Grande Guerra '15-'18, dal taccuino di un volontario

Ma è umiliante aggirarsi intorno ai ricoveri, per cercar qualche cosa: da per tutto si pesta nella merda, che sprigiona un puzzo insopportabile. Non ci sono latrine, ognuno evacua all’aperto, quanto più può vicino al suo o al ricovero degli altri; la fretta, per la paura d’esser colpiti, elimina ogni altro riguardo. E così questa collina rivestita di teneri pini e profumata d’erbe e di resina, questa collina su cui si viene a morire, si spoglia a poco a poco e diventa un letamaio. […]
I ricoveri son sempre quelli: tronchi, sassi, terra; buche ombrose come tane. Le prime volte odoravano di pino tagliato di fresco, ora sanno, ogni volta più, di marciume. Il silenzio dell’artiglieria fa un effetto ancora più strano quassù, sembra innaturale e ci mette una sottile inquietudine nei nervi. L’ora della sera, con le ombre che salgono, è molto malinconica. Non resta che sdraiarsi e approfittare della tregua per dormire. Non so se sia per la fatica fisica o per la stanchezza dei nervi, o forse per le due ragioni assieme, che si dormirebbe sempre, a tutte le ore. La posta che arriva su, ci sveglia, ci travolge con gli altri in un’ondata di contentezza, perché nessuno se l’aspettava; anche noi ne riceviamo tanta: tutte Le Voci arretrate che abbiamo chieste, giornali, lettere d’amici. C’è ancora un po’ di luce nell’aria tanta da permetterci di decifrare gli scritti che più ci stanno a cuore. […]
Piove, piove. Siamo tutti rannicchiati nel fango; le fossette sono piene d’acqua. E non la smette. Mi sono coperto col telo da tenda, sono tutto dolorante, rigido, bagnato, in questa mia tomba umida, stanco. M’addormento per la stanchezza, con la testa su una pietra liscia, percorsa da rivoletti d’acqua; fuori, l’acqua viene giù a torrenti. Verso sera la pioggia cessa; breve tregua, perché il cielo è ancora tutto nuvoloso; il sole, vicino a tramontare, rompe le nubi. Usciamo dalle nostre tane a sgranchirci le membra, ad asciugare almeno un poco la roba, a goderci di questi pochi sprazzi di sole che ci sono concessi. […] Viene il rancio, ma se ne deve sospendere, per il momento, la distribuzione, perché gli austriaci ci hanno visti e ci bombardano. È da ventiquattro ore che non mangiamo. Mi accorgo d’aver molta fame e, quando riesco con cautela a farmi riempire anch’io la gavetta di brodo, v’inzuppo quasi mezza pagnotta e mangio con avidità e con gusto. La divisione alla nostra sinistra è in pieno combattimento: monte Cosich fuma tempestato di colpi. Anche il nostro settore promette poca calma. Difatti gli austriaci, dopo una breve pausa che ci ha permesso di mangiare, riprendono a tirare sulle nostre trincee. Il tenente Sampietro che stava sorvegliando la distribuzione del rancio, è rimasto illeso per un vero miracolo: proprio sopra la sua testa, a pochi centimetri, è scoppiato uno shrapnel ed egli s’è trovato di qua dal cono, sotto un fiocco di fumo bianco; qualche centimetro più in là, sarebbe stato crivellato dalle schegge. Così avviene spesso, e nessuno più se ne meraviglia; io penso al limite così fragile e incerto che divide la morte dalla vita. Sampietro s’è appena riparato, che s’ode, nel silenzio più pauroso, arrivare un altro proiettile. Lo scoppio è tremendo; prima che si richiuda su questo il tetro silenzio, una voce angosciosa scandisce nell’aria un appello disperato: “por-ta-fe-ri-ti!”. Giunge un terzo proiettile: questo è proprio per me e per i miei vicini; la trincea trema, le schegge picchiano come tempesta sulle tavole e sui sacchetti, polvere acre e terra m’investono e m’entrano negli occhi e nel naso.
Gianni Stuparich

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