungamente lo sguardo. Quest’astro vivificatore della vita degli
esseri viventi di questo pianeta, oggi non emana luce né calore.
Pare si sia velato a lutto per non volgere lo sguardo su questa
immensa tragedia, mai vista, mai pensata.
Il
ronzio dei velivoli si sente nell’aria. Sono le nostre squadriglie
che seguono i primi che già varcarono la linea del fuoco.
Non
si vede più né si sente più l’accoglimento ringhioso come di
cane da guardia di come erano accolti nei giorni precedenti.
Pare
siano molte le batterie antiaeree.
Continua
e s’intensifica il passaggio; vanno e vengono come a festa. Solcano
veloci il cielo. Corrono, han fretta di andare a caricarsi di bombe
per lasciarle cadere dal cielo, nei punti ove non arriva il cannone.
Il
rumore del bombardamento si acuisce. E’ un tuono continuo,
rimbombante come di temporale che si avvicina. Almeno questo si
sarebbe disciolto in acqua, un veicolo linfatico dei vegetali e
animali e quindi nell’essenza della vita. Mentre quello quando
cesserà con l’uscita delle fanterie si dissolverà in un mare di
sangue di dolore e lutti nazionali.
Madri,
mogli, bimbi che aprendo stamattina l’occhio alla prima luce del
giorno volate col pensiero al babbo, al marito, al figlio e cercate
di proteggerlo con la vostra preghiera. Che possa il vostro desiderio
essere esaudito, che possa ritornarsi l’amato, ebbro di affetti
circonfuso di gloria.
Oggi
o domani dovrebbe piovere. Si sente come una frescura d’acqua,
sebbene l’aria non è nuvolosa. Ad ogni forte bombardamento avviene
sempre per lo spostamento dell’aria e la formazione di correnti un
addensamento di vapore acqueo, che col predominio delle correnti
fredde precipita in pioggia.
Ore
13. Dalle otto non si sente che il rumore delle artiglierie. Alle
nostre rispondono le avversarie.
Un
rumore come di onde cozzanti, incalzantisi, accavallanti e
infrangentesi sugli scogli di mare in furiosa commozione.
L’anno
scorso a Porto Empedocle più volte nelle mattinate, quando tutto
dormiva, appena mi svegliavo sentivo quel rumore di mare in tempesta.
Solo a quello posso paragonare quanto colpisce il mio orecchio.
Commozione del mostro marino quello; commozione del mostro umano
questo.
Alle
otto, mentre ero sul posto di medicazione per l’aria si sentiva un
rombo di motori come di treni passanti su ponti di ferro.
Andavano,
venivano; erano dieci, erano venti, centinaia. Non è stato possibile
contarli. Non si vedevano. La caligine li nascondeva alla vista.
Chissà quante tonnellate di esplosivo andavano a scaricare
sull’avversario.
I
nostri stamattina presero Castagnevizza e Selo. La nostra divisione
ha fatto 950 prigionieri circa.
Dico
che pigliammo Duino con 5000 prigionieri. Di altro non si sa. Si
sente un tremendo bombardamento. La bruma non fa vedere niente. Oltre
Redipuglia non va più oltre il nostro occhio. Tutto è avvolto in
una caligine di gas. I primi prigionieri raccontavano che noi
facciamo largo uso di gas asfissianti. Rendiamo la pari al nemico
dopo un anno a quella del 29 giugno del Bosco Cappuccio che ci
avvelenarono 12.000 soldati. Il detto “ciò che fai ti sarà reso”
è una grande verità.
Il
plotone di cavalleria qui a S. Pietro a disposizione è stato
chiamato al Vallone. Sapremo in appresso che uso ne farà il
comando.
Ore
23 e un quarto. Il fuoco è andato diminuendo d’intensità. All’ora
in cui io scrivo sono i piccoli calibri che abbaiano. Alle 24 i
nostri cesseranno il fuoco per ripigliarlo domattina alle 6.
La
novità: la presa del Faiti e del S. Marco. Il 13° corpo d’armata
trova duro. E’ schierato contro l’Hermada. E’ un compito arduo
che deve assolvere.
Ieri
notte fu il massimo di intensità del fuoco. Stanotte illanguidito e
cesserà . Anche i cannoni han bisogno di riposo.
I
feriti scendono numerosi. Sono di morale elevato. La brigata Lazio ha
fatto prodigi.
20
agosto
Stamattina
il martellamento, lo sbattimento delle ondate si è intensificato.
Una foschia non fa vedere oltre Vermigliano, Redipuglia, Monfalcone.
Drachen come al solito librano nell’aria la propria grande mole.
Sono quattro. Fra non guari saranno nove come mei giorni passati e
staranno fin dopo l’Ave Maria, scintillanti sotto le carezze dei
raggi del sole. Dalla navicella gli osservatori dirigono il tiro di
distensione delle artiglierie.
Sono
le 8 meno un quarto. Il bombardamento è all’acme. I nemici fanno
un tiro di sbarramento con tutti i calibri. Ciò all’Hemada.
I
nostri attaccano forse. Non si può spiegare altrimenti questo tiro
indiavolato.
I
nostri velivoli al solito vanno a rovesciare sulle retrovie
tonnellate di altro esplosivo.
L’inferno
di Dante a paragone di questo perde ogni tinta di dolori e
d’angoscia.
È
possibile durerà questo stato di cose ? E quanto?
Giuseppe
Carruba Toscano,131°
reggimento fanteria, brigata Lazio, capitano
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