I soldati trentini a servizio dell’Impero Austroungarico
Nel
1914 il Trentino faceva parte della Contea del Tirolo e, in questo
modo, dell’Impero austro-ungarico. I trentini avevano propri
rappresentanti al Parlamento di Vienna e alla Dieta di Innsbruck. Il
Tirolo italiano (Trentino) era suddiviso in nove Capitanati
distrettuali che avevano funzioni politico amministrative, ma in caso
di conflitto assolvevano anche a compiti militari secondari, come la
messa a disposizione di acquartieramenti per le truppe, requisizioni
di animali da traino, automezzi, derrate alimentari, protezione della
popolazione, ecc…
Trattandosi
di un impero multietnico, in un’epoca di forte risveglio del
nazionalismo, l’Impero austroungarico fu frequentemente travagliato
da questioni nazionali. In Trentino fu soprattutto la piccola e media
borghesia cittadina a farsi portavoce del sentimento irredentista,
che veniva manifestato anche attraverso le attività di associazioni
politico-culturali e sportive (la Lega Nazionale, la Società Dante
Alighieri, la Società Alpinisti Tridentini, le Società di
ginnastica e il Tiro a segno).
All’inizio
della guerra furono chiamati alle armi nelle fila dell’esercito
austro-ungarico i trentini di età compresa tra i 21 e i 42 anni. Tra
il 1915 e il 1918 la mobilitazione si estese agli uomini di età
compresa tra i 18 e i 49 anni. In totale i trentini richiamati furono
circa 55.000-60.000.
Le
unità dell’esercito che inquadravano i soldati del Tirolo, tra cui
anche il Trentino, erano i 4 reggimenti impierial-regi Kaisejäger
(cacciatori imperiali) ed i 3 reggimenti da montagna dei
Landesschützen, oltre i 2 reggimenti del Tiroler Landsturm (milizia
territoriale). Nel 1915, per rallentare l’avanzata delle truppe
italiane sul fronte trentino, furono impiegate anche alcune Compagnie
di Standschützen composte da veterani e da giovani non ancora
arruolati.
Nel
maggio 1915, dopo l’entrata in guerra dell’Italia, gli abitanti
della parte meridionale del Trentino dovettero abbandonare le loro
case.
Circa
70-75.000 persone vennero allontanati dall’esercito
austro-ungarico: una parte degli sfollati trovò ospitalità nelle
campagne della Boemia e della Moravia, altre decine di migliaia
vennero concentrate in grandi lager (Mitterndorf e Braunau am Inn),
vere e proprie “città di legno” che arrivano a contenere 20 mila
profughi. Nelle baracche dei campi la miseria, l’indigenza, la
mortalità raggiunsero proporzioni enormi, mentre si instaurò per la
prima volta la militarizzazione della vita civile.
Circa
30.000 trentini vennero evacuati anche dall’esercito italiano e
trascorsero gli anni della guerra in diverse località della
penisola.
Nell’autunno
del 1917, in seguito allo sfondamento delle linee italiane a
Caporetto, più di mezzo milione di civili di Friuli e Veneto furono
costretti ad abbandonare le case e le città e a scappare frammisti
all’esercito italiano in rotta.
Nel
maggio 1915 i trentini politicamente sospetti, ritenuti cioè di
sentimenti filoitaliani, vennero rinchiusi dal governo austriaco nel
campo di Katzenau, a pochi chilometri da Linz, sulla riva destra del
Danubio.
Il
campo era stato costruito per l’esercito, ma fu poi utilizzato come
campo di internamento per prigionieri russi, per i trentini e i
triestini sospetti, per i cittadini italiani sorpresi in Austria
dallo scoppio della guerra e anche per alcune centinaia di Rumeni.
Gli internati trentini furono 1.754.
