Agosto 1915, la brigata Valtellina è schierata ai piedi del monte Santa Maria, vicino a Tolmino sull’alto Isonzo
Siamo
di rincalzo presso l’Isonzo. Il buio della notte non fa scorgere
nulla intorno. Una pallottola di fucile spezza la colonna vertebrale
ad un soldato, che muore senza emettere verbo. Una cannonata,
proveniente dalla piana di Tolmino, asporta ad un alto il braccio
sinistro e mezza spalla; alla fioca luce della lampadina elettrica
vedo che la ferita è gravissima e che è inutile medicarlo, respira
debolmente e il viso è di un pallore mortale. Gli domando se ha da
manifestare qualche desiderio; mi bisbiglia che è contento di morire
per la Patria, ma si rammarica di non rivedere più i vecchi
genitori. Un fante della 4a, cui un proiettile è penetrato
nell'addome è seduto sui sassi, con la schiena poggiata ad un
sacchetto di terra; si lamenta da destare pietà. Ha il volto cereo,
le labbra bianche e gli occhi smorti; siamo da presso io e il collega
Lucrezi, e a noi due raccomanda le sue ultime volontà. Cerchiamo
infondergli coraggio, ma inutilmente; ci dice di comunicare alla
famiglia la notizia con cautela e che si provveda al mantenimento del
vecchio padre, della moglie e di un figlioletto di tre anni. “Dio
mio, mi sento morire, aiutatemi, è finita per me!”Sono le sue
ultime parole e la bell'anima vola in cielo, circonfusa di gloria.
Alle
ore 23 è trasmesso dal Comando del I Battaglione l'ordine che alle
ore quattro di domani mattina dovremo muovere all'attacco, con
l'obbiettivo di procedere al forzamento delle opere difensive del
nemico sulle pendici nord-occidentali di S. Maria di Tolmino. La
nostra azione si deve integrare con quella del 65° Reggimento
Fanteria di Cigini e della Brigata Bergamo di S. Lucia.
Nella
oscurità della notte l'esplosione dei tubi di gelatina mette in
allarme l'avversario, che lancia razzi e bombe a mano.
16
agosto
Il
battaglione, stanco per la estenuante vita di trincea, si snoda nel
buio silenziosamente, in fila indiana, fra la vegetazione, i
buchi delle granate e i sassi, e raggiunge le posizioni assegnategli,
disturbato da tiri di fucileria. Alle ore due la dislocazione dei
reparti si è effettuata; a destra siamo in collegamento col II°
Battaglione del reggimento e a sinistra coperti dalla difesa naturale
dell'Isonzo.
Stamane
ricorre il mio onomastico: con buon augurio, non per me, ma per la
fortuna delle armi italiane!
Approfittando
delle tenebre, le prime squadre trasportano sotto i reticolati tubi
di gelatina, che dovranno aprire i varchi verso l'angosciata
vittoria. Altre squadre tentano con meschine pinze da potatori, di
tagliare il groviglio dei fili; i primi soldati cadono sotto i colpi
delle mitragliatrici e sono subito sostituiti.
Alle
tre e trenta minuti i pochi Deports (Cannoni da 75 millimetri a
deformazione), piazzata presso Kamenca e Costa Raunza e che devono
sorreggere e ingagliardire il nostro attacco, aprono il fuoco. Gli
austriaci lanciano razzi illuminanti e rispondono ai pochi colpi
della batteria italiana con un poderoso ed efficace bombardamento di
grossi e medi calibri, diretto da posizioni lontane, e di piccoli
calibri provenienti dal Pan di Zucchero (q. 428). L'obbiettivo del
reggimento è la conquista del fortissimo trincerone a ferro di
cavallo, situato su S.Maria, fra quota 509 e la cappelletta di quota
463, difeso da due ordini di reticolati.
Alle 4,30 precise
iniziamo l'avanzata su per le pendici della collina, rotte da
valloncelli e intricate da cespugli alberi e grosse pietre. La
gloriosa bandiera, affidata al sottotenente Semeraro, garrisce al
vento; essa infonde in tutti fede ed entusiasmo.
L'avversario,
che ha intuito il movimento, apre un fuoco d'inferno; fra i
reticolati crepitano le pallottole esplosive e l'artiglieria batte la
piana di Velzana e i monti circostanti. Le perdite, sotto questa
tempesta di colpi, sono sensibili, ma l'azione prosegue con energia,
anche perché sulla destra sono stati già fatti dei prigionieri. Le
truppe, in formazioni rade, continuano l'ascesa e il nemico, come da
un balcone, spara senza pietà e lancia bombe. Sono centinaia di
proiettili che si abbattono sui corpi umani, avanzanti fra i sassi e
la melma o appostati dietro i fragili ripari. Molti fucili sono fuori
uso; se avremo la ventura di raggiungere l'obbiettivo, dovremo
lottare coll'arma bianca, uomo contro uomo. Ci avviciniamo al primo
reticolato a prezzo di sacrifici e di perdite ingenti. La mio plotone
di 57 uomini ha avuto già due morti e sei feriti. Feriti sono pure
il sottotenente Canevazzi, comandante del 3° plotone e il capitano
comandante la 2° compagnia, che vengono trasportati al posto di
medicazione. Ci fermiamo un paio di ore sulle posizioni raggiunte,che
apprestiamo a difesa con le vanghette e i piccozzini. Alcuni soldati
cadono fulminati durante il difficile lavoro di allargare con le
pinze e a colpi di strumenti vari i brevi varchi, aperti nel primo
reticolato dai tubi di gelatina; ugual sorte tocca ad altri, a causa
delle terribili mine che sono disseminate senza risparmio fra la
bassa vegetazione e nei sentieri del bosco. Il mio capitano fa
presente per iscritto al comando di battaglione che il secondo
reticolato è intatto e i mezzi a disposizione non sono sufficienti a
distruggerli e che innumeri altre difficoltà si frappongono ad una
proficua avanzata.
