Cima 12
Ci
trovammo in pieno combattimento, si iniziò qualche sparatoria con la
baionetta in canna ed al grido del comandante “Avanti all’assalto
alla baionetta” entrammo nella boscaglia nevosa senza renderci
conto della reale situazione nostra; le pallottole nemiche sibilavano
attorno a noi di quando in quando alternate da raffiche di
mitragliatrice, facendo dei feriti che dovevansi accompagnare con due
uomini per la distanza delle strade; sopravviene nel frattempo un po’
di calma da ambo le parti, si abbandonava il monte passando a Cima
11, ma la situazione non cambia in nostro vantaggio, episodio del
giorno il nostro Capitano ferito, mentre i medesimi attacchi e
scontri col nemico si alternavano nella boscaglia per ben 7 giorni e
7 notti continue; esaurendo i viveri di riserva, privi di rinforzi da
ogni parte, mentre la pressione nemica aumentava di violenza, sino a
costringerci a scendere verso il Vallone che congiunge Dabbuso a
Vastagna, quindi saliti nel versante di Zaibene e Stuccaredda in
vicinanza di Sasso Rosso ove si ebbe qualche giorno di calma, stante
che il nemico non avanzò oltre la vallata sotto Gallia. Ed eccoci
giunti al 1° di giugno; il mio battaglione era ridotto per le
perdite tra morti e feriti, a soli 0 uomini: quasi
tutti i nostri ufficiali ed il nostro Capitano si immolarono per la
nostra cara Italia. Ci fermammo su una collinetta vicina a Zaibene e
Stuccareddo ove costruimmo una piccola trincea tra l’infuriare di
contrattacchi nemici che si susseguivano ininterrotti sino all’8
giugno 1916, giorno in cui arrivò il nuovo comandante di Compagnia
capitano Mugna Sig. Cesare, assieme al generale Rustinari che visitò
le nostre linee quale comandante del settore decideva di iniziare dal
nostro lato per il giorno 10 Giugno 1916 una potente controazione,
stante che sembrava che dall’ala sinistra il nemico intensificasse
la pressione per aggirarci; come infatti lo stesso giorno verso le
ore 12 ebbe inizio dalla nostra artiglieria un intenso bombardamento
e dopo ben due ore di fuoco infernale, per ordine di compagnia si
inizia a uscire dalla piccola trincea stendendosi con velocità a
destra e a sinistra, pancia a terra e fuoco accelerato avanzando a
sbalzi e a piccoli tratti verso la cima della collinetta da parte
dell’ala sinistra, arrivando alla vetta alta circa sette o
ottocento metri, quindi sosta, tra un continuo sparare prolungatosi
sino a tarda sera culminante con lo scatenarsi di una tremenda
pioggia; il fuoco quindi da ambo le parti tende a diminuire
gradatamente e rimanemmo sulla collina zuppi di acqua come pesci,
udendo soltanto i gemiti dei feriti e i rantoli dei morenti ancor
giacenti sul campo di battaglia per mancanza dei porta-feriti
Impegnati sin dall’inizio del furioso combattimento, gli incolumi
intanto, dovemmo costruire al punto raggiunto con notevoli sforzi,
dei piccoli tratti di trincea, unendoci due per due per poterci
riparare nel giorno per sottrarci dal fuoco nemico, e ritornammo la
notte a lavorare le trincee per migliorarne sempre più la loro
efficienza, riprendendo sempre nella notte il turno del rancio unico,
costretti a giacere nella trincea piena d’acqua, col freddo, col
vento sibilante alle orecchie, per ben 40 giorni senza aver potuto
giungerci il cambio; al momento di partire si notò un gran movimento
nelle truppe nemiche sottostante il vallone, esse si ritiravano
addietro per rettificare la loro linea essendosi incautamente
avanzate; nel contempo fulmineo ordine di abbandonare la trincea e
inseguirli sino alle Melette di Gallio, ivi giunti rimase la fanteria
che finalmente ci dette il sospirato cambio. Retrocedemmo quindi
nella speranza del meritato riposo e ci dirigemmo a S. Giacomo di
Lusiana, ove si lasciò le biciclette ma non tutte le ritrovammo,
cosicché parte di noi in bicicletta e parte a piedi, ritornammo a
Bassano Veneto nel di 22 luglio 1916 verso le ore 20 circa.
Dal
diario di guerra di Pasquale Fantacci
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