Il presupposto delle nostre scelte

Ma è possibile offrire con tutto il cuore ciò che non è importante per noi? Sincerità non è rinunciare a qualcosa che per noi conta? Si legge nel Gosho L'offerta del riso: «A cosa si riferisce determinazione sincera? Alla dottrina dell'osservazione della mente. E cosa significa precisamente la dottrina dell'osservazione della mente? Vuol dire che offrire la propria unica veste al Sutra del Loto equivale a strapparsi la pelle, e in tempo di carestia, offrire al Budda l'unica ciotola di riso, da cui dipende il proprio sostentamento quel giorno, significa offrire la propria vita al Budda» (RSND, 1, 998). 
E quindi offrire, nel significato più vero del termine, vuol dire offrire non ciò che avanza, non quello che non ci costa fatica. Perché se la decisione di offrire qualcosa si basa su questo presupposto, allora i vari aspetti della nostra quotidianità - amore, famiglia, lavoro, amici - si baseranno su ciò che avanza. Non un beneficio quindi, non una fonte di gioia e di crescita, ma un'elemosina, magari condita dalla paura costante di perdere tutto. È chiaro che quando si inizia a praticare, siamo molto più concentrati sulle problematiche della propria vita. Ma col tempo, acquisire un cuore sincero diventa una parte imprescindibile del percorso di crescita ed è comunque il frutto di sforzi costanti fatti giorno dopo giorno. La cosa bella è rendersi conto che quando abbiamo maturato questa apertura nella nostra vita, offrire diventa una necessità. Pian piano sparisce l'illusione che ci fa vivere in maniera più egoistica e si fa spazio un'idea di felicità che abbraccia anche gli altri. Ed è un sentimento sempre più forte, che diventa parte integrante del nostro vivere. E allora offrire non è più solo un mezzo per approfondire la consapevolezza della nostra missione, ma un bisogno, per esempio, di ripagare il debito di gratitudine per ciò che abbiamo ricevuto. Perché offrire, vale a dire sostenere ciò che è altro da noi, è in realtà un modo per sostenere noi stessi. E la cosa meravigliosa è che non possiamo più farne a meno. E quest'idea di vita, di felicità che è tale solo se realmente condivisa, che insegna a basarsi sul donare, è il senso profondo dell'esperienza che ho vissuto in questo ultimo anno. Mia moglie Francesca, ha subito un'operazione di tredici ore, lunga e difficile, dall'esito molto incerto. Almeno prima dell'intervento. E io, per tredici ore, ho recitato Daimoku come mai avevo fatto prima, neanche in circostanze difficili o drammatiche della mia vita. Saluto Francesca e l'abbraccio prima che la portino in sala operatoria. Lei piange, e io cerco di farle coraggio, ma dentro, in realtà, ho una gran paura. Non so ancora che questa, la paura, insieme alla pazienza, saranno le mie grande alleate, per tutto il giorno. Nella guida di stamani, 17 gennaio, sensei mi ha detto: «Vi prego di ricordare che la pazienza è di per sé una grande sfida e che spesso è la chiave per farsi strada in una situazione apparentemente senza via d'uscita» (D. Ikeda, Giorno per giorno, Esperia). E pensare che quando ho cominciato a praticare il Buddismo la pazienza non era proprio il mio forte. Sono le sette e trenta e comincio a recitare Daimoku. Piano piano arrivano gli amici, quelli più stretti, che si mettono a recitare con me. Sudo, soffro, piango, ma non mollo, e piano piano comincio a sentire che oltre la paura c'è qualcos'altro. Vado avanti, tenace, come se scavassi con le mani nude la terra per cercare l'acqua. È una di quelle situazioni primordiali, dove non c'è altro da offrire se non il mio cuore e la mia preghiera. «Reciterò fino a quando non uscirai dalla sala operatoria» le ho promesso. Alle dieci e trentadue, dopo tre ore di lotta, sento una cosa semplice e bellissima, come uno squarcio improvviso di sole: «Francesca ce la farà». Me lo appunto su un foglio perché so che poi passerà, e tornerà la paura. Lotto tutto il giorno, per tredici lunghissime ore, come un cavaliere che protegge la sua bella. Il Daimoku è la mia spada, il coraggio e la pazienza la mia armatura. Questo offro con tutto me stesso. Che vengano draghi e mostri: i miei demoni. Quando la paura mi morde, determino ancora più forte: «Io vinco». Ecco perché diventa mia alleata. Sento sulla pelle le tremila condizioni potenziali in un istante di vita. Provo cose orribili e cose meravigliose. Sento che c'è un posto dentro di noi dove non abbiamo paura di nulla. La vita pulsare dentro e fuori di me. Il vento che muove i pini, il volo di un gabbiano, la mano di un amico, lo sguardo di un altro, lì accanto. A lottare insieme in splendida coordinazione. Uniti. A volte riesco a sorridere. Alle ventuno e trenta, ormai sfinito, quando mi chiama il professore per dirmi com'è andata, io lo so già che è andata bene, ma ho bisogno di sentirmelo dire. E i giorni dopo, recito Daimoku come un leone, e comprendo che qualcosa di meraviglioso e di unico è successo: l'offerta, di tempo, di sforzi, che ho fatto per sostenere gli altri, mi è tornata indietro così grande da sorprendermi. Sento gioia e gratitudine per i miei compagni di fede, per gli amici, per la pratica. Soprattutto, e non me ne vogliano gli altri, gratitudine per sensei, mai così vicino, che con le sue parole calde, chiare, mi ha indicato la strada per vincere. Per provare questa sensazione unica, di assoluta libertà. Questo amore libero e sincero per mia moglie. Che mi fa decidere, nel profondo, di dedicarmi, di offrire ancora di più, per ripagare quello che ho ricevuto, e soprattutto perché questa ora è la mia vita. E la cosa meravigliosa, è che non posso più farne a meno.
NR 476

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