Alle nove circa un fonogramma del comando di
brigata prescrive di proseguire senza indugio nell'attacco e che, se
necessario, “si passi sui reticolati dopo avervi buttato di
cadaveri”.
L'ordine,
pieno di tragica ironia è disumano, è portato a conoscenza dei due
battaglioni di prima linea, e dovrà essere eseguito, pur sapendo di
andare incontro a morte certa. Il capitano Fabrocini riunisce intorno
a sé tutti gli ufficiali e comunica che noi eseguiremo il movimento
contemporaneamente al II Battaglione, appena verrà lanciato dal
comando di reggimento un razzo tricolore, e che avremo in rincalzo il
III Battaglione.
“Ed
ora, fratelli miei, al vostro posto, fatevi onore e arrivederci”,
termina con voce rotta dalla commozione.
Sentiamo
che il momento è solenne e che è probabile di non rivederci più.
Alcuni si stringono la mano, altri si baciano, ma tutti hanno il
volto sereno e sorridente, consci di affrontare la morte con salda
fede nella vittoria. Io dò una stretta di mano al mio capitano e
raggiungo di corsa e curvo il plotone fra le centinaia di pallottole
che fendono l'aria.
Il
duello delle artiglierie continua incessante e nell'aria greve si
vedono i bagliori dei bolidi, come lanciati da demoni invisibili; le
granate scoppiano nel bosco con fragore assordante e sollevano pezzi
di alberi misti a terra e pietre e a brandelli di carne umana. La
capitano Bedogni, convinto di cadere sul campo, mi chiama a sé e mi
raccomanda che le sue cose siamo raccolte ed inviate alla famiglia.
Sono vivamente commosso, pensando a questo istante di separazione
forse definitiva; ho appena la forza di scambiare un breve saluto e
mi allontano con gli occhi lucenti.
Alle
ore 11,20 vediamo librarsi in aria il razzo segnalatore. Le truppe
balzano in avanti, oltrepassano il primo reticolato e si fermano
davanti al secondo. Le perdite, dapprima gravi, diventano
impressionanti. Non abbiamo ancora assaltato e molti ufficiali e
soldati sono caduti sotto i numerosi proiettili.
Il
sottotenente Taddei ha le gambe spezzate da una scarica di
mitragliatici. Il capitano Bedogni, avendo scoperto una soluzione di
continuità nel secondo reticolato, prega il comando di battaglione
di far seguire il nostro movimento dalle compagnie laterali.
Attraversiamo il varco ed entriamo nella zona apparentemente sgombra
da ostacoli. A destra vediamo avanzare i soldati del II Battaglione
ed allora l'entusiasmo si fa strada nei nostri animi, pur essendo
stremati dalle perdite subite e dalla stanchezza. Il comandante del
battaglione fa suonare il segnale dell'assalto e al grido di “Savoia”
i fanti della Valtellina, superando il terreno rotto ed intricato, si
slanciano avanti con forza ammirevole e giungono fin presso la
possente linea di difesa, il trincerone a ferro di cavallo. Una
valanga di fuoco si rovescia su quel migliaio di uomini, falciando a
decine le giovani vite. Vi è un momento d'incertezza; i soldati,
incitati, però, dall'esempio degli ufficiali e incuranti della
morte, perseverano nella lotta, si accaniscono contro i parapetti, ma
sono sempre respinti dalla bufera dei proiettili. Il nemico è
invisibile; è il terreno che bolle e lancia ordigni di distruzione.
Cade il capitano Bedogni, colpito in testa; cade fulminato il tenente
Morandi, comandante il plotone bombardieri, e altri ufficiali e
cadono diecine e diecine di soldati. Noi superstiti con la forza
della disperazione rinnoviamo l'assalto, riuscendo a mettere piede in
un tratto di trincea, ove ha luogo una mischia furibonda a colpi di
baionetta, di fucili e a bombe a mano. I difensori resistono con
vigore e gli attaccanti lottano con tenacia. L'artiglieria austriaca
interviene prontamente e sulla contesa posizione dirigono un violento
e preciso tiro, massacrando quelli che combattono per il possesso dei
fossi crollati. Raffiche di mitragliatrici provengono dai fianchi e
dalla cresta della collina, dalla quale ci divide ancora un profondo
reticolati intanto ed elettrizzato. Lo slancio eroico degli italiani
è spezzato. Non ci rimane altro che abbandonare queste pietraie
sanguinosamente disputate e ripiegate: ciò che avviene con mirabile
disciplina, calpestando l'ammasso di cadaveri, tra il groviglio dei
fili spinati e i buchi dalle granate. Raggiungiamo i valloncelli e le
trincee di mezza costa, sostenuti dal fuoco del III° Battaglione,
ove attediamo a piè fermo il probabile contrattacco.
Il
combattimento ha avuto la durata di cinque ore e le perdite sono
state gravissime. La collina è cosparsa di mucchi di cadaveri.
Rocco
Egidio De Bonis militare,
66° reggimento fanteria, brigata Valtellina
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