Eroismi e intemperanze degli Arditi – Pugnal tra i denti le bombe a mano...

Notte stellata. Dall'acqua emerge un giovane erculeo, seminudo. Una rivoltella alla cintola e un pugnale stretto tra i denti. Non è Poseidone, ma un Ardito, il capitano Pontecorvo, caposquadra nuotatori.
E' il 28 ottobre del '18. Viene da Moriago, dove gli arditi resistono, isolati. Pontecorvo chiede al Comando, fuoco d'artiglieria e scatolette di carne. E' un let-motiv costante. Nate come truppe d'assalto per sfondare il fronte nemico e occupare posizioni, i “cavalieri della morte” vengono mandati al macello, in attesa dei rincalzi che non arrivano. Lo denuncia perfino il generale Ottavio Zoppi, comandante della I Divisione d'Assalto che li guida sul Basso Piave, il 15 giugno: “A Fossalta vengono lanciati al contrattacco in modo intempestivo, affrettato e caotico. Il momento della controffensiva non era maturato. Vengono logorati in linea con la fanteria, così la sera del 19, quando è giunto il momento della controffensiva, il reparto degli arditi viene ritirato in retrovia. Ormai aveva esaurito la sua capacità combattiva”.
Insomma un'arma efficace, spuntata dall'inettitudine dei comandi.
[…] Il 24 ottobre, appena passato, per primi, il Piave, incontrano un vecchietto sulla piana della Sernaglia, piena di cadaveri. Era rimasto solo: “Poveri fioi” - dice con un filo di voce – voi me gavè fato un gran piaser, e mi no go niente da darve”. Un ricordo tenero anche per Sofia Acerboni di Roncade: “Avevo una zia sarta. Gli arditi sempre allegri e simpatici, venivano a farsi attaccare una mostrina tricolore sulla giubba. Ma non ritornava quasi mai nessuno. Se li prendeva la morte”. Degli arditi si innamora una ragazzino di 15 anni, travolto dalla fuga di Caporetto. Lo scrive il giornalista Fraccaroli: “Visse in quei giorni l'orgasmo della ritirata, in mezzo alla gente che sgombrava, alle truppe che ripiegavano. Una sera vide un gruppo di soldati che non seguivano la corrente, che anzi la tagliavano. Risalivano, andavano contro il nemico. Scelse gli arditi del XXI reparto come casa e famiglia”.
Il fez nero, la giubba aperta, il maglione a collo alto, poi la camicia grigioverde, il grido espressivo “A Noi”!, il terribile present'arm, quel pugnale sollevato al cielo, quei visi feroci fanno tremare i nemici, ma anche la gente. “Erano ceffi da galera – e a Maria Granello di Treviso, profuga allora a Noale, scappa una smorfia – Bastava vederli entrare in paese. Di corsa, faccia truce e il pugnale in bocca. Un giorno ero sulla porta, con un cagnolino in braccio. Arriva un ardito. Lo voleva lui, e cercava di strapparmelo. Ma si sa, per fare il corpo degli arditi, avevano aperto le porte delle galere”. Un luogo comune, che non ha riscontro nella realtà. Anzi, erano rampolli di buona famiglia. La fama di accoltellatori li perseguita.
Adele Nardin, chiamata Ginger dagli inglesi per i suoi capelli rossi, visse una brutta avventura: “Si aveva un'osteria sui Colli Euganei, dove venivano i soldati a ristorarsi. Ero fuori, seduta, che mangiavo polenta e baccalà. Mi si avvicina un ardito. Mi dice delle brutte frasi, mi fa delle proposte sconce. C'era un equivoco: pensava che l'osteria fosse un “casino”, perchè vedeva tre donne – oltre me, mia madre e mia sorella – e un andirivieni di soldati Insomma, io resisto e lui mi dà una coltellata nel sedere. E così tutti gridano: Hanno ucciso la Ginger, la Ginger è morta”. Ma un tenente ha messo una mano sulla ferita, ha tamponato il sangue. Poi, di corsa, mi ha portato in braccio dal dottore del paese”.
Francesca Detotto – Veneto 1915-1918 La Guerra in casa

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