Vita in trincea. Monte Podgora febbraio 1916
Là, terra solida, rocciosa,
ghiaccio, neve, boschi sterminati; qua, la terra è rossa, morbida.
Cede sotto il passo come carne frolla e la scarpa comincia ad
incresparsi. Tratto tratto si è costretti ad un salto; è una
trincea, un camminamento, un cunicolo: nel fondo, stracci, gavette
frantumate, fiaschi rotti, scatolette vuote di carne in conserva,
brandelli di ferro rugginoso, caricatori di ottone, cartuccie qua e
là incastrate fra i sacchi di terra, che vomitano un fango rosso
come sangue, casse di fucili schiodate, elmetti sforacchiati, scudi
da trincea. Questa è la guerra, e buon per noi che vi passiamo ore
cianciando. Ma lassù, oltre il Podgora, c'è ancora terreno vergine,
senza segni di passaggio e di conquiste. Un ultimo tratto di terreno
in un camminamento angusto e stretto e siamo al Comando del
Battaglione del I° Fanteria. Sentinelle, lumi, un vociare disuguale
e scomposto. Sotto i ricoveri, brulica una folla di fanti che ci
aspettano e ci vengono incontro perché alcuni hanno parenti ed amici
nel nostro Reggimento. Un porta ordini ci accompagna in prima linea e
ci raccomanda il silenzio perché il nemico è vicino. Diamo il
cambio ai soldati del I°Fanteria che abbandonano lieti la trincea
sussurrando un “finalmente”.
Passai
qualche ora in un ricovero pieno di terriccio molle e di fradici
sacchetti a terra. La mattina, lavandomi, ebbi la poco lieta sorpresa
di constatare che la camicia e la maglia formicolavano di pidocchi.
Avevo sentito parlare dei pidocchi del Carso, ma non li conoscevo
ancora. Erano grossi, si muovevano lentamente e portavano sul dorso
una specie di croce rossa. Come fare per liberarmi di
loro?Impossibile. Ce n'erano da per tutto: nella trincea, nei
sacchetti a terra. Inutile pure cambiarsi la biancheria; essi amano
la biancheria pulita, e vi passeggiano sopra volentieri.
Cominciava così una nuova
sofferenza che nel Trentino, forse per il clima freddo, non
conoscevo.
Paolo Cotti, 116° reggimento
fanteria, brigata Treviso

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