L’Esercito
italiano radunò i prigionieri nemici dapprima in vecchie fortezze e
in edifici civili adattati al bisogno. I primi campi di
concentramento dimensionati per 10.000 persone furono costruiti nel
1916, prevalentemente nell’Italia centro-meridionale,. L’isola
dell’Asinara in Sardegna ospitò il più grande: nel 1916 vi furono
confinati circa 23.000 austro-ungarici catturati dall’esercito
serbo e condotti in Italia quando l’esercito serbo si ritirò fino
all’Adriatico dove fu messo in salvo su navi italiane; un’epidemia
di colera e l’inadeguatezza delle strutture causarono la morte di
oltre 7.000 persone. Nelle retrovie del fronte erano allestiti “campi
contumaciali” di transito dove si interrogavano i prigionieri e si
controllava il loro stato di salute. In Italia i luoghi di detenzione
furono non meno di 269.
Ai
prigionieri era possibile inviare e ricevere posta, pacchi e vaglia
ed acquistare cibi e generi di conforto in spacci interni ai campi.
Dal 1916 i prigionieri furono utilizzati come forza lavoro. Gli
ufficiali non vi erano tuttavia obbligati e spesso disponevano di un
attendente. Circa 4.000 prigionieri trentini e delle province
adriatiche, mossi da ideali irredentistici, accettarono il
trasferimento in Italia, grazie ad un accordo di collaborazione
militare tra Regno d’Italia e Impero russo. Concentrati nel campo
di prigionia di Kirsanov, nel 1916 vennero trasferiti nel porto di
Arcangelsk e lì imbarcati per la Gran Bretagna da cui poi,
attraverso la Francia, giunsero a Torino.
Alla
fine del 1917 altri 2.500, bloccati dai ghiacci ad Arcangelsk,
vennero trasferiti attraverso la ferrovia Transiberiana a Tien Tsin,
in Cina, dove una parte accettò di arruolarsi nei Battaglioni Neri
del Corpo di spedizione italiano in Estremo Oriente e di combattere
contro i bolscevichi. Altri Trentini avevano invece accettato di
arruolarsi nelle formazioni rivoluzionarie e di combattere con loro.
Una parte dei Trentini, invece, fu imbarcata dai porti dell’Estremo
Oriente per gli Stati Uniti, da dove proseguì alla volta
dell’Europa. I trentini inquadrati nei Battaglioni Neri rientrarono
in Italia nel 1919 via mare, attraversando il Mar cinese, l’oceano
Indiano, il mar Rosso e il Mediterraneo.
Fino
all’ottobre 1918 i 168.898 soldati degli Imperi Centrali
prigionieri in Italia conobbero condizioni relativamente accettabili.
Dopo la battaglia di Vittorio Veneto il loro numero salì a 600.185.
Complessivamente in prigionia 13.227 morirono per ferite, 27.740 per
altre cause.
I
prigionieri austro-ungarici di lingua italiana condivisero la sorte
degli altri prigionieri. Nel 1915 furono istituite commissioni per
valutare la possibilità di concedere la semi libertà a chi era
ritenuto affidabile.
Dopo
il 4 novembre circa 2.000 soldati trentini furono internati a Luserna
S.Giovanni, a Pescara, a Servignano, all’Asinara e a Isernia, dove
conobbero condizioni di detenzione assai dure. Il loro rientro a
casa, passando per il campo di concentramento di Gardolo, avvenne
nella primavera 1919.
Su
tutti i fronti della Prima guerra mondiale milioni di civili vennero
evacuati.
La
maggior parte dei trentini nelle file dell'esercito imperial
austroungarico vennero mandati sul fronte galiziano contro le armate
russe dello Zar.
A
fine guerra, 11.000-12.000 trovarono la morte, la maggior parte
caduta sul fronte galiziano, e quasi 20.000 furono i dispersi,
disertori e prigionieri.
Università
Popolare di Mestre - Sintesi
della Prima guerra mondiale:
le vicende del periodo compreso tra il 1914 e il 1918 e le
conseguenze del conflitto

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