Brigata Acqui, Val Frenzela, settore di Asiago
Eravamo forse verso la seconda
metà di giugno, quando un pomeriggio il capitano, che era tornato da
un rapporto al comando di battaglione, mi consegnò due pinze
tagliafili e mi ordinò di attaccare subito la posizione nemica.
Detti le istruzioni ai soldati e notai, dalle loro facce, più che
della rassegnazione, dello stupore, perché si doveva attaccare una
trincea protetta da reticolati, senza sapere come poterli superare.
Infatti, di solito, si andava
all’attacco della trincea dopo un’intensa preparazione di
artiglieria, nella speranza di aprire dei varchi nei reticolati e
sconvolgere la trincea.
Il morale doveva essere
bassissimo, perché lo stesso sergente si mise a scrivere
frettolosamente una lettera e, porgendomela, mi pregò di farla
inoltrare: era l’ultimo saluto ai suoi. Lo guardai in viso e lo
notai sconvolto come non lo avevo mai visto. Era stato sempre
sprezzante del pericolo, anche per dimostrare ai soldati che in
guerra è necessario avere decisione e coraggio. Con buone parole gli
feci notare che il rischio era anche mio e forse maggiore, perché
dovevo uscire per primo. Lo pregai di non perdere il controllo e di
aver fede: disperare prima di affrontare il pericolo, poteva
significare non avere poi quella forza d’animo necessaria nei
momenti difficili. Mi comprese e si rimise la lettera in tasca.
Nei giorni precedenti avevo
osservato lungamente la difesa nemica e mi ero reso conto che i
cavalletti dei reticolati non erano tutti legati tra di loro ed in
alcuni punti risultavano distanziati anche di parecchi centimetri.
Di questi intervalli ne avevo
notati 4 o 5 e perciò spiegai al sergente, agli altri graduati ed ai
soldati tale circostanza. Li esortai a dirigersi in direzione di tali
intervalli e a cercare di rimuovere i cavalletti non fermati agli
altri, per aprirsi il varco dove passare per occupare la trincea.
Raccomandai anche di non far uso
delle bombe prima di aver raggiunto i reticolati, ma di portarne
ciascuno una nella mano destra, pronta ad essere lanciata. Ritenni
necessario che portassero le bombe, per poterle lanciare sulla
trincea scoperta, al fine di arrecare le maggiori perdite al nemico,
nel caso non fossimo riusciti ad aprire i varchi nei reticolati con
la facilità che prevedevo.
Lasciammo la trincea e
raggiungemmo i reticolati, che riuscimmo a superare nei punti da me
indicati. Dalla trincea nemica partirono alcuni tiri di fucile, che
ferirono tre soldati non gravemente. Raggiunta la posizione nemica,
trovammo due austriaci che si arresero. Erano le vedette lasciate in
trincea, mentre il resto del reparto era più a valle, a circa 300
metri, riunito a consumare il rancio. Aprimmo il fuoco ed essi si
dispersero subito nel bosco vicino, essendo completamente disarmati.
Alfonso
Onofrii militare,
18° reggimento fanteria, brigata Acqui, 3° battaglione, 11^
compagnia
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