Ma in una notte triste si parlò di tradimento. II lezione
Cadorna,
la mattina del 25 ottobre, telegrafava al governo, in via riservata,
che: Alcuni reparti del IV corpo abbandonarono posizioni
importantissime senza difenderle. La colpa del crollo morale
dell’esercito, aggiunse, era responsabilità dei nemici interni e
della propaganda pacifista, che il governo di Roma non aveva
combattuto adeguatamente così minando la combattività dei soldati.
Era l’inizio di una strategia volta a scaricare ogni responsabilità
per la sconfitta sui fanti. La mattina del 28 ottobre il bollettino
del Comando Supremo, quando furono più chiare le proporzioni del
rovescio militare, addossò ufficialmente le responsabilità della
disfatta alla mancata resistenza di reparti della II Armata vilmente
ritiratisi senza combattere o ignominiosamente arresisi al nemico. La pesante accusa, spinse il ministero dell’Interno a fermare la
diffusione del bollettino, censurando i giornali che lo avevano
pubblicato. All’estero, tuttavia, le accuse di Cadorna ai soldati
ebbero diffusione e risonanza, creando non pochi imbarazzi al governo
italiano. Le accuse di Cadorna furono perfino utilizzate a livello
propagandistico dagli austro-ungarici: Il vostro generalissimo,
che insieme a Sonnino è uno dei più colpevoli autori di questa
guerra inutile, ricorre ad uno strano espediente per scusare lo
sfacelo. Egli ha l’audacia di accusare il vostro esercito, il fiore
della vostra gioventù, di viltà, quello stesso esercito, il quale
tante volte per ordine suo si è slanciato ad inutili e disperati
attacchi! Questa è la ricompensa del vostro valore! Avete sparso il
vostro sangue in tanti combattimenti, il nemico stesso non vi negò
mai la stima di avversari valorosi. E il vostro generalissimo vi
insulta per discolpare se stesso!
Al
di là della semplicistica ricostruzione, concorsero varie cause a
determinare quella che fu una sconfitta eminentemente militare.
Meriti vanno sicuramente alle innovazioni tattiche introdotte dagli
austro-tedeschi: Caporetto fu una prima applicazione
del Blitzkrieg. Tuttavia, l’offensiva degli Imperi centrali non si
sarebbe tramutata in uno straordinario successo – in virtù anche
dei suoi obbiettivi iniziali – senza gli errori dei vertici
militari italiani, che non avevano approntato dei piani per la difesa
del fronte. La conquista della Bainsizza, a fine agosto, aveva creato
un saliente in territorio nemico, rendendo più difficile la difesa
del fronte, con la II Armata pericolosamente proiettata in senso
offensivo. Non esisteva una riserva organizzata e operativa capace di
tamponare uno sfondamento del fronte: vi erano molti battaglioni, ma
male organizzati e incapaci di portare aiuto alle prime linee. I
generali italiani erano rimasti fedeli al dogma della difesa rigida:
la prima linea andava tenuta a oltranza, senza cedere un metro di
terreno. Una tattica dispendiosa quanto logorante per le truppe, già
esaurite nelle dispendiose offensive isontine. Il Regio Esercito
soffriva anche delle divisioni tra i suoi principali comandanti: il
generale Capello aveva rifiutato di disporre la II Armata, da lui
comandata, su posizioni difensive, disobbedendo agli ordini di
Cadorna. Fu soprattutto la negligenza dell’alto comando, che nei
momenti più drammatici fuggì o non fu capace di prendere decisioni
tempestive, a compromettere una situazione già grave. Ad esempio, il
generale Pietro Badoglio, responsabile del settore di Tolmino,fu
irreperibile durante i giorni più concitati della battaglia,
lasciando a se stesso un corpo d’armata. Molti reparti avevano
iniziato a indietreggiare ordinatamente per compiere una battaglia di
arresto, ma la tenuta della ritirata si sfaldò quando i quadri
intermedi e la truppa, lasciati senza precisi ordini e malinformati
dallo Stato maggiore, giudicarono la guerra perduta. Sparuti gruppi
di militari italiani festeggiarono per la sconfitta che, a loro dire,
preannunciava la pace. Un osservatore nemico, come Erwin Rommel,
commentò così il comportamento dell’esercito italiano: Vari
reggimenti italiani giudicarono la situazione come disperata e
rinunziarono anzi tempo alla lotta quando si videro attaccati sul
fianco o addirittura alle spalle. I comandanti italiani mancarono di
fermezza. Non erano abituati alla nostra tattica offensiva molto
agile e per di più non avevano abbastanza saldamente in mano i loro
soldati.
Il
panico si diffuse nella classe dirigente del Paese temendo che
l’Italia stesse per seguire la sorte della Russia, dove dal
febbraio 1917 divampava la rivoluzione. Leonida Bissolati parlò di
sciopero militare, una connotazione efficace ma perentoria: la rotta,
infatti, era priva di volontà politica. Per i temperamenti più
drammatici, Caporetto era la prova che mancava una coscienza di
popolo. Lo storico Antonio Gibelli ha provato a dare un’altra
definizione della sconfitta e della rotta. Per la truppa, logorata da
due anni e mezzo di inconcludente guerra offensiva e vessata da una
disciplina repressiva che trascurò il benessere e il morale,
Caporetto rappresentò «il rovesciamento carnevalesco dell’ordine
del mondo […] non di una vera rivolta si trattò, ma piuttosto di
una specie di festa». La disfatta, lo sfaldamento del Regio Esercito
e le accuse, rivolte ai fanti come ai politici, provocarono l’esonero
di Cadorna. Al di là della volontà di Vittorio Emanuele Orlando,
che aveva sostituito Boselli alla guida del governo e aveva un
pessimo rapporto con il generalissimo, fu decisiva la fermezza
dell’Intesa. Il 6 novembre, nel convegno interalleato di Rapallo,
il primo ministro britannico Lloyd George aveva posto, come
condizione per l’invio di rincalzi franco-britannici,
l’avvicendamento alla guida del Regio Esercito. L’8 novembre,
Cadorna veniva esonerato e sostituito dal generale Armando Diaz: un
personaggio poco conosciuto, ma affabile e equilibrato, disposto a
collaborare con la politica.36 Eppure, quattro mesi dopo, davanti
alla Commissione speciale che doveva indagare sui fatti di Caporetto,
Cadorna confermò che «Salvo pochissime eccezioni, il contegno delle
truppe è stato indegno […] esse non hanno combattuto perché non
hanno voluto combattere»
Università
popolare di Venezia, 1917 Da Caporetto al Piave: soldati, profughi,
invasi

Commenti
Posta un commento