Assalti e contrassalti a Monfalcone nel 1915
“Alle
ore 21 abbiamo lasciato la trincea per andare ad occupare i
sotterranei di una casa. Gran movimenti e preparativi per l’avanzata
che dovrà esserci domani.
21
ottobre. Verso le ore 1, essendomi preso un freddo terribile per
dormire per terra su semplice impiantito, mi sono alzato, ed avvolto
nella mantellina, sono andato sulla soffitta della casa.
Emozionante
era il quadro: in lontananza vedendosi razzi, riflettori mentre,
fragorosamente, le nostre granate scoppiavano nelle trincee nemiche.
Alle ore 5 sono partiti i soldati che volontariamente dovevano far
saltare i reticolati nemici con dei tubi di gelatina.
Per
volontà di Dio questi baldi soldati sono rientrati tutti dopo aver
compiuto il loro difficile compito. Alle ore 11 è arrivato il primo
e secondo battaglione mentre alle ore 12 la mia compagnia è andata
di rincalzo.
Appena
le nostre truppe sono state avvistate il nemico le coprì di fuoco.
Molti nostri compagni sono caduti, chi morti chi feriti. Con mio
grande pericolo sono uscito dalla trincea dove la mia compagnia si
teneva pronta per rincalzare la prima linea.
Sotto
il fuoco della fucileria, aiutato efficacemente dal sergente
Pizzastalli ho immesso la compagnia verso il vero fronte in linea di
combattimento.
Dovendo
attendere ordini siamo stati fermi sino alle ore 13 a 400 metri dalla
ferrovia. Alle 18 la compagnia ha avanzato fino al muro distante200
metri dal luogo della prima fermata.
Dopo
pochi minuti di sosta, uniti al 1^ Battaglione, abbiamo fatto il
primo sbalzo fino alla ferrovia distante circa 450 metri dalle
trincee nemiche.
Dietro
ordine abbiamo fatto il secondo sbalzo attaccando col grido di
“Savoia” i trinceramenti. Ciò che è successo in quel momento è
indescrivibile.
Gli
austriaci svegliati dalle grida di allarme delle proprie vedette, ci
hanno accolto con un terribile fuoco di fucileria e di
mitragliatrice.
Momento
terribile quello!... L’artiglieria nemica coprì di fuoco la
collina: gli shrapnel e le granate con fragore assordante scoppiavano
ogni dove squarciando con nostro terrore il petto ai nostri compagni.
Non
è stato possibile mantenere la posizione: a precipizio abbiamo
dovuto ripiegare sotto il grandinare dei proiettili per poterci
riparare al muro. Indimenticabile giorno è questo.
Col
cuore straziato dal dolore ho dovuto assistere a quadri e scene
terribili. Numerosi soldati sono caduti: molti miei compagni sono
morti col dolce nome di mamma sulle labbra mentre altri, feriti
gravemente, con lamento lugubre chiedevano di non essere abbandonati.
Alle
ore 20 è stato dato il secondo attacco ma il fuoco terribile del
nemico ci ha obbligati a tornare a precipizio al muro. Demoralizzati
e sfiniti siamo stai fermi fino al mattino del giorno 22.
22
ottobre. Mancano i rinforzi, eppure dobbiamo attaccare di nuovo
l’inespugnabile posizione nemica.
Il
Maggiore ha cominciato a pregarci di avanzare ma ormai tutti sono
scoraggiati, nessuno vuole uscire dal riparo.
A
forza di raccomandazioni abbiamo cominciato a scavalcare il muro
quantunque fossimo consapevoli della grande difficoltà.
Eravamo
fuori in una ventina quando la fucileria ci ha presi di mira
obbligandoci a gettarci a terra, riparandoci alla meglio dietro i
sassi. Parecchi rimasero feriti; tra questi il cap. magg. Fregoso che
trovavasi vicino a me.
Senza
nemmeno pronunciare il nome di mamma è morto il cap. magg. Dazzi.
Essendo cominciate a scoppiare vicino a noi delle granate da 149,
quelli che erano fuori del muro si sono messi al riparo.
Io
ho voluto rimanere, ma una granata scoppiata a breve distanza mi ha
ferito alla testa: mi è stato giocoforza mettermi al riparo mentre
il sangue copiosamente ha cominciato a sgorgare dalla ferita,
imbrattandomi la faccia e gli abiti.
Appena
fasciato alla meglio, a stento sono andato al posto di medicazione
dove ebbi le cure del caso. Gran movimento, numerose giungono le
barelle con sopra feriti che gemono e che subito vengono curati ed
inviati agli ospedali.
Alle
ore 16, essendo giunto il 118 Fanteria, questo ha continuato
l’attacco mentre i rimanenti del 21 sono obbligati a ritirarsi dal
muro perché le artiglierie nemiche fanno fuoco di fianco.
Anche
il 118^ ha subito gravi perdite. I soldati si sono visti cadere, come
falciati, sotto il fuoco intenso delle mitragliatrici. Un quadro
raccapricciante si è svolto al nostro sguardo.
Abbiamo
visto avanzare, in bella linea di combattimento, la truppa che con
coraggio indomito ascendeva le brulle colline del Carso.
Hanno
continuato a salire i nostri baldi compagni, ma, appena giunti in
prossimità delle trincee, si sono visti cadere colpiti da
inesorabile fuoco. Morti e feriti sono ruzzolati giù per la cima;
altri agonizzanti hanno dovuto morire non essendo possibile essere
raccolti.
Poveri
figli di mamma! Io sono rimasto all’infermeria perché la ferita
non mi permetteva di riprendere parte all’avanzata.
23
ottobre. Triste alba oggi!!! tutte le truppe si sono ritirate dalle
posizioni di ieri. Siamo tutti rimescolati: chi nelle trincee chi nei
sotterranei.
Non
si capisce più nulla. Sono giunti i rinforzi ed ora non si sa se
dobbiamo riprendere l’attacco.
24
ottobre. Gran abbattimento morale. Siamo ancora fermi senza che sia
deciso nulla. Siamo scoraggiati meste e sfiniti.”
Cesare
Ermanno Bertini, Monfalcone (GO), 21 ottobre 1915.

Commenti
Posta un commento