La prima avanzata il 24 maggio 1915
“Magnifico
è lo spettacolo che presenta la Brigata Valtellina qualche momento
prima di iniziare la marcia storica. Sollevo la testa, tentando di
abbracciare con lo sguardo, nella notte vagamente illuminata dal
cielo stellato, tutta la infinita colonna dei grigio-verdi. Sono 6000
uomini, presaghi dei grandi eventi che stanno maturando, coscienti
dell'enorme responsabilità che affida loro la Patria, fidenti nel
proprio valore, pronti a qualsiasi disagio e all'estremo sacrificio.
Quanti pensieri rimugino nel mio cervello! Pregusto già la gioia
della vittoria, vedo nella fantasia le trincee avversarie, i
reticolati, gli scoppi delle granate e gli uomini correre correre e
sopraffare il nemico. Ma subito giudico pazzeschi simili progetti;
occorrerà piuttosto molta prudenza contro un esercito, come
l'austro-ungherese, già pratico di guerra e organizzato saldamente.
Nella
notte profonda, sotto un cielo trapunto da milioni di stelle, non si
ode una voce; il silenzio è rotto solo dai comandi secchi degli
ufficiali. Questi vanno da un capo all'altro dei rispettivi reparti
per assicurarsi che tutto sia in perfetto ordine. Il glorioso
vessillo del reggimento è affidato al nostro I Battaglione e noi
avremo l'incarico di custodirlo gelosamente, di mantenere la gloria e
di difenderlo fino all'ultimo sangue.
All'una,
dopo che il comandante del reggimento ha ispezionato i battaglioni,
c'incamminiamo lentamente con le regolamentari misure di sicurezza.
E
l'epopea ha inizio in uno scenario vasto e e maestoso sull'erba
nascente!
La
tenue rumore dei passi si perde lontano, il tintinnio delle baionette
dei fucili ha un'eco di forza nei nostri cuori.
Tocchiamo
piccoli villaggi aggrappati alle rocce, come nidi di rondini sotto la
gronda. A Prepotischis (così è nominato sulla carta militare che ho
con me) la brezza mattutina e l'ora insolita non impediscono ad
alcune donne di affacciarsi alle finestre e guardarci con
un'espressione di fierezza. Da un piccolo balcone, ricco di piante
ornamentali, una vecchia e una ragazza bionda contemplano la scena
con gli occhi ridenti ma velati di pianto. Il mio pensiero vola
lontano lontano alla casa natia. Una donna scalza sorride e lancia
dei fiori ai primi soldati che le passano accanto.
Alle
4.20 raggiungiamo il confine, segnato dal fiumicello Iudrio, la
cui acqua, piena di tremolii,si allontana fra vivaci serpeggiamenti
nella valle profonda, tutta sassi, sterpi e cespugli. Dopo una sosta
di parecchi minuti, durante i quali ci disponiamo in ordine di
combattimento, mirabilmente fusi in una sola volontà d'intenti e
stretti intorno ai capi, mettiamo piede in territorio nemico che
calchiamo con voluttà incontenibile. Sembra un sogno toccare questa
terra, meta invocata da tanti martiri e che i nostri antenati, a
cominciare da Druso, bagnarono di prezioso sangue; sangue tutto
nostro, da cui scaturiranno unità d'intenti, spirito di sacrificio,
fiducia cieca nelle nostre forze e sentimento del dovere, virtù che
finora facevano difetto nel nostro popolo.
Io
sono di scorta con mio plotone alla sezione mitragliatrici del
tenente Saccozzi.
Udiamo
un primo colpo di cannone della batteria da montagna che è a
sostegno della brigata, e poche fucilate provenienti da una caserma
austriaca di confine: è il battesimo del fuoco. Una pallottola
ferisce alla mano destra un soldato della 11a Compagnia, che è
subito medicato. La commozione invade tutti i cuori. Pochi gendarmi
sparano ancora qualche colpo di moschetto e fuggono. L'avanzata
prosegue lenta e faticosa, ma ininterrotta, sulla mulattiera che
sale, rovinata e sbarrata da ogni specie di ostacoli. Dò un'ultimo
sguardo alla terra d'Italia che ci auguriamo rivedere da vittoriosi.
Il
primo obbiettivo del 66° Reggimento Fanteria è l'occupazione di
Monte Korada, importante caposaldo della dorsale M.
Ieza-Korada-S.Martino-Medana, il cui segnale trigonometrico è a 812
metri sul livello del mare.
La
mulattiera che s'inerpica su per i fianchi del monte, è ingombra di
materiali e di tronchi di alberi che sembrano colonne schiantate.
Sono stati abbattuti dal nemico per ostacolare la nostra avanzata: ma
gli zappatori con una fatica pari all'audacia, rendono agevole il
cammino.
Verso
le ore 15 le prime compagnie, occultate dalla vegetazione, si fermano
per proteggere col fuoco, nel caso che l'evento lo richiegga,
l'avanzata delle altre. Infatti gli austriaci, che saranno trincerati
presso la cresta del monte, aprono il fuoco in maniera così intensa
e repentina da costringere i reparti antistanti a fermarsi. I nostri
rispondono. Il nutrito fuoco dei fucili, delle mitragliatrici e dei
pezzi da montagna dura più di mezz'ora; al crepitìo dei colpi
risponde l'eco della valle. I lamenti dei feriti si confondono con i
comandi decisi degli ufficiali.
Senza
indugiarci in lavori inutili di rafforzamento, ci spingiamo avanti,
incuranti della morte, fino a duecento metri dal nemico. Il fuoco
della poca artiglieria sostiene magnificamente la nostra avanzata; le
effimere trincee di battaglia costruite dall'avversario vengono
battute sistematicamente.
Frattanto
pattuglie ardite si spingono carponi fin presso la cima del monte e
con stupore notano che gli austriaci si ritirano in gran fretta. Ne è
avvertito il comando di battaglione, il quale, dopo aver segnalato
all'artiglieria di allungare il tiro, dispone che le due compagnie di
prima linea muovano alla conquista del monte. I soldati, animati
dall'esempio dei superiori, si slanciano veloci su per l'erta
accidentata, e, in pochi minuti, raggiungono la vetta del monte
Korada. Diciotto prigionieri, fucili, munizioni e una mitragliatrice
rimangono nelle nostre mani. Perdite del reggimento: cinque morti e
una ventina di feriti. I morti vengono seppelliti presso Zapoto.
Vi
veggo, o Eroi, caduti sul campo dell'onore, con il capo cinto di un
alloro immortale! Il modesto tumolo è senza un fiore e senza una
lacrima, ma segna una tappa nel glorioso cammino che la Patria ha
intrapreso!
I
prigionieri che rappresentano per noi il primo ambito trofeo della
campagna, sono oggetto di curiosità da parte di soldati e di
ufficiali, desiderosi di osservare quale viso e quale divisa essi
abbiano. Sono subito fatti accompagnare al comando di reggimento, ove
saranno sottoposti ad accurato interrogatorio.”
Rocco
Egidio de Bonis Monte Korada (SLO), 24 maggio 1915